lunes, 15 de julio de 2013

O tu che per me come me ti sei fatto povero…
L’Ascensione del Signore nella tradizione bizantina.

            L’Ascensione del Signore, celebrata il quarantesimo giorno dopo la Risurrezione, è una delle grandi feste comuni a tutte le Chiese Cristiane. Nella tradizione bizantina, il mercoledì che la precede immediatamente, si celebra l’apodosi (conclusione) della festa di Pasqua in cui si riprendono ancora una volta i testi dell’ufficiatura pasquale. La festa dell’Ascensione, poi si prolunga per una settimana nella sua ottava. I tropari della festa sono dei testi molto belli e allo stesso tempo teologicamente profondi, e come accade in molti dei testi della liturgia bizantina sono delle vere professioni di fede o dei riassunti della professione di fede della Chiesa. Il primo dei tropari del vespro riassume la professione di fede del concilio di Calcedonia (451) in Cristo vero Dio e vero uomo: Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro. Il Padre riceve colui che dall=eternità, nel suo seno dimora. Uomo al di sopra degli angeli, colui che dall’eternità è nel seno del Padre. Il quinto dei tropari del vespro riprende il tema della kenosi del Verbo di Dio con una immagine poetica molto bella e toccante: O tu che per me come me ti sei fatto povero… Cristo che nella sua incarnazione assume volontariamente tutta la povertà della natura umana, per poi glorificarla pienamente nella sua Ascensione. Ancora altri due tropari del vespro fanno una rilettura in chiave cristologica del salmo 23, salmo che è stato usato alla liturgia della notte di Pasqua collegato alla discesa di Cristo nell’Ade; oggi invece collegato all’Ascensione del Signore in cielo: Lo Spirito Santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima… Mentre tu ascendevi, o Cristo, dal Monte degli Ulivi, le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l=un l=altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria.

            In diversi dei tropari troviamo delle espressioni veramente toccanti per la loro umanità che servono ad indicare la divinità del Verbo di Dio: Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesú, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l=hai fatta sedere con te accanto al Padre… Sono delle espressioni che ci ricollegano al canto dei Lamenti del Sabato Santo. Inoltre troviamo il tema della glorificazione della nostra natura umana caduta e redenta.

            Nella celebrazione del vespro troviamo le tre letture dell’Antico Testamento: Is 2, 2-3: la profezia dei popoli che salgono al monte del Signore, luogo della gloria di Dio; i padri hanno letto questo monte e questa gloria nella vera incarnazione del Verbo di Dio. Is 62,10-63,9: la profezia del Signore che torna, con i vestiti rossi; i Padri leggono il brano come profezia cristologica dell’incarnazione e della passione di Cristo. Zac 14,1-11: il Signore che si manifesta sul monte degli Ulivi di fronte a Gerusalemme.

            Per quanto riguarda il mattutino, la pericope evangelica è quella dell’Ascensione secondo Marco, mentre nella Divina Liturgia la pericope è di Luca. Alcuni dei tropari sono di Romano il Melode:
Compiuta l=economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi.
Lasciate sulla terra ciò che è della terra, abbandonate ciò che è di cenere alla polvere e poi venite, eleviamoci, leviamo in alto occhi e mente, alziamo lo sguardo e i sensi verso le porte celesti, pur essendo mortali; immaginiamo di andare al Monte degli Ulivi e di vedere il Redentore portato da una nube: di là infatti il Signore è asceso ai cieli; di là, lui che ama donare, ha distribuito doni ai suoi apostoli, consolandoli come un padre, confermandoli, guidandoli come figli e dicendo loro: Non mi separo da voi: io sono con voi e nessuno è contro di voi.
Io sono con voi e nessuno è contro di voi. La presenza del Signore in mezzo ai suoi. Di questa realtà della nostra fede ce ne dà anche una lettura chiara l’icona della festa. Dietro l=icona dell=Ascensione ci sono due testi chiari: Lc 24,50-53: Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo... e Atti 1,9-11: ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: Questo Gesù che è stato assunto di tra voi... tornerà un giorno... L=immagine è divisa in due parti ben distinte: nella parte superiore c=è Cristo assiso su un trono, immobile nella sua gloria, sostenuto da due angeli. Nella parte inferiore c=è la Madre di Dio, gli apostoli e due angeli in bianche vesti. L=icona dell=Ascensione -la stessa festa dell=Ascensione- contempla Cristo nel suo innalzarsi, sostenuto dagli angeli, ma allo stesso tempo è anche l=icona del ritorno glorioso di Cristo: tornerà un giorno allo stesso modo... Dalla sua Ascensione fino al suo ritorno Cristo presiede la sua Chiesa -nell=icona vediamo Cristo che dal suo trono presiede la Chiesa formata dagli apostoli, presiede la preghiera della Chiesa. L=atteggiamento di Maria è sempre lo stesso: la preghiera. Essa no guarda in alto -in quasi nessuna icona dell=Ascensione-, ma guarda di fronte, essa stessa guarda la Chiesa a ricordarla la necessità della veglia, della preghiera. Icona dell=Ascensione di Cristo, ma anche l=icona della Chiesa nata dalla croce di Cristo, icona della Chiesa che vive da e nella preghiera della comunità e dalla testimonianza degli apostoli, di tutti noi, mentre è nella attesa del ritorno del suo Signore.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco


lunes, 8 de julio de 2013

…per la Croce il ladrone divenne teologo…
Domenica III di Quaresima nella
tradizione bizantina

Gioisci, o croce, per la quale in un attimo il ladrone divenne teologo, gridando: Ricòrdati di me, Signore, nel tuo regno. Della sua sorte facci partecipi.
Questo tropario del martedì della terza settimana di Quaresima raccoglie la confessione di fede del ladrone sulla Croce, e di tutta la Chiesa che confessa il Signore crocefisso come Re, Signore e Datore di vita. Dalla sera del lunedì della terza settimana di Quaresima, fino al ve­nerdì della quarta settimana, la liturgia bizantina celebra e contempla la santa Croce come luogo di vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Tut­te le liturgie cristiane hanno lungo l’anno liturgico diverse feste della Croce, feste che di solito hanno l=origine legato alle celebrazioni della città santa di Gerusalem­me, e che hanno come punto di partenza la venerazione solenne della Croce il Venerdì Santo, di cui ce ne offre un bel racconto nel suo Diario la peregrina Egeria nella seconda metà del IV secolo.

Nella tradizione bizanti­na, ci sono diversi giorni in cui si celebra la Croce in modo speciale, giorni in cui ci viene ricordato che essa è presente, nel cuore della vita della Chiesa, come l=albero è presente nel bel mezzo del paradiso. Ogni mercoledì e venerdì si cantano dei tropari dedicati alla Croce; poi ci sono quattro giorni annuali ad essa dedicati: il 14 settembre l=Esaltazio­ne della Santa Croce, il 7 maggio, il 1 agosto e quindi la terza domenica di Quaresi­ma. La celebrazione della santa Croce in questa domenica quaresimale ha un’origine costantinopolita­no, legato ad una traslazio­ne di una reliquia della Croce da Apamea in Siria a Costantinopo­li nel VI sec. Una testimonianza e quindi una data sicura di questa celebrazione è un=omelia del patriarca Germano I di Costanti­nopoli (715-730), tenuta proprio per questa domenica.

È una domenica messa proprio nel mezzo della Quaresima, con una settimana che la prepara -la fa pregustare- ed un=altra settimana che la prolunga. In alcuni dei tropari della terza settimana si accenna al desiderio della Avisione@ della Croce: contemplare con gioia la Croce..., contemplare la passione..., abbracciare con timore la Croce..., la Chiesa anela di vedere la Croce e contemplare con sguardo purificato il legno della Croce..., quasi come se la liturgia volesse metterci in ansia per arrivare alla domenica.

I testi liturgici si compiacciono anche a mettere in rilievo i passi veterotesta­mentari un cui si scorgono tipi, immagini, prefigurazioni della Croce salvifica di Cristo: l=albero del paradiso (Gn 2,9); Giacobbe che incrocia le braccia per benedire i figli di Giuseppe (Gn 48,14); Mosè con le mani alzate sul popolo che combatteva Amalek (Es 17,8); il serpente di bronzo innalzato da Mosè (Nm 21,4). I testi della III domenica ci presentano la Croce come la porta del paradiso -la Quaresima infatti comincia con l=espulsione di Adamo dal paradiso e diventa un camino di ritorno al paradiso. Come se la pedagogia di Dio, che ci vuol riportare al paradiso, a metà del nostro cammino ce ne fa vedere già la chiave, la porta, cioè la Croce.

All’inizio della Divina Liturgia della III domenica di Quaresima, la Croce è presa dall’altare e innalzata e messa su un vasoio con dei fiori ed erbe profumate, quindi portata dal sacerdote sul capo in processione e deposta nel bel mezzo della chiesa, dove viene venerata dai fedeli. Nei testi liturgici la Croce non ci viene presentata in termini di sofferenza, bensì in termini di gioia e di vittoria. Venerando e celebrando la Croce, celebria­mo la Croce di Cristo che ci ristora, che ci dà la vita, che ci fa presente già la risurrezione di Cristo: Ci prosterniamo davanti alla tua Croce e glorifichiamo la tua santa Risurrezione. Nei tropari che vengono cantati durante la processione e l=adorazione della Croce, troviamo delle immagini contrastanti che collegano l’Antico ed il Nuovo Testamento: oggi il Signore dell=universo si lascia inchiodare sulla Croce... riceve la corona di spine colui che cavalca i cieli sulle nubi... rivestito di un mantello di derisione colui che con la sua mano ha modellato l=uomo... colui che dà la luce ai ciechi, riceve gli sputi da labbra impure... Croce vivificante, splendido paradiso della Chiesa, albero dell’incorruttibilità, porta del paradiso…

La venerazione della Croce nella III domenica di Quaresima ci vuol sottolineare che essa ha valore sempre in rapporto con Cristo; essa ci ricorda che Lui vi fu crocifisso per la salvezza dell’uomo. Venerando, adorando la Croce è Cristo stesso che veneriamo ed adoriamo e quindi anche i gesti esterni di adorazione e venerazione –le prostrazioni, i baci alla Croce- coinvolgono, assieme ai canti e alle preghiere, tutta la nostra persona, per portarci alla consapevolezza, all=esperienza della presenza misericor­diosa di Dio attraver­so il mistero di Cristo crocifisso, morto e risorto.

La III Domenica situa la Chiesa nel cuore della Quaresi­ma, del cammino in cui siamo chiamati a seguire Cristo a partire del suo comandamento: Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua Croce e mi segua… La III Domenica è una celebrazione fatta nella gioia. Veneriamo la Croce come albero della vita: una volta mediante l'albero il serpente aveva chiuso l'Eden, ma l'albero della Croce lo apre a tutti coloro che desiderano purificarsi col digiuno e le lacrime… Quindi il nuovo paradiso in cui questo albero viene piantato è la Chiesa –la Croce per la venerazione è collocata al centro della chiesa: Si è rivelato un altro paradiso, cioè la Chiesa. Come una volta, essa porta l'albero della vita, la tua Croce o Signore, il cui contatto ci fa comunicare con l'immortalità… Croce-albero della vita, Chiesa-paradiso. Due aspetti presenti nella liturgia e nell’iconografia di tradizione bizantina e delle altre tradizioni orientali, ed anche nella liturgia ed iconografia di tradizione latina. Nel cuore della vecchia Roma, la chiesa di San Clemente contiene il bellissimo mosaico della Croce. In esso, senza soluzione di continuità tra Oriente ed Occidente, possiamo contemplare la bellezza della Croce che non mostra la sofferenza, la morte, bensì la serenità, il sonno, la pace; Colui che vi è appeso, vi dorme. Una Croce dalla cui base germogliano grandi rami, abbondanti e vigorosi che avvolgono tutto l=abside, tutto il creato, ad indicare che dalla Croce nasce la vita. Croce che ha attorno dodici colombe e quattro ruscelli ai piedi, icona della Chiesa che nasce dalla Croce da cui sgorgano i quattro Vangeli.

            Uno dei tropari della III domenica riassume in modo molto bello la teologia della Croce di Cristo venerata e celebrata nel bel mezzo del cammino quaresimale: Tre croci piantò Pilato sul Golgota, due per i ladroni e una per il datore di vita; l’ade la vide e disse a quelli di laggiú: O miei ministri e miei eserci­ti, chi ha conficcato un chiodo nel mio cuore? Una lancia di legno mi ha trafitto all’improvvi­so, le mie viscere vanno squarciandosi, il mio ventre è nei dolori… infuria il mio spiri­to, e sono costretto a rigettare Adamo e i nati da lui che a me mediante un albero erano stati dati: un albero li introduce di nuovo nel paradiso.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


E il ladrone divenne teologo
di Manuel Nin
"Gioisci, o Croce, per la quale in un attimo il ladrone divenne teologo, gridando:  "Ricordati di me, Signore, nel tuo regno". Della sua sorte facci partecipi". Questo tropario del martedì della terza settimana di quaresima raccoglie la confessione di fede del ladrone e di tutta la Chiesa che confessa il Signore crocefisso come re, Signore e datore di vita. Dalla sera del lunedì della terza settimana di quaresima al venerdì della quarta settimana la liturgia bizantina celebra e contempla la santa Croce come luogo di vittoria di Cristo sul peccato e la morte. Tutte le liturgie cristiane hanno lungo l'anno liturgico diverse feste della Croce, che di solito hanno origine da celebrazioni a Gerusalemme nate dalla venerazione solenne della Croce il Venerdì santo, come racconta Egeria intorno all'anno 383.



Nella tradizione bizantina, in diversi giorni si celebra in modo speciale la Croce, ricordando che essa è presente nel cuore della vita della Chiesa, come l'albero è presente al centro del paradiso. Ogni mercoledì e venerdì si cantano tropari dedicati alla Croce, a cui sono dedicati il 14 settembre per l'Esaltazione della Croce, la terza domenica di quaresima, il 7 maggio e il 1 agosto. La celebrazione in questa domenica quaresimale ha un'origine costantinopolitana, legata a una traslazione di una reliquia della Croce da Apamea in Siria a Costantinopoli nel vi secolo, dov'è poi attestata dal patriarca Germano (715-730).
La terza domenica è messa nel mezzo della quaresima, con una settimana che la prepara - facendola pregustare - e un'altra che la prolunga. In alcuni tropari della terza settimana si accenna al desiderio della "visione" della Croce, quasi che la liturgia volesse metterci in ansia per arrivare alla domenica.
I testi liturgici mettono anche in rilievo i passi veterotestamentari che prefigurano la Croce di Cristo:  l'albero del paradiso (Genesi, 2, 9); Giacobbe che incrocia le braccia per benedire i figli di Giuseppe (Genesi, 48, 14); Mosè con le mani alzate sul popolo che combatteva Amalek (Esodo, 17, 8); il serpente di bronzo innalzato da Mosè (Numeri, 21, 4). I testi della terza domenica ci presentano la Croce come porta del paradiso:  la quaresima infatti comincia con l'espulsione di Adamo dall'Eden e diventa un cammino di ritorno. Come se la pedagogia di Dio, che ci vuol riportare al paradiso, a metà del nostro cammino ce ne facesse vedere già l'accesso, cioè la Croce.
All'inizio della Divina liturgia della terza domenica di quaresima, la Croce è presa dall'altare, innalzata e posta su un vassoio con fiori ed erbe profumate, quindi portata dal sacerdote in processione e deposta al centro della chiesa, dove viene venerata dai fedeli. Nei testi liturgici la Croce non ci viene presentata in termini di sofferenza, ma in termini di gioia e di vittoria. Venerando e celebrando la Croce, celebriamo la Croce di Cristo che ci ristora, ci dà la vita e rende già presente la risurrezione di Cristo:  "Ci prosterniamo davanti alla tua Croce e glorifichiamo la tua santa Risurrezione". Nei tropari cantati durante la processione e l'adorazione della Croce immagini contrastanti collegano l'Antico e il Nuovo Testamento:  "Oggi il Signore dell'universo si lascia inchiodare sulla Croce, riceve la corona di spine colui che cavalca i cieli sulle nubi, rivestito di un mantello di derisione colui che con la sua mano ha modellato l'uomo, colui che dà la luce ai ciechi, riceve gli sputi da labbra impure, Croce vivificante, splendido paradiso della Chiesa, albero dell'incorruttibilità, porta del paradiso".
La venerazione della Croce nella terza domenica di quaresima vuole sottolineare che essa ha valore in rapporto con Cristo e ci ricorda che il Signore vi fu crocifisso per la salvezza dell'uomo. Adorando la Croce è Cristo stesso che adoriamo, e anche i gesti esterni di adorazione e venerazione - le prostrazioni, i baci alla Croce - coinvolgono, con i canti e le preghiere, tutta la nostra persona, per portarci alla consapevolezza, all'esperienza della presenza misericordiosa di Dio attraverso il mistero di Cristo crocifisso, morto e risorto.
La terza domenica situa la Chiesa nel cuore della quaresima, del cammino in cui siamo chiamati a seguire Cristo secondo la sua parola:  "Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua Croce e mi segua". Con una celebrazione nella gioia per venerare la Croce come albero della vita:  "Una volta mediante l'albero il serpente aveva chiuso l'Eden, ma l'albero della Croce lo apre a tutti coloro che desiderano purificarsi col digiuno e le lacrime". Il nuovo paradiso dove questo albero viene piantato è la Chiesa, e la Croce per la venerazione è collocata al centro della chiesa:  "Si è rivelato un altro paradiso, cioè la Chiesa. Come una volta, essa porta l'albero della vita, la tua Croce o Signore, il cui contatto ci fa comunicare con l'immortalità".
La Croce dunque come albero della vita, la Chiesa come paradiso, aspetti presenti nella liturgia e nell'iconografia orientali e latine. Nel bellissimo mosaico della Croce di San Clemente a Roma, senza differenza tra Oriente e Occidente, contempliamo la bellezza della Croce che non mostra la sofferenza, la morte, ma la serenità, il sonno, la pace:  colui che vi è appeso, vi dorme. Una Croce dalla cui base germogliano rami abbondanti e vigorosi che avvolgono tutta l'abside, tutto il creato, a indicare che dalla Croce nasce la vita. Croce che ha attorno dodici colombe e quattro ruscelli ai piedi, icona della Chiesa che nasce dalla Croce da cui sgorgano i quattro Vangeli.
Uno dei tropari della terza domenica riassume in modo molto bello la teologia della Croce:  "Tre croci piantò Pilato sul Golgota, due per i ladroni e una per il datore di vita; l'Ade la vide e disse a quelli di laggiù:  "O miei ministri e miei eserciti, chi ha conficcato un chiodo nel mio cuore? Una lancia di legno mi ha trafitto all'improvviso, le mie viscere vanno squarciandosi, il mio ventre è nei dolori, infuria il mio spirito, e sono costretto a rigettare Adamo e i nati da lui che a me mediante un albero erano stati dati:  un albero li introduce di nuovo nel paradiso"".

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma

Nota: Pubblicato all’Osservatore Romano, 15 marzo 2009)


martes, 25 de junio de 2013

…Signore e Re, dammi di vedere i miei peccati e di non condannare mio fratello…
La Quaresima nella tradizione bizantina.
            Digiunando dai cibi, anima mia, senza purificarti dalle passioni, invano ti rallegri per l’astinenza, perché se essa non diviene per te occasione di correzione, sei in odio a Dio come menzognera e ti rendi simile ai ­perfidi demoni che non si cibano mai. Non rendere dunque inutile il digiuno peccando, ma rimani irremovibi­le sotto gli impulsi sregolati, facendo conto di stare presso il Salvatore crocifisso, o meglio di essere croci­fissa insieme a Colui che per te è stato crocifisso, gridando a lui: Ricòrdati di me Signore, quando verrai nel tuo regno.

            Questo tropario della terza settimana della pre-quaresima nella tradizione bizantina, riassume in modo bello ed incisivo allo stesso tempo quello che è il periodo quaresimale di qualsiasi tradizione cristiana: il digiuno e l’astinenza sono vani se non corrispondono ad una vera conversione del cuore: …e ti rendi simile ai ­perfidi demoni che non si cibano mai…; quindi il cammino quaresimale come vera partecipazione alla croce di Cristo: … ma rimani irremovibi­le sotto gli impulsi sregolati, facendo conto di stare presso il Salvatore crocifisso, o meglio di essere croci­fissa insieme a Colui che per te è stato crocifisso…

Nella tradizione bizantina il periodo di dieci settimane che precede la Pasqua viene chiamato Triodion (nome che indica le tre odi bibliche cantate nell’ufficiatura mattutina), e comprende l’insieme del periodo della pre Quaresima e della Quaresima. Il periodo pre quaresimale è comune a tutte le tradizioni liturgiche cristiane, dal Triodion bizantino, al Digiuno dei Niniviti siriaco, al Digiuno di Giona dei copti, alla Septuagesima nell’antica tradizione latina. La Quaresima bizantina vera e propria comprende quaranta giorni, dal lunedì della prima settimana al venerdì prima della Domenica delle Palme. La Quaresima bizantina fa svolgere le settimane dal lunedì alla domenica, vedendo il cammino settimanale verso la domenica come tipo della stessa Quaresima verso la Pasqua. Inoltre fa una chiara distinzione tra il sabato e la domenica e gli altri giorni settimanali: nei primi c'è la celebrazione della Divina Liturgia (le domeniche con l’anafora di san Basilio, ed il sabato con quella di san Giovanni Crisostomo), mentre non c'è nei giorni feriali, in cui si celebra soltanto l’ufficiatura delle ore. Nel mercoledì ed il venerdì si celebra la Liturgia dei Presantifica­ti, cioè la comunione col Corpo ed il Sangue del Signore, che sono stati consacrati la domenica precedente; si tratta di un rito di comunione inserito nella celebrazione del vespro.
La Quaresima bizantina è un periodo molto ricco nella scelta dei testi biblici: salmi, letture; nell'innografia e nelle letture dei Padri. I testi innografici si soffermano sopratutto nel tema dell'anima umana, dominata dal peccato, che trova per mezzo della Quaresima la possibilità della salvezza. Per quanto riguarda la lettura del salterio, la liturgia bizantina quaresimale ne fa una lettura continua ben due volte alla settimana, e le letture bibliche vengono proposte come lettura continua: Genesi e Proverbi al vespro, e Isaia all'ora sesta. Indichiamo le diverse domeniche della pre-Quaresima e della Quaresima, con le pericope evangeliche lette in esse e sottolineandone alcuni aspetti importanti:
Pre-Quaresima. Quattro domeniche dalla decima prima di Pasqua: Domenica del publicano e del fariseo: Lc 18,10-14; Domenica del figlio prodigo: Lc 15,11-32; Domenica di Carnevale o del giudizio finale: Mt 25,31-46; Domenica dei latticini e di Adamo ed Eva: Mt 6,14-21. In queste quattro domeniche troviamo i grandi temi che segneranno il percorso quaresimale: l'umiltà -domenica del pubblicano e del fariseo; il ritorno a Dio misericordioso -domenica del figlio prodigo; il giudizio finale -domenica di carnevale-, il perdono -domenica dei latticini. In quest’ultima domenica viene  commemorata l'espulsione di Adamo del paradiso: Adamo, creato da Dio per vivere in comunione con lui nel paradiso, a causa del peccato ne è stato cacciato, ma nella Quaresima comincia il cammino di ritorno che culminerà quando Cristo stesso, nel mistero pasquale, scende negli inferi e gli dà la sua mano per levarlo dalla morte e riportarlo al paradiso, che nei tropari di questa domenica dei latticini viene quasi personificato nella preghiera della Chiesa: O santo paradiso piantato per me e che Eva fecce chiudere, prega il Creatore mio e anche tuo che io possa essere colmato dai tuoi fiori… Alla fine del vespro della quarta domenica si fa il rito del perdono con cui si inizia la Quaresima.
Quaresima. Dura quaranta giorni, con cinque domeniche. In ognuna di esse vediamo un doppio aspetto: da una parte le pericopi bibliche lette che seguono un cammino di catecumenato nella preparazione al battesimo; dall’altra parte gli aspetti più storici o agiografici che segnano ognuna delle domeniche. Domenica dell'Ortodossia: Gv 1,44-52, la vocazione di Filippo e Natanaele come modello della vocazione di ogni uomo alla sequella di Cristo; inoltre in questa domenica la Chiesa bizantina celebra il trionfo dell'ortodossia sull'iconoclasmo e il ristabilimento della venerazione delle icone. Domenica di San Gregorio Palamas: Mc 2,1-12, la fede del paralitico che viene portato a Cristo. Si celebra anche la memoria di Gregorio Palamas (1296-1359), importante teologo della tradizione bizantina. Domenica dell'esaltazione della santa Croce: Mc 8,34-9,1, invito a prendere la croce e seguire Gesù. La terza domenica è dedicata alla venerazione della Croce vittoriosa di Cristo; la Croce viene portata solennemente al centro della chiesa e venerata dai fedeli; e lì rimane per tutta la settimana. I testi dell'ufficiatura sottolineano sopratutto la croce come luogo di vittoria e di gioia, non luogo di sofferenza. Uno dei tropari canta: Salve, Croce vivificante del Signore, paradiso della Chiesa e nuovo albero della vita, che ci procuri la gioia di una gloria senza fine... dacci di contemplare le Sofferenze del Signore e la sua santa Risurrezione. Domenica di San Giovanni Climaco: Mc 9,17-31, guarigione dell’indemoniato. Domenica di Santa Maria Egiziaca: Mc 10,32-45, annuncio della risurrezione. Vengono proposti in queste due domeniche due testimoni importanti dell'ascetis­mo cristiano: Giovanni Climaco (+ verso 680), abate del monastero del Sinai e modello di ascesi attraverso un testo diventato poi famoso tra i testi ascetici, la Scala Paradisi; e Maria Egiziaca (prostituta alessandrina convertitasi alle porte del Santo Sepolcro a Gerusalemme), modello di pentimento e di ascesi. Il sabato della quinta settimana si celebra l’inno Akathistos, che è un’ufficiatura dedicata alla Madre di Dio.
L’ultima settimana di Quaresima, la sesta, ha come centro Lazzaro, l’amico del Signore, nel percorso della sua malattia, la sua morte e la sua risurrezione. Chiamata Settimana delle Palme, ci fa seguire il cammino di Gesù verso Bettania e quindi verso Gerusalemme; i testi liturgici ci avvicinano in un modo quasi tangibile a questo cammino che Gesù porta a termine, ma sopratutto ci fanno avvicinare a quello che si manifesterà pienamente nei giorni della Settimana Santa, cioè la filantropia di Dio manife­stata in Gesù Cristo, il suo amore reale e concreto per l'uomo. Il lunedì ci introduce al cammino di Gesù verso Betania: Oggi la malattia di Lazzaro viene manifestata a Cristo, che si trattiene al di là del Giordano… Prepa­rati Betania, adorna i tuoi sentieri per accogliere il tuo Dio… verrà il Signore per risuscitare un nativo di questa terra... Il martedì prosegue col processo della malattia; i testi sottolineano la pedagogia voluta da Cristo anche dal suo attardarsi al di là del Giordano. Martedì al vespro e mercoledì parlano già della morte e quindi della sepoltura di Lazzaro: In questo giorno Lazzaro consegna lo spirito, Betania si lamenta e piange colui che tu, Salvatore, risusciterai dai morti per raffermare nel tuo amico la fede nella tua divina risurrezione che calpesta la morte e ci dà la vita…. Nel giovedì troviamo sottolineata già la vittoria di Cristo sulla morte: Lazzaro è nella tomba da due giorni e le sue sorelle Marta e Maria fanno lutto per lui… coi suoi discepoli si avvicina il Creatore per spogliare la morte e darci la vita… I testi del sabato mescolano il tema della risurrezione di Lazzaro e quello della risurrezione di Gesù: Volendo vedere la tomba di Lazzaro, o Signore, tu che volontariamente ti accingevi ad abitare una tomba, domandi: Dove l'avete messo? E, imparando ciò che già sapevi, gridi a colui che ami: Lazzaro, vieni fuori! E obbedì l'inanime a colui che gli dona il respiro, a te Salvatore delle nostre anime. Tutta la sesta settimana di Quaresima quindi viene inquadrata in questa contemplazio­ne dell'incontro ormai vicino tra Gesù e la morte, quella dell'amico per primo, quella propria la settimana dopo, e i testi liturgici riescono a coinvolgerci in questo cammino di Gesù verso Betania, verso Gerusalemme; nella liturgia bizantina non siamo mai degli spettatori, siamo sempre parteci­panti, siamo sempre concelebran­ti, presenti nella liturgia e nell'evento di salvezza che la liturgia celebra. Col vespro del sabato di Lazzaro si conclude il periodo quaresimale: Al termine della quaresima benefica per l’anima, acclamiamo: Gioisci, città di Betania, patria di Lazzaro; gioite, Marta e Maria, sue sorelle, perché domani viene il Cristo a ridar vita con la sua parola al vostro fratello morto: udendone la voce, l’ade amaro e insaziabile… renderà libero Lazzaro stretto nelle bende… (vespro del sabato di Lazzaro).

            Lungo tutta la Quaresima, la tradizione bizantina recita alla fine di tutte le ore dell’ufficiatura la preghiera attribuita a sant’Efrem il Siro, un testo che riassume il cammino di conversione di ogni cristiano nel suo ritorno al Signore:
Signore e Sovrano della mia vita, non darmi uno spirito di pigrizia, d’indolenza, di superbia, di vaniloquio.
Dà a me, tuo servitore, uno spirito di sapienza, di umiltà, di pazienza e di amore.
Sì, Signore e Re, dammi di vedere i miei peccati e di non condannare mio fratello, perché tu sei benedetto nei secoli. Amin.

P. Manuel Nin osb
Pontificio Collegio Greco
Roma
Nota: Pubblicato all’Osservatore Romano, 25 febbraio 2009



La quaresima nella tradizione bizantina
Per non rendere inutile il digiuno

di Manuel Nin
"Digiunando dai cibi, anima mia, senza purificarti dalle passioni, invano ti rallegri per l'astinenza, perché se essa non diviene per te occasione di correzione, sei in odio a Dio come menzognera e ti rendi simile ai perfidi demoni che non si cibano mai. Non rendere dunque inutile il digiuno peccando, ma rimani irremovibile sotto gli impulsi sregolati, facendo conto di stare presso il Salvatore crocifisso, o meglio di essere crocifissa insieme a Colui che per te è stato crocifisso, gridando a lui:  ricordati di me Signore, quando verrai nel tuo regno". Questo tropario della terza settimana della pre-quaresima nella tradizione bizantina, riassume in modo incisivo quello che è il periodo quaresimale di qualsiasi tradizione cristiana:  il digiuno e l'astinenza sono vani se non corrispondono a una vera conversione del cuore.

Nella tradizione bizantina il periodo di dieci settimane che precede la Pasqua viene chiamato Triodion - nome che indica le tre odi bibliche cantate nell'ufficiatura mattutina - e comprende la pre-quaresima e la quaresima. Il periodo pre-quaresimale è comune a tutte le tradizioni liturgiche cristiane, dal Triodion bizantino, al Digiuno dei niniviti siriaco, al Digiuno di Giona dei copti, alla Settuagesima nell'antica tradizione latina.
La quaresima bizantina vera e propria comprende quaranta giorni - dal lunedì della prima settimana al venerdì prima della domenica delle Palme - e svolge le settimane dal lunedì alla domenica, presentando il cammino settimanale verso la domenica a modello della stessa quaresima verso la Pasqua. Inoltre fa una chiara distinzione tra il sabato e la domenica e gli altri giorni:  nei primi si celebra la Divina liturgia (domenica con l'anafora di san Basilio, sabato con quella di san Giovanni Crisostomo), mentre nei giorni feriali solo l'ufficiatura delle ore, con l'aggiunta durante il vespro del mercoledì e del venerdì della liturgia dei Presantificati, cioè la comunione con il Corpo e il Sangue del Signore consacrati la domenica precedente.
La quaresima bizantina è un periodo molto ricco nella scelta dei testi biblici:  salmi, letture; nell'innografia e nelle letture dei padri. I testi innografici si soffermano soprattutto sul tema dell'anima umana, dominata dal peccato, che trova per mezzo della quaresima la possibilità della salvezza. Nelle quattro domeniche della pre-quaresima troviamo i grandi temi che segneranno il percorso quaresimale:  l'umiltà (domenica del pubblicano e del fariseo); il ritorno a Dio misericordioso (domenica del figlio prodigo); il giudizio finale (domenica di carnevale), il perdono (domenica dei latticini). In quest'ultima domenica viene commemorata l'espulsione di Adamo dal paradiso:  Adamo, creato da Dio per vivere in comunione con lui nel paradiso, a causa del peccato ne è stato cacciato, ma nella quaresima comincia il cammino di ritorno che culminerà quando Cristo stesso, nel mistero pasquale, scende negli inferi e gli dà la sua mano per levarlo dalla morte e riportarlo in paradiso, che viene quasi personificato nella preghiera della Chiesa. Alla fine del vespro della quarta domenica si celebra il rito del perdono con cui si inizia la quaresima.
La quaresima dura quaranta giorni, con cinque domeniche. In ciascuna di esse vediamo un doppio aspetto:  da una parte le letture bibliche che preparano al battesimo, dall'altra gli aspetti storici o agiografici. Nella domenica dell'ortodossia la vocazione di Filippo e Natanaele è modello della vocazione di ogni essere umano e si celebra il trionfo dell'ortodossia sull'iconoclasmo e il ristabilimento della venerazione delle icone. Nella domenica di san Gregorio Palamas si ricorda la fede del paralitico guarito da Cristo. La domenica dell'esaltazione della santa Croce è dedicata alla venerazione della Croce vittoriosa di Cristo, portata solennemente al centro della chiesa e venerata dai fedeli per tutta la settimana come segno di vittoria e di gioia, non di sofferenza. Nella domenica di san Giovanni Climaco, modello di ascesi, si celebra la guarigione dell'indemoniato, e in quella di santa Maria Egiziaca, modello di pentimento, l'annuncio della risurrezione. Il sabato della quinta settimana si canta l'inno Akathistos, ufficiatura dedicata alla Madre di Dio.
La sesta e ultima settimana di quaresima, chiamata delle Palme, ha come centro la figura di Lazzaro, l'amico del Signore, dal momento della malattia, fino alla morte e alla sua risurrezione. I testi liturgici ci fanno avvicinare a quello che si manifesterà pienamente nei giorni della Settimana santa, cioè la filantropia di Dio manifestata in Cristo, il suo amore reale e concreto per l'uomo. Tutta la settimana viene inquadrata nella contemplazione dell'incontro ormai vicino tra Gesù e la morte, quella dell'amico per primo, quella propria la settimana dopo. I testi liturgici riescono a coinvolgerci in questo cammino di Gesù verso Betania, verso Gerusalemme. Nella liturgia bizantina non siamo mai spettatori, ma sempre partecipanti e concelebranti, presenti nella liturgia e nell'evento di salvezza che la liturgia celebra. Col vespro del sabato di Lazzaro  si  conclude  il  periodo  quaresimale.
Lungo l'intera quaresima, la tradizione bizantina recita alla fine di tutte le ore dell'ufficiatura la preghiera attribuita a sant'Efrem il Siro, che riassume il cammino di conversione di ogni cristiano:  "Signore e sovrano della mia vita, non darmi uno spirito di pigrizia, d'indolenza, di superbia, di vaniloquio. Dà a me, tuo servitore, uno spirito di sapienza, di umiltà, di pazienza e di amore. Sì, Signore e re, dammi di vedere i miei peccati e di non condannare mio fratello, perché tu sei benedetto nei secoli".

P. Manuel Nin osb
Pontificio Collegio Greco
Roma
Nota: Pubblicato all’Osservatore Romano, 25 febbraio 2009

miércoles, 19 de junio de 2013

Dio diviene uomo
per rendere Adamo Dio

di Manuel Nin
La festa dell'Annunciazione della santissima Madre di Dio e sempre vergine Maria è una delle poche feste che troviamo in quaresima nella tradizione bizantina. Della festa abbiamo testimonianze precise a Costantinopoli attorno al 530, e anche Romano il Melode le dedica nel vi secolo un kontàkion. Allo sviluppo della festa contribuirono le omelie antiariane che sottolineano, accanto all'umanità di Cristo, anche la sua divinità eternamente sussistente in Dio, e l'omiletica siriana, che sottolinea con forza il parallelo tra Eva e Maria. A Roma la festa fu introdotta da Papa Sergio i (687-701), di origine siriaca, con una celebrazione liturgica a Santa Maria Maggiore e una processione.

Sin dall'inizio la festa fu celebrata il 25 marzo, sempre nel periodo quaresimale, un tempo dunque che esclude qualsiasi solennità. Nel 692 il quarto concilio di Costantinopoli prescrisse però di celebrare con tutta solennità la festa, e così nelle Chiese bizantine si sviluppò un sistema di rubriche liturgiche che cercano di combinare l'Annunciazione con le ufficiature quaresimali e con quelle della Settimana santa. La festa del 25 marzo ha una vigilia il 24 e un dopo-festa il 26, giorno in cui si celebra la memoria dell'arcangelo Gabriele. Infatti, molto spesso le grandi feste nella tradizione bizantina hanno, il giorno successivo alla festa, la celebrazione del personaggio di cui Dio si serve per portare a termine il suo mistero di salvezza. 
La festa ha come tema portante l'annuncio dell'Incarnazione del Verbo di Dio e la gioia che ne scaturisce. In molti dei tropari ricorre quasi come un ritornello l'esortazione "gioisci":  si tratta di una gioia che non ha niente di superficiale, bensì nasce dalla consapevolezza della salvezza che ci viene data in Cristo, in una festa che cerca di coinvolgere tutta la creazione nella lode e nella contemplazione del mistero celebrato. 
I tropari sono un intreccio di citazioni bibliche, soprattutto veterotestamentarie, profezie che annunciano il Cristo e che la tradizione patristica ha letto sempre in chiave cristologica. Questa stessa accentuazione cristologica è già in tutti i titoli dati a Maria, legati al mistero dell'Incarnazione del Verbo di Dio e della divina maternità di Maria:  "Gioisci, terra non seminata; gioisci, roveto incombusto; gioisci abisso imperscrutabile; gioisci, ponte che fa passare ai cieli e scala elevata contemplata da Giacobbe; gioisci, divina urna della manna; gioisci, liberazione dalla maledizione; gioisci, ritorno di Adamo dall'esilio:  il Signore è con te". 
Un altro tema che torna nei testi liturgici è l'accostamento di meraviglia e dubbio in Maria; meraviglia di fronte a quello che le viene annunciato, dubbio non tanto di fronte a quello che dovrà avverarsi, bensì di non essere di nuovo ingannata come Eva da qualcuno che annuncia grandi cose ("sarete come Dio"). Un altro accostamento di meraviglia e stupore è applicato dalla liturgia anche all'arcangelo di fronte al contenuto dell'annuncio, con una serie di affermazioni cristologicamente contrastanti, molto simili ai temi degli Inni di sant'Efrem il Siro:  "L'inafferrabile che è nel più alto dei cieli, nasce da una vergine! Colui che ha il cielo per trono e la terra come sgabello si rinchiude nel grembo di una donna! Colui che i serafini dalle sei ali non possono fissare, si compiace di incarnarsi da lei. Colui che qui è presente è il Verbo di Dio". 
Le letture del vespro sono prese dall'Antico Testamento, pericopi che già tutta la tradizione patristica di oriente e occidente legge in chiave cristologica:  la scala di Giacobbe (Genesi, 28, 10-17); la porta chiusa da dove passa soltanto il Signore (Ezechiele, 43, 27 - 44, 4); la casa costruita dalla sapienza di Dio (Proverbi, 9, 1-11). Il tropario della festa riassume in modo breve e chiaro il tema di fondo della celebrazione:  "Oggi è il principio della nostra salvezza e la manifestazione del mistero nascosto da secoli:  il Figlio di Dio diviene Figlio della Vergine, e Gabriele porta la buona novella della grazia. Con lui dunque acclamiamo alla Vergine:  Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te". 
Nell'ufficiatura del mattutino uno dei suoi testi è di un autore bizantino, Teodoro Graptos (778-845), vissuto in piena controversia iconoclasta. L'opera è un acrostico, e si svolge servendosi di un genere letterario che già Efrem usa spesso, cioè quello del dialogo o disputa tra due personaggi - qui tra l'arcangelo e la Madre di Dio - a strofe alterne. L'autore riprende il tema accennato già al vespro, la meraviglia dello stesso arcangelo per quello che deve annunciare, e lo stupore e la paura della Vergine, paura di essere ingannata di nuovo come Eva. 
L'ultimo dei tropari del mattutino riassume il mistero della nostra salvezza, già manifestato nei vangeli e nella tradizione patristica:  "Il mistero che è dall'eternità è oggi rivelato, e il Figlio di Dio diviene figlio dell'uomo, affinché, assumendo ciò che è inferiore, possa comunicarmi ciò che è superiore; Dio diviene uomo per rendere Adamo Dio". 
Nella Divina liturgia del giorno 25 si leggono due brani, dalla lettera agli Ebrei (2, 11-18) e dal vangelo di Luca (1, 24-38). "E l'angelo andò via da lei". Questo versetto che chiude la pericope dell'Annunciazione mi fa sempre impressione. Il Signore ci annuncia la sua buona novella e poi ci lascia? No, non è l'abbandono né la solitudine che dobbiamo leggere nel vangelo di Luca, ma il fatto che nella nostra vita cristiana siamo chiamati a dare una risposta, con la nostra responsabilità e maturità, umana e cristiana.



Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma
Publicado en ©L'Osservatore Romano - 25 marzo 2009


Dio diviene uomo per rendere Adamo Dio.
La festa dell’Annunciazione della Santissima Madre di Dio nella tradizione bizantina.
            La festa dell’Annunciazione della Santissima Madre di Dio e sempre vergine Maria, è una delle poche feste che troviamo lungo la Quaresima nella tradizione bizantina, ed ha il suo fondamento biblico nei Vangeli, specialmente in quello di Luca. Si tratta di una delle antiche feste cristiane, e ne abbiamo testimonianze precise quando viene introdotta a Costantinopoli attorno al 530; anche Romano il Melode (VI secc) ne ha un kondákion. Allo sviluppo di questa festa contribuirono le omelie patristiche di tendenza antiariana che cercavano di sottolineare, accanto all’umanità di Cristo, anche la sua divinità eternamente sussistente in Dio; ed anche l’omiletica di origine siriaca che sottolineava fortemente il parallelo Eva – Maria, e che troviamo molto presente nell’ufficiatura della festa. A Roma la festa fu introdotta da papa Sergio I (687-701) di origine siriaca, che ne stabilì una celebrazione liturgica a Santa Maria Maggiore con una processione.

            Sin dall’inizio la festa fu celebrata il 25 di marzo e quindi sempre nel periodo quaresimale, tempo che escludeva qualsiasi solennità fino a Pasqua. Il concilio di Costantinopoli 692, detto in Trullo, prescrive di celebrare con tutta solennità la festa, in qualsiasi tempo e giorno essa accada. E così nelle chiese bizantine si sviluppa un ben particolare sistema di rubriche liturgiche che cercano di combinare l’Annunciazione con le ufficiature quaresimali e della Settimana Santa. La festa del 25 marzo ha una vigilia il 24 ed un dopo festa il 26, giorno in cui si celebra la memoria dell’arcangelo Gabriele. Infatti molto spesso le grandi feste nella tradizione bizantina hanno, il giorno successivo alla festa, la celebrazione del personaggio di cui Dio si serve per portare a termine il suo mistero di salvezza. L’iconografia della festa è assai sobria e riprende di solito la pericope di Lc 1, 26-38.

            La festa ha come tematica portante l’annuncio dell’Incarnazione del Verbo di Dio e la gioia che ne scaturisce. Molti dei tropari avranno, quasi un ritornello il “gioisci”; si tratta di una gioia che non ha niente di superficiale bensì nasce dalla consapevolezza della salvezza che ci viene data in Cristo. La festa cerca di coinvolgere tutta la creazione alla lode e alla contemplazione  del mistero celebrato, appunto l’Incarnazione del Verbo di Dio. Nella lettura dei testi dell’ufficiatura del 25 marzo ci accorgiamo che sono dei testi che riassumono tutto il mistero della nostra fede. I tropari sono un intreccio di citazioni bibliche, soprattutto veterotestamentarie, profezie dell’AT che annunciano il Cristo e che la tradizione patristica ha letto sempre in chiave cristologica. Questa stessa lettura la vediamo già in tutti i titoli dati a Maria, titoli cristologici, legati al mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio, e della divina maternità di Maria: Gioisci, terra non seminata; gioisci, roveto incombusto (Es 3,2); gioisci abisso imperscrutabile; gioisci, ponte che fa passare ai cieli e scala elevata contemplata da Giacobbe (Gen 28,12); gioisci, divina urna della manna (Es 16,33); gioisci, liberazione dalla maledizione (Gen 3,15); gioisci, ritorno di Adamo dall’esilio: il Signore è con te (Lc 1,28). Ben otto “gioisci” di cui cinque ripresi dalla Sacra Scrittura.

            Un’altro tema che ritorna nei testi liturgici è l’accostamento meraviglia-dubbio di Maria; meraviglia di fronte a quello che le viene annunciato, dubbio non tanto di fronte a quello che dovrà avverarsi, bensì a non essere di nuovo come Eva ingannata da “qualcuno” che annuncia anche grandi cose: sarete come Dio…  Un altro accostamento meraviglia – stupore la liturgia lo applica anche all’arcangelo stesso di fronte al contenuto dell’annuncio; e qui troviamo una serie di affermazioni cristologicamente contrastanti, molto simili alla stessa tematica trovata negli Inni di sant’Efrem il Siro: l’inafferrabile che è nel più alto dei cieli, nasce da una vergine! Colui che ha il cielo per trono e la terra come sgabello si rinchiude nel grembo di una donna! Colui che i serafini dalle sei ali… non possono fissare, si compiace di incarnarsi da lei… Colui che qui è presente è il Verbo di Dio.

            Le letture del vespro sono prese dall’Antico Testamento, e sono delle pericopi che già tutta la tradizione patristica di Oriente e di Occidente legge in chiave cristologica: Gen 28, 10-17: la scala di Giacobbe; Ez 43, 27-44,4: la porta chiusa da dove passa soltanto il Signore; Pr 9, 1-11: la casa costruita dalla sapienza di Dio. Il tropario della festa riassume in modo breve e chiaro il tema di fondo della celebrazione, cioè il Figlio di Dio che diventa Figlio della Vergine: Oggi è il principio della nostra salvezza e la manifestazione del mistero nascosto da secoli: il Figlio di Dio diviene Figlio della Vergine, e Gabriele porta la buona novella della grazia. Con lui dunque acclamiamo alla Vergine: Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te.

            Vorrei accennare all’ufficiatura del mattutino in uno dei suoi testi: la composizione (cànone) di un autore bizantino, Teodoro Graptos (778-845) vissuto in piena controversia iconoclasta. L’opera è un’acrostico, e si svolge servendosi di un genere letterario che già Efrem usa spesso, cioè quello del “dialogo” o “disputa” tra due personaggi, nel nostro casi tra l’arcangelo e la Madre di Dio; intervenendo ognuno di loro a strofe alterne. L’autore riprende quel tema accennato già al vespro, la meraviglia dello stesso arcangelo per quello che deve annunciare, lo stupore e la paura della Vergine, paura ad essere di nuovo come Eva ingannata:

L’angelo: Il roveto che, accolta la fiamma, è rimasto incombusto, o piena di grazia ignara di nozze, ha mostrato l’ineffabile realtà del mistero che ti riguarda: dopo il parto infatti, o pura, tu rimarrai sempre vergine.
La Madre-di-Dio: Tu che risplendi della luce del Dio onnipotente, o araldo di verità, dimmi, Gabriele, con tutta sincerità: come, rimanendo integra la mia purezza, partorirò il Verbo incorporeo nella carne?
L’angelo: Con riverenza io sto davanti a te, come servo davanti alla padrona; con timore dunque, o Vergine, con trepido rispetto ti considero: come pioggia sul vello scenderà su di te il Verbo del Padre, secondo il suo beneplacito.
La Madre-di-Dio: Come potrà colui che da nulla è contenuto e che per tutti è invisibile abitare nel grembo di una vergine che egli stesso ha plasmato? Come dunque concepirò Dio, il Verbo che, come il Padre e lo Spirito, è senza principio?
L’angelo: Gioisci, Sovrana, gioisci, Vergine tutta pura; gioisci, ricettacolo di Dio; gioisci, lampada luminosa; riconciliazione di Adamo, riscatto di Eva, monte santo, fulgido santuario e talamo di immortalità.

              L’ultimo dei tropari del mattutino riassume tutto il mistero della nostra salvezza già manifestato nei Vangeli ed in tutta la tradizione patristica: Il mistero che è dall’eternità è oggi rivelato, e il Figlio di Dio diviene Figlio dell’uomo, affinché, assumendo ciò che è inferiore, possa comunicarmi ciò che è superiore… ma Dio diviene uomo per rendere Adamo Dio… La Divina Liturgia del giorno 25 legge le pericope di Eb 2, 11-18, e Lc 1, 24-38:    E l’angelo andò via da lei. Il versetto del vangelo di Luca che chiude la pericope dell’Annunciazione mi fa sempre impressione. Il Signore ci annuncia la sua Buona Novella, poi ci lascia…? Non è l’abbandono né la solitudine che dobbiamo leggere nel versetto del vangelo di Luca, ma sì il fatto che nella nostra vita cristiana saremo chiamati a dare una risposta dalla nostra propria responsabilità e maturità umana e cristiana.


Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma