lunes, 2 de octubre de 2017

Il canone della Domenica delle Palme ed il tropario dell’innografa Cassianì.
In cielo assiso in trono, in terra sull’asinello
            All’inizio della celebrazione della grande settimana della passione, morte e risurrezione del Signore, vorrei soffermarmi su due testi innografici della tradizione bizantina: uno della domenica delle Palme e l’altro del mercoledì santo. Il primo è il canone dell’ufficiatura del mattutino della domenica delle Palme nella tradizione bizantina, un poema attribuito a Cosma, innografo bizantino della seconda metà del VII secolo, monaco di san Saba e vescovo di Maiouma. Si tratta di un testo che riprendendo ancora il tema della risurrezione di Lazzaro celebrato lungo la settimana precedente lo mette assieme all’ingresso di Gesù a Gerusalemme: “L’ade tutto tremante, al tuo comando lasciò andare Lazzaro, morto da quattro giorni, perché tu, o Cristo, sei la risurrezione e la vita: in te è stata consolidata la Chiesa che accla­ma: Osanna, benedetto sei tu che vieni”. La lode dei bimbi e dei lattanti, immagine presa dal salmo 8, diventa la lode di tutta la Chiesa: “È lode della bocca di bimbi innocenti e di lattanti, la lode dei tuoi supplicanti che ti sei composta per abbattere l’avversario, per vendicare con la passione della croce la caduta dell’antico Adamo… La Chiesa dei santi ti offre una lode, o Cristo…”. La Chiesa che con i bimbi loda Cristo è la stessa che su di lui, che ne è la pietra angolare, viene fondata: “Bevve il popolo d’Israele alla dura roccia tagliata da cui per tuo comando sgorgava l’acqua: ma la roccia sei tu, o Cristo, e su questa pietra è stata consolidata la Chiesa…” Alcuni dei tropari di questo canone sottolineano il fatto che colui che entra umile su un puledro è anche il Creatore del cielo e della terra: “In cielo assiso in trono, in terra sull’asinello, o Cristo Dio, tu hai accolto la lode degli angeli e l’acclamazione dei fanciulli: Benedetto sei tu che vieni a richiamare Adamo dall’esi­lio… le folle portavano rami di piante… Vedendoti su un asinel­lo, ti contemplavano come assiso sui cherubini, e per questo a te così gridavano: Osanna nel piú alto dei cieli…”. Ancora il poema mette in parallelo le acclamazioni dei bimbi in questa domenica con il loro pianto quando furono sgozzati da Erode: “Poiché hai legato l’ade, o immortale, ucciso la morte e risuscitato il mondo, con palme ti esaltavano i bambini, o Cristo, come vincitore… I bimbi non saranno più sgozzati per il bimbo di Maria perché per tutti, bimbi e vecchi, tu solo sarai crocifisso. La spada non si volgerà piú contro di noi, perché il tuo fianco sarà trafitto dalla lancia. Perciò diciamo esultan­ti: Benedetto sei tu che vieni per richiamare Adamo dall’esilio”.    
            Il secondo testo su cui vogliamo soffermarci è tropario dell’innografa Cassianì. Si tratta di uno dei testi della liturgia bizantina per il mercoledì santo che viene cantato al mattutino e al vespro. È un tropario di una bellezza e di una profondità uniche nel suo genere, scritto da una monaca che visse a Costantinopoli nella prima metà del IX secolo. Nel suo insieme canta l’unzione che la donna peccatrice fecce a Gesù prima della sua passione. La figura delle donne mirrofore –portatrici di unguento, di miron- è presente nei vangeli, sia prima della passione di Cristo, come nel nostro caso, sia dopo la risurrezione di Gesù. Il tropario non precisa, e non lo farà la stessa liturgia bizantina del mercoledì santo, l’identità della donna: una peccatrice, come viene presentata da Mt e da Mc; oppure Maria sorella di Lazzaro, come viene presentata da Gv. Il nostro testo è un canto alla misericordia, al perdono e all’amore eterno di Dio per l’uomo, pur peccatore che esso sia, manifestatosi pienamente in Gesù Cristo. Il testo lo proponiamo diviso in quattro parti per facilitarne la lettura, benché ha in se stesso una unità infrangibile.
                   “La donna caduta in molti peccati, sente la tua divinità, o Signore, e, assumendo l=ufficio di mirrofora, ti offre il miron con le lacrime prima della tua sepoltura, dicendo…”:. La prima parte del testo situa l’azione della donna; essa è peccatrice benché sente, percepisce sia nei sensi che nel cuore la divinità di Cristo, il suo potere di guarire, la sua forza per perdonare e salvare. Il peccato non allontana la donna dal vedere e confessare Cristo, la sua divinità. Il processo di conversione della donna, il suo avvicinarsi a Cristo, il testo lo presenta con l’immagine dell’assumere un mestiere, quello di mirrofora, portatrice di unguento, offrendo a Cristo il miron prima della sua sepoltura; e qui il tropario fa la stessa lettura che Cristo fa nel vangelo di Giovanni sull’unzione che serve appunto per preparare la sua sepoltura. Il testo sembra voler indicare anche che dopo la risurrezione sarà Cristo stesso che darà alla donna, all’umanità redenta, lui stesso come miron, come unguento di salvezza. In questa prima parte l’autrice usa la stessa immagine adoperata anche dagli autori degli altri tropari del mercoledì santo: il gioco di parole tra l’unguento e Colui che è l’Unto, che è il vero Miron, cioè Cristo.
                   “Ahimè, sono prigioniera di una notte senza luce di luna, furore tenebroso di incontinenza, amore di peccato! Accetta i torrenti delle mie lacrime, tu che attiri nelle nubi l=acqua del mare. Piègati ai gemiti del mio cuore, tu che hai piegato i cieli nel tuo ineffabile annientamento”. La seconda parte del poema è la preghiera accorata della donna allo stesso Cristo. Il primo versetto di questa seconda parte: una notte senza luce di luna è un’immagine applicata non soltanto all’oscurità dell’anima peccatrice, ma soprattutto un riferimento alla Pasqua celebrata nel giorno di luna piena, ad indicare una vita senza la luce di Cristo, che è la vera Pasqua; notte senza la luce della luna, una notte senza la Pasqua di Cristo. Essendo tutto il tropario indirizzato a Cristo, l’autrice usa in questa parte due immagini cristologicamente contrastanti, con i testi di Gb 36,27 e del salmo 17,10; si tratta di uno stile usato spesso nei testi liturgici bizantini e siriaci, quello di presentare immagini molto contrastanti per sottolineare sia la vera divinità di Cristo che la sua vera umanità, immagini che tra di esse si completano. Sono da notare anche i due imperativi messi da Cassianì in bocca della donna: accetta e piégati; le forme imperative usate in testi liturgici danno l’idea della grande fiducia e libertà dell’uomo nei confronti di Dio.
                   “Bacerò i tuoi piedi immacolati, li asciugherò con i riccioli del mio capo, quei piedi di cui Eva a sera percepì il suono dei passi nel Paradiso e per timore si nascose. Chi mai potrà scrutare la moltitudine dei miei peccati e l=abisso dei tuoi giudizi, o mio Salvatore, che salvi le anime?” La terza parte presenta l’atteggiamento della donna: il suo amore verso Cristo che nel poema è chiaramente anche il Creatore che cammina nel paradiso e di cui Eva sente i passi. Si tratta di un tema frequente nei Padri quello del Logos Creatore. Singolare la bellezza nel nostro testo dell’immagine o l’accostamento tra i piedi di Cristo baciati dalla donna ed i piedi di cui Eva sente il suono nel paradiso. I peccati della donna sono moltitudine; i giudizi, le decisioni di Cristo nei suoi confronti sono un abisso di misericordia, come la si presenta nella preghiera conclusiva: “Non disprezzare la tua serva, tu che possiedi incommensurabile la misericordia!”
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


In cielo assiso in trono
in terra sull'asinello
di MANUEL NIN

Il canone dell'ufficiatura del mattutino della domenica delle Palme nella tradizione bizantina è attribuito a Cosma, innografo bizantino della seconda metà del VII secolo, monaco di san Saba e vescovo di Maiouma. Il testo riprende il tema della risurrezione di Lazzaro: "L'ade tutto tremante, al tuo comando lasciò andare Lazzaro, morto da quattro giorni, perché tu, o Cristo, sei la risurrezione e la vita: in te è stata consolidata la Chiesa che acclama: Osanna, benedetto sei tu che vieni". La Chiesa che con i bimbi loda Cristo è la stessa che su di lui, pietra angolare, viene fondata: "Bevve il popolo d'Israele alla dura roccia tagliata da cui per tuo comando sgorgava l'acqua: ma la roccia sei tu, o Cristo, e su questa pietra è stata consolidata la Chiesa".
Alcuni tropari del canone sottolineano che chi entra umile su un puledro è anche il Creatore del cielo e della terra: "In cielo assiso in trono, in terra sull'asinello, o Cristo Dio, tu hai accolto la lode degli angeli e l'acclamazione dei fanciulli: Benedetto sei tu che vieni a richiamare Adamo dall'esilio. Vedendoti su un asinello, ti contemplavano come assiso sui cherubini, e per questo a te così gridavano: Osanna nel più alto dei cieli".

Il poema mette in parallelo le acclamazioni dei bimbi in questa domenica con il loro pianto quando furono sgozzati da Erode: "Poiché hai legato l'ade, o immortale, ucciso la morte e risuscitato il mondo, con palme ti esaltavano i bambini, o Cristo, come vincitore. I bimbi non saranno più sgozzati per il bimbo di Maria perché per tutti, bimbi e vecchi, tu solo sarai crocifisso. La spada non si volgerà più contro di noi, perché il tuo fianco sarà trafitto dalla lancia. Perciò diciamo esultanti: Benedetto sei tu che vieni per richiamare Adamo dall'esilio".
Il tropario dell'innografa Cassianì è uno dei testi per il mercoledì santo che viene cantato al mattutino e al vespro. Di bellezza e profondità uniche nel suo genere, è stato scritto da una monaca che visse a Costantinopoli nella prima metà del IX secolo. Canta l'unzione che la donna peccatrice riservò a Gesù prima della sua passione. La figura delle donne mirofore - portatrici di unguento (myron) - è nei vangeli, sia prima della passione di Cristo sia dopo la sua risurrezione. Il tropario non precisa l'identità della donna: una peccatrice, come viene presentata da Matteo e da Marco; oppure Maria sorella di Lazzaro, come viene presentata da Giovanni. Il testo è un canto alla misericordia, al perdono e all'amore eterno di Dio per l'uomo, pur peccatore.
La donna peccatrice percepisce la divinità di Cristo, il suo potere di guarire, la sua forza per perdonare e salvare. Il processo della sua conversione è presentato con l'immagine dell'assumere il ruolo di mirofora, che offrendo a Cristo l'unguento in previsione della sua sepoltura, come nel vangelo di Giovanni. E dopo la risurrezione sarà Cristo stesso a dare all'umanità redenta se stesso come unguento di salvezza.
"Ahimé, sono prigioniera di una notte senza luce di luna, furore tenebroso di incontinenza, amore di peccato! Accetta i torrenti delle mie lacrime, tu che attiri nelle nubi l'acqua del mare. Piègati ai gemiti del mio cuore, tu che hai piegato i cieli nel tuo ineffabile annientamento". La seconda parte del poema è la preghiera accorata della donna a Cristo. Il primo versetto non si riferisce soltanto all'oscurità dell'anima peccatrice, ma anche alla Pasqua celebrata nel giorno di luna piena. Essendo tutto il tropario indirizzato a Cristo, l'autrice usa immagini cristologicamente contrastanti per sottolineare sia la vera divinità di Cristo che la sua vera umanità, immagini che tra loro si completano. Sono da notare anche i due imperativi messi da Cassianì in bocca della donna: "accetta" e "piègati", forme verbali che danno l'idea della grande fiducia e libertà dell'uomo nei confronti di Dio.
"Bacerò i tuoi piedi immacolati, li asciugherò con i riccioli del mio capo, quei piedi di cui Eva a sera percepì il suono dei passi nel paradiso e per timore si nascose. Chi mai potrà scrutare la moltitudine dei miei peccati e l'abisso dei tuoi giudizi, o mio Salvatore, che salvi le anime?". La terza parte presenta l'atteggiamento della donna: il suo amore verso Cristo, che nel poema è chiaramente anche il Creatore che cammina nel paradiso e di cui Eva sente i passi. Il tema del Logos creatore è frequente nei Padri, ma nel testo è singolare la bellezza dell'immagine che accosta i piedi di Cristo baciati dalla donna ai piedi di cui Eva sente il suono nel paradiso. I peccati della donna sono moltitudine; ma i giudizi e le decisioni di Cristo nei suoi confronti sono un abisso di misericordia, evocata nella preghiera conclusiva: "Non disprezzare la tua serva, tu che possiedi incommensurabile la misericordia!".

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma

(©L'Osservatore Romano 17 aprile 2011)

domingo, 17 de septiembre de 2017

La festa del Natale nel canone di Cosma di Maiouma
Oggi la Vergine estingue la sete di Adamo.
            L’ufficiatura bizantina del 25 dicembre raccoglie nei tropari la testimonianza di diversi innografi bizantini: Romano il Melodo (VI sec.), Germano di Costantinopoli (VIII sec.), Cosma di Maiouma (VII-VIII secc.), e la monaca innografa Cassianì (IX sec.). Il canone del mattutino della festa è di Cosma di Maiouma, innografo bizantino nato a Damasco verso il 675, vescovo di Maiouma a Gaza nel 734 e morto il 752. Fratello adottivo di Giovanni Damasceno, con lui fu strenuo difensore della venerazione delle icone; come innografo si colloca nella scia di Gregorio di Nazianzo e Romano il Melodo. Le nove odi del canone contemplano il mistero del Verbo di Dio incarnato che nasce nella carne dalla vergine Maria. Il primo tropario di ognuna delle odi raccoglie i diversi temi teologici legati alla festa del Natale, prendendo spunto dal cantico dell'Antico Testamento previsto per ognuna delle parti: l’incarnazione del Verbo di Dio, la sua discesa –umiliazione- tra gli uomini, la verginità di Maria: “Cristo nasce, rendete gloria; Cristo scende dai cieli, anda­tegli incontro; Cristo è sulla terra, elevatevi… Al Figlio che prima dei secoli immutabilmente dal Padre è stato generato, e negli ultimi tempi dalla Ver­gine, senza seme, si è incarnato, al Cristo Dio acclamiamo… Virgulto dalla radice di Iesse, e fiore che da essa proce­de, o Cristo, dalla Vergine sei ger­mo­glia­to dal boscoso monte adombrato, o degno di lo­de: sei venuto incar­nato da una Vergine ignara d’uomo, tu, immateriale e Dio”.
            La nascita di Cristo, Cosma la canta come una nuova creazione, un riplasmare nell’uomo la bellezza della prima immagine: “Colui che, fatto a immagine di Dio, era perito per la tra­sgressione, divenendo del tutto preda della cor­ru­zione, decaduto dalle altezze della vita divina, il sa­pien­te Artefice di nuovo lo plasma… Il Creatore, vedendo perdersi l’uomo che con le sue mani aveva fatto, piegati i cieli, discende, e ne assume tutta la so­stanza dalla divina Vergine pura, prendendo veramente carne… Il Cristo Dio, sapienza, Verbo, potenza, Figlio e splen­dore del Padre, fatto uomo ci ha ria­c­quistati…”. Lo stesso tema lo ritroviamo nella quarta delle odi, dove l’innografo prende spunto dal cantico del capitolo terzo del libro di Abacuc con l’immagine del boscoso monte adombrato che la tradizione cristiana ha interpretato come prefigurazione dell'incarnazione del Verbo e della sua nascita dalla Vergine: “Il profeta Abacuc, con i suoi canti, prediceva un tempo la riplasmazione della stirpe umana, fatto degno di vederla in figura, ineffabilmente. Come bimbo neonato è u­sci­to infatti il Verbo dalla montagna della Vergine per riplasmare i popoli”.
            Il poema, con una professione di fede cristologica chiaramente calcedoniana, sottolinea come Cristo nella sua nascita si fa simile ad Adamo, partecipando pienamente alla natura umana, per portarla alla comunione con la natura divina: “L’Adamo fatto di terra, che aveva partecipato di quel soffio superiore, ma era caduto nella corruzione, sedotto dalla donna, scorgendo il Cristo nato di donna, grida: O tu che per me sei divenuto come me, santo tu sei, Signore. Tu che ti sei reso simile a un vile oggetto di fango, o Cristo; tu che, partecipando della realtà inferiore della carne, ci hai dato di comunicare alla divina natura, divenendo uomo e rimanendo Dio…”. Notiamo anche il parallelo che il testo fa tra Adamo sedotto dalla donna e Cristo nato da donna. L’invocazione di Adamo: “O tu che per me sei divenuto come me…”, la ritroviamo molto simile in uno dei tropari della festa dell'Ascensione del Signore: “O tu che per me come me ti sei fatto povero…”, quasi a mettere in parallelo la sua Nascita (discesa sulla terra) e la sua Ascensione (salita in cielo).
            Nella sesta ode Cosma sviluppa il suo canto a partire del cantico del capitolo 2 del libro di Giona. Il profeta nel ventre del mostro marino è tipo e figura di tutta l’economia di Cristo, dalla sua nascita alla sua risurrezione: “Il mostro marino, dalle sue viscere, ha espulso come embrione Giona, quale lo aveva ricevuto; il Verbo, dopo aver dimorato nella Vergine e avere assunto la carne, da lei è uscito, custodendola incorrotta… È venuto incarnato, il Cristo Dio nostro, che il Padre genera prima della stella del mattino; colui che tiene le re­dini delle potenze immacolate, è deposto nella man­gia­toia… Il Figlio è stato partorito come un neonato dall’argilla di Adamo, ed è stato dato ai fedeli. Egli è padre e principe del secolo futuro, ed è chiamato an­gelo del gran consiglio…”.
            Sempre partendo dall’immagine che trova nel cantico biblico del profeta Daniele, Cosma nell’ode settima accosta i tre fanciulli nella fornace con i pastori, tutti loro attorniati dalla gloria di Dio: “I fanciulli allevati nella pietà, disprezzando un empio comando, non si lasciarono atterrire dalla minaccia del fuoco, ma stando tra le fiamme cantavano: O Dio dei padri, tu sei benedetto… I pastori che vegliavano nei campi ricevettero una luminosa visione che li lasciò sbigottiti: la gloria di Dio ri­fulse intorno a loro, e un angelo gridava: Inneggiate, per­ché il Cristo è nato… Che discorso è questo?, si dissero i pastori; andiamo a vedere l’evento, il Cristo divino…”.
            Nell’ode nona, prendendo spunto dalla prima frase dal cantico della Madre di Dio nel vangelo di Luca, Cosma per sette volte canta il mistero dell'’Incarnazione del Verbo di Dio: “Magnifica, anima mia, colei che è più venerabile e gloriosa delle superne schiere… Magnifica, anima mia, il Dio che nella carne dalla Ver­gine è stato partorito…. Magnifica, anima mia, il Re partorito nella grotta… Magnifica, anima mia, il Dio adorato dai magi… Magnifica, anima mia, la forza della Divinità… Magnifica, anima mia, colei che ci ha riscattati dalla ma­ledizione… Magnifica, anima mia, colei che è più venerabile e gloriosa delle superne schiere”.
            Tra la sesta e la settima delle odi troviamo l’inserzione di due tropari di Romano il Melodo; nel secondo, con delle immagini prese dall’Antico Testamento, il poeta canta con sublime bellezza il mistero della nascita verginale di Cristo: “Betlemme ha aperto l’Eden, venite a vedere: troviamo nel nascondimento le delizie; venite, rice­viamo nella grotta le gioie del paradiso. Là è apparsa la radice non innaffiata che fa germogliare il perdono; là si è trovato il pozzo da nes­suno scavato, a cui Davide un tempo aveva desiderato bere: là è la Vergine che, partorito il bambino, ha súbito estinto la sete di Adamo e di Davide: affrettiamoci dunque al luogo dove è stato partorito piccolo bimbo, il Dio che è pri­ma dei secoli”.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma




Oggi la Vergine
estingue la sete di Adamo
di MANUEL NIN
Nell'ufficiatura bizantina del Natale sono raccolti tropari di diversi innografi tra VI e IX secolo. Il canone del mattutino è di Cosma, nato a Damasco verso il 675, vescovo di Maiouma a Gaza dal 734 e morto nel 752. Fratello adottivo di Giovanni Damasceno, con lui fu strenuo difensore della venerazione delle icone. Le nove odi del canone contemplano il mistero del Verbo di Dio che nasce nella carne dalla vergine Maria. Il primo tropario presenta i temi teologici del Natale: "Cristo nasce, rendete gloria; Cristo scende dai cieli, andategli incontro; Cristo è sulla terra, elevatevi. Al Figlio che prima dei secoli immutabilmente dal Padre è stato generato, e negli ultimi tempi dalla Vergine, senza seme, si è incarnato, al Cristo Dio acclamiamo. Virgulto dalla radice di Iesse, e fiore che da essa procede, o Cristo, dalla Vergine sei germogliato dal boscoso monte adombrato, o degno di lode: sei venuto incarnato da una Vergine ignara d'uomo, tu, immateriale e Dio".Cosma canta la nascita di Cristo come nuova creazione: "Colui che, fatto a immagine di Dio, era perito per la trasgressione, divenendo del tutto preda della corruzione, decaduto dalle altezze della vita divina, il sapiente artefice di nuovo lo plasma. Il Creatore, vedendo perdersi l'uomo che con le sue mani aveva fatto, piegati i cieli, discende, e ne assume tutta la sostanza dalla divina Vergine pura, prendendo veramente carne".

Il poema sottolinea come Cristo nella sua nascita si fa simile ad Adamo, partecipando pienamente alla natura umana, per portarla alla comunione con la natura divina: "L'Adamo fatto di terra, che aveva partecipato di quel soffio superiore, ma era caduto nella corruzione, sedotto dalla donna, scorgendo il Cristo nato di donna, grida: O tu che per me sei divenuto come me, santo tu sei, Signore". Il testo mette in parallelo Adamo sedotto dalla donna e Cristo nato da donna, e l'invocazione di Adamo si ritrova molto simile in un tropario dell'Ascensione del Signore ("o tu che per me come me ti sei fatto povero"), collegando la sua discesa sulla terra alla sua ascensione.
Nella sesta ode Cosma evoca Giona, figura di tutta l'economia di Cristo, dalla nascita alla risurrezione: "Il mostro marino, dalle sue viscere, ha espulso come embrione Giona, quale lo aveva ricevuto; il Verbo, dopo aver dimorato nella Vergine e avere assunto la carne, da lei è uscito, custodendola incorrotta. È venuto incarnato, il Cristo Dio nostro, che il Padre genera prima della stella del mattino; colui che tiene le redini delle potenze immacolate, è deposto nella mangiatoia. Il Figlio è stato partorito come un neonato dall'argilla di Adamo, ed è stato dato ai fedeli. Egli è padre e principe del secolo futuro, ed è chiamato angelo del gran consiglio".
Sulla base del libro di Daniele, Cosma nell'ode settima accosta i tre fanciulli nella fornace ai pastori di Betlemme: "I fanciulli allevati nella pietà, disprezzando un empio comando, non si lasciarono atterrire dalla minaccia del fuoco, ma stando tra le fiamme cantavano: O Dio dei padri, tu sei benedetto. I pastori che vegliavano nei campi ricevettero una luminosa visione che li lasciò sbigottiti: la gloria di Dio rifulse intorno a loro, e un angelo gridava: Inneggiate, perché il Cristo è nato. Che discorso è questo, si dissero i pastori; andiamo a vedere l'evento, il Cristo divino".
Nell'ode nona, prendendo spunto dal cantico della Madre di Dio nel vangelo di Luca, Cosma per sette volte canta il mistero dell'incarnazione: "Magnifica, anima mia, colei che è più venerabile e gloriosa delle superne schiere. Magnifica, anima mia, il Dio che nella carne dalla Vergine è stato partorito. Magnifica, anima mia, il re partorito nella grotta. Magnifica, anima mia, il Dio adorato dai magi. Magnifica, anima mia, la forza della divinità. Magnifica, anima mia, colei che ci ha riscattati dalla maledizione. Magnifica, anima mia, colei che è più venerabile e gloriosa delle superne schiere".
Infine, in un tropario di Romano il Melodo, con immagini prese dall'Antico Testamento, il poeta canta il mistero della nascita verginale di Cristo: "Betlemme ha aperto l'Eden, venite a vedere: troviamo nel nascondimento le delizie; venite, riceviamo nella grotta le gioie del paradiso. Là è apparsa la radice non innaffiata che fa germogliare il perdono; là si è trovato il pozzo da nessuno scavato, a cui Davide un tempo aveva desiderato bere: là è la Vergine che, partorito il bambino, ha subito estinto la sete di Adamo e di Davide: affrettiamoci dunque al luogo dove è stato partorito, piccolo bimbo, il Dio che è prima dei secoli".
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma
(©L'Osservatore Romano 25 dicembre 2011)


jueves, 17 de agosto de 2017

La festa dell’Ingresso della Madre di Dio nel Tempio.
Oggi la sposa di Dio rifulge nella casa del Signore.
            Il 21 del mese di novembre le Chiese cristiane celebrano una delle dodici grandi feste, cioè l’Ingresso della Madre di Dio nel tempio. È una festa che ha un’origine gerosolimitana, legata a la dedicazione di una chiesa nella Città Santa di Gerusalemme. Molti degli aspetti della festa, presenti nei testi liturgici, ci vengono dal Protovangelo di Giacomo, un apocrifo che ha un influsso notevole su diverse feste liturgiche in Oriente ed in Occidente. L’icona stessa della festa mette in evidenza i diversi aspetti che poi troviamo presenti nei testi liturgici: il corteo delle dieci fanciulle che accompagnano Maria, con un chiaro riferimento anche a Mt 25: “vergini recanti lampade, facendo lietamente strada alla sempre Vergine…”; ancora Zaccaria che introduce Maria nel tempio e nel Santo dei Santi: “Oggi è condotto al tempio del Signore il tempio che accoglie Dio, la Madre di Dio, e Zaccaria la riceve…”; infine il cibo con cui Maria è alimentata dall’arcangelo Gabriele, prefigurazione del cibo che è la Parola di Dio e i Santi Doni che si ricevono nel tempio, cioè nella Chiesa: “Nutrita fedelmente con pane celeste, o Vergine, nel tempio del Signore, tu hai generato al mondo il Verbo, pane di vita…”.
       Il cànone del mattutino è attribuito a Giorgio (+860), metropolita di Nicomedia e autori di diversi testi entrati nella liturgia bizantina. Lungo tutte le nove odi del mattutino si snoda, a partire dai titoli dati alla Madre di Dio, il tema centrale della festa: Maria entra nel tempio di Dio per diventare lei stessa Tempio del Verbo di Dio. In primo luogo Maria viene invocata come abitazione e dimora di Dio: “Tu, divenuta più elevata dei cieli, o tutta pura, sei riposta nel tempio di Dio, per essergli prepa­ra­ta come divina abitazione per il suo avvento… Santuario glorioso e sacra offerta, la Vergine puris­sima, riposta oggi nel tempio di Dio, qui è custodita per divenire dimora del Re dell’u­niverso, unico Dio nostro”. A partire dall’immagine veterotestamentaria dell'arca dell'alleanza, Maria è anche chiamata arca, ricettacolo di Colui che è la vera alleanza tra Dio e l’uomo: “Come tempio vivente, arca di Dio, mai accada che mano di profani la tocchi… Meravigliosamente, o pura, la Legge ti ha prefi­gurata come tenda e urna divina, come singolare ar­ca, velo e ver­ga, tempio indissolubile e porta di Dio…”. Ancora troviamo il titolo di tabernacolo, in riferimento a Cristo stesso: “Oggi è condotta al tempio la Vergine tutta imma­colata, per divenire tabernacolo di Dio, Re dell’u­ni­verso…; mentre è ancora bambina nella carne; e il gran­de sacerdote Zaccaria lieto l’ac­coglie come tabernacolo di Dio...; celebriamo spiritualmente una festa solenne, e piamente accla­miamo la Vergine, figlia di Dio e Madre-di-Dio, che viene condotta al tempio del Signore: lei che è stata prescelta da tutte le generazioni, per essere tabernacolo del Cristo, Sovrano universale e Dio di tutte le cose”.
            Il titolo più presente in tutto il canone della festa è quello di tempio. Essa è il tempio che accoglie Dio stesso: “Oggi il tempio vivente della santa gloria del Cristo Dio nostro, la pura, la sola benedetta tra le donne, è presen­tata al tempio della Legge per dimorare nel santo dei santi… È posto all’interno del tempio di Dio il tempio che accoglie Dio, la Vergine santissima…”. Il titolo di tempio associato anche a quello di reggia: “Apparsa come tempio, reggia e vivente cielo del Re, o spo­sa di Dio, oggi sei consacrata nel tempio della Legge…”. Inoltre accogliendo Maria il titolo di tempio collegato all’incarnazione in lei del Verbo eterno di Dio, gli vengono associati anche gli appellativi di immacolato, vivente e indissolubile: “Meravigliosamente, o pura, la Legge ti ha prefi­gurata come tenda e urna divina, come singolare ar­ca, velo e ver­ga, tempio indissolubile e porta di Dio…”. Finalmente legato e alla verginità di Maria e alla sua dimensione sponsale, essa è lodata anche come talamo: “Il purissimo tempio del Salvatore, il talamo pre­­ziosissimo e verginale, il tesoro sacro della gloria di Dio, è oggi introdotto nella casa del Signore…; oggi il tempio è divenuto come amabile paraninfo della Vergine, e stanza nuziale che riceve il vivente talamo di Dio, puro e immacolato, più fulgido di ogni creatura”.
            L’innografo Giorgio, a partire dall’immagine della porta del tempio invalicabile presa dal profeta Ezechiele cap. 44, vede ancora Maria che diventa lei stessa anche porta invalicabile nella sua verginità, entrata del Verbo di Dio nel mondo nella sua incarnazione: “La porta gloriosa, inaccessibile ai pensieri, var­cate le porte del tempio di Dio, ci invita ora a riunirci godere del­le sue divine meraviglie…; la Legge ti ha prefi­gurata come tenda e urna divina, come singolare ar­ca, velo e ver­ga, tempio indissolubile e porta di Dio…; vedendoti profeticamente Salomone come colei che avrebbe accolto Dio, ti chiamò con parole enigmatiche porta del Re, vivente fonte sigillata, o Madre-di-Dio, dal­­la quale è sgorgata l’acqua limpida…”.
            Ognuna delle odi del canone di Giorgio di Nicomedia si chiude con una strofa che dà la chiave cristologica di tutto il testo: ”Cristo nasce, rendete gloria; Cristo scende dai cieli, andategli incontro; Cristo è sulla terra, elevatevi…; al Figlio che prima dei secoli immutabilmente dal Padre è stato generato, e negli ultimi tempi dalla Vergine, senza seme, si è incarnato…; virgulto dalla radice di Iesse, e fiore che da essa procede, o Cristo, dalla Vergine sei germogliato, dal boscoso monte adombrato, o degno di lo­de…; il mostro marino, dalle sue viscere, ha espulso come embrione Giona, quale lo aveva ricevuto; il Verbo, dopo aver dimorato nella Vergine e avere assunto la carne, da lei è uscito, custodendola incorrotta…”.
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


Oggi la sposa di Dio rifulge nella casa del Signore
di MANUEL NIN
Il 21 novembre le Chiese cristiane celebrano una delle dodici grandi feste, l'Ingresso della Madre di Dio nel tempio. È una festa legata alla dedicazione di una chiesa nella città santa di Gerusalemme. Molti degli aspetti presenti nei testi liturgici, vengono dal Protovangelo di Giacomo, un apocrifo che ha un influsso notevole su diverse feste in oriente e occidente.L'icona stessa della ricorrenza mette in evidenza i diversi aspetti presenti nei testi liturgici: il corteo delle dieci fanciulle che accompagnano Maria, con riferimento al vangelo di Matteo ("vergini recanti lampade, facendo lietamente strada alla sempre Vergine"); Zaccaria che introduce Maria nel tempio e nel Santo dei Santi: "Oggi è condotto al tempio del Signore il tempio che accoglie Dio, la Madre di Dio"; infine il cibo con cui Maria è alimentata dall'arcangelo Gabriele, prefigurazione del cibo che è la Parola di Dio e i santi doni che si ricevono nella Chiesa.
Il canone del mattutino è attribuito a Giorgio (+860), metropolita di Nicomedia, autore di diversi testi entrati nella liturgia bizantina. Lungo le nove odi del mattutino si snoda, a partire dai titoli dati alla Madre di Dio, il tema centrale della festa: Maria entra nel tempio di Dio per diventare lei stessa tempio del Verbo di Dio.
A partire dall'immagine veterotestamentaria dell'arca dell'alleanza, Maria è anche chiamata arca, ricettacolo di colui che è la vera alleanza tra Dio e l'uomo: "Come tempio vivente, arca di Dio, mai accada che mano di profani la tocchi. Meravigliosamente, o pura, la Legge ti ha prefigurata come tenda e urna divina, come singolare arca, velo e verga, tempio indissolubile e porta di Dio". Il titolo di tabernacolo si riferisce poi a Cristo stesso: "Oggi è condotta al tempio la Vergine tutta immacolata, per divenire tabernacolo di Dio, re dell'universo; mentre è ancora bambina nella carne; e il grande sacerdote Zaccaria lieto l'accoglie come tabernacolo di Dio, la Vergine, figlia di Dio e Madre di Dio, che viene condotta al tempio del Signore: lei che è stata prescelta da tutte le generazioni, per essere tabernacolo del Cristo, sovrano universale e Dio di tutte le cose".
Il titolo più presente in tutto il canone della festa è quello di tempio. Essa è il tempio che accoglie Dio stesso: "Oggi il tempio vivente della santa gloria del Cristo Dio nostro, la pura, la sola benedetta tra le donne, è presentata al tempio della Legge per dimorare nel santo dei santi. È posto all'interno del tempio di Dio il tempio che accoglie Dio, la Vergine santissima".
L'innografo Giorgio, a partire dall'immagine della porta del tempio invalicabile presa dal profeta Ezechiele (44, 1-3), vede Maria che diventa lei stessa anche porta invalicabile nella sua verginità, entrata del Verbo di Dio nel mondo nella sua incarnazione: "La porta gloriosa, inaccessibile ai pensieri, varcate le porte del tempio di Dio, ci invita ora a riunirci a godere delle sue divine meraviglie; la Legge ti ha prefigurata come tenda e urna divina, come singolare arca, velo e verga, tempio indissolubile e porta di Dio; vedendoti profeticamente Salomone come colei che avrebbe accolto Dio, ti chiamò con parole enigmatiche porta del re, vivente fonte sigillata, o Madre di Dio, dalla quale è sgorgata l'acqua limpida".
Ognuna delle odi del canone di Giorgio di Nicomedia si chiude con una strofa che dà la chiave cristologica di tutto il testo: "Cristo nasce, rendete gloria; Cristo scende dai cieli, andategli incontro; Cristo è sulla terra, elevatevi; al Figlio che prima dei secoli immutabilmente dal Padre è stato generato, e negli ultimi tempi dalla Vergine, senza seme, si è incarnato; virgulto dalla radice di Iesse, e fiore che da essa procede, o Cristo, dalla Vergine sei germogliato".
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


miércoles, 9 de agosto de 2017

Oggi l’albero della croce ci riveste dell'abito della vita
Il cànone di Cosma di Maiouma per la festa della Esaltazione della santa Croce
L’innografia cristiana orientale, specialmente quella di tradizione siriaca e quella di tradizione bizantina, hanno molti testi liturgici in cui si canta la croce di Cristo. Essa viene sempre presentata come luogo di vittoria: di Cristo sulla morte, della vita sulla morte, luogo di morte della morte. Vorrei soffermarmi nel cànone di Cosma di Maiouma (675–752) che troviamo nell’ufficiatura mattutina di tradizione bizantina per la festa dell'esaltazione della Santa Croce il 14 settembre. Cosma era originario di Damasco; preso in adozione nella famiglia di Giovanni Damasceno fu educato assieme a lui e divenne monaco nel monastero di San Sabba. Fu eletto poi vescovo di Maiouma, vicino a Gaza. È autore di diverse composizioni liturgiche entrate a far parte dell'eucologia di tradizione bizantina.
Il cànone è una composizione poetica cantata nell’ufficiatura del mattutino bizantino, che prende il posto dei cantici biblici veterotestamentari previsti per quest’ora di preghiera. Cosma commenta, lungo tutte le otto odi del cànone, i diversi passi dell'Antico Testamento che la tradizione cristiana ha visto e interpretato come prefigurazioni e profezie della croce di Cristo. Nella prima ode è Mosè che, benedicendo il Mar Rosso, prefigura la croce vittoriosa: “Tracciando una croce, Mosè, col bastone ver­ticale, divise il Mar Rosso per Israele che lo passò a piedi asciutti, poi lo riunì su se stesso con frastuono volgendolo contro i carri di faraone, di­segnando, orizzontalmente, l’arma invincibile”. Nell’ode quinta è Giona che pregando con le braccia stese nel ventre del pesce prefigura la passione, la morte e la risurrezione di Cristo stesso: “Nelle viscere del mostro marino, Giona stendendo le palme a forma di croce, chiara­mente prefigurava la salvifica passione: perciò uscendo il terzo giorno, rappre­sentò la risurrezione ultra­mondana del Cristo Dio crocifisso nella carne che con la sua risurrezione il terzo giorno ha illuminato il mondo”.
         Tutta la prima ode, che prende spunto dal cantico di Mosè in Es 15, 1-19, offre a Cosma l’occasione di riprende i grandi momenti della vita del profeta, momenti che tutta la tradizione cristiana ha interpretato come prefigurazioni della croce. Oltre a quello di Mosè benedicente sul Mar Rosso, di cui abbiamo fatto già accenno, troviamo Mosè con le braccia stese contro Amalek; Mosè che innalza il serpente velenoso sul legno; Mosè infine che tocca col bastone la roccia e addolcisce le acque che ne sgorgano: “Stando in mezzo ai due sacerdoti, Mosè prefigurò un tempo in se stesso l’immacolata passione. Atteggiandosi poi a forma di croce, elevò il trofeo con le braccia spalan­cate, annientando il potere del malvagio Amalek… Mosè pose su una colonna il rimedio che salvava dal morso velenoso e distruttore: al legno immagine della croce legò trasversalmente il serpente che striscia per terra, e con questo trionfò del flagello… Un tempo Mosè, con un legno, trasformò nel deserto le sorgenti amare, prefigurando il passaggio delle genti alla pietà, grazie alla croce”.
         Diverse volte lungo tutto il cànone, Cosma ci presenta il parallelo tra la croce e l’albero del paradiso: in esso Adamo si scoprì spogliato; nella Chiesa, grazie all’albero della croce, ogni battezzato si scopre rivestito dell'abito della vita che è Cristo stesso: “Nel paradiso un tempo un albero mi ha spogliato, perché facendomene gustare il frutto, il nemico ha introdotto la morte; ma l’albero della croce, che porta agli uomini l’abito della vita, è stato piantato sulla terra, e tutto il mondo si è riempito di ogni gioia; vedendolo in­nal­­zato, o popoli, con fede acclamiamo concordi a Dio: Piena di gloria è la tua casa”. La croce diventa allora forza ed arma della Chiesa stessa: “Una verga è assunta come figura del mistero… per la Chiesa un tempo sterile, è fiorito ora l’albero della croce, come forza e sostegno… La dura roccia colpita dalla verga, facendo scaturire acqua per un popolo ribelle e duro di cuore, mani­fe­stava il mistero della Chiesa eletta da Dio, di cui la cro­ce è forza e sostegno… Il fianco immacolato colpito dalla lancia fece scaturire acqua e sangue, inaugurando l’alleanza e  lavando i pec­cati: la croce è infatti vanto dei credenti”.
            A partire dell'immagine della croce come albero della vita di cui pende il vero frutto che è lo stesso Cristo, Cosma sviluppa in primo luogo il tema del Cristo crocefisso come esca per “cacciare e far cadere” il nemico che nel paradiso diventa ingannatore con un albero e un frutto: “O albero beatissimo, su cui è stato steso Cristo, Re e Signore! Per te è caduto colui che con un albero aveva ingannato, è stato adescato da Dio che nella carne in te è stato confitto, e che dona la pace alle anime nostre”. Poi Cosma riprende nella stessa quinta ode il tema, comune anche nella tradizione siriaca, della croce come vittoria sul cherubino con in mano la spada fiammeggiante che custodisce l’ingresso del paradiso: “Di fronte a te, albero celebrato su cui fu steso Cristo, ha avuto timore, o croce, la spada roteante che custodiva l’Eden, e si è ritratto il temibile cherubino, di fronte al Cristo in te confitto, che elargisce la pace alle anime nostre”.
            L’autore, in tutto il cànone, sottolinea diverse volte da una parte la professione di fede trinitaria, a partire da immagini veterotestamentarie: “Benedite, fanciulli, pari in numero alla Trinità, Dio Padre Creatore, inneggiate al Verbo che è disceso, e ha mutato il fuoco in rugiada; e sovresaltate per i secoli lo Spirito santissimo, che elar­gi­sce vita a tutti”. D’altra parte, mette anche in evidenza la vera incarnazione del Verbo di Dio, crocefisso, morto e risorto: “Mentre viene innalzato l’albero irrorato dal sangue del Verbo di Dio incarnato, inneggiate, schiere dei cieli, fe­steg­giando il riscatto dei mortali. Adorate, popoli, la croce di Cristo, per la quale è data al mondo la risurrezione… Figli della terra, dispensatori della grazia, con le vostre mani innalzate, con sacro decoro, la croce su cui stette il Cristo Dio e la lancia che trafisse il corpo del Dio Verbo…”.
        Infine il parallelo Chiesa – paradiso che Cosma ha sviluppato in diverse della strofe, lo porta nella nona ode a sviluppare quello di Maria – paradiso: “Sei mistico paradiso che, senza coltivazione, o Madre di Dio, ha prodotto il Cristo, dal quale è stato piantato sulla terra l’albero vivificante della croce: ado­rando lui, per essa che ora viene esaltata, noi ma­gni­fichiamo te... Esultino tutti gli alberi del bosco, perché la loro natura è stata santificata da colui che nel principio l’ha piantata, Cristo, disteso sul legno. Per questo noi lo magnifichiamo”.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma



Oggi la croce ci riveste
dell'abito della vita
di MANUEL NIN
L'innografia cristiana orientale, specialmente nella tradizione siriaca e in quella bizantina, canta la croce di Cristo presentandola sempre come luogo di vittoria sulla morte. Nell'ufficiatura mattutina bizantina per la festa dell'Esaltazione della santa Croce il 14 settembre si trova un canone di Cosma di Maiouma (675-752). Originario di Damasco e adottato dalla famiglia di Giovanni Damasceno, fu con lui educato; monaco nel monastero di San Saba e poi vescovo di Maiouma, vicino Gaza, è autore di composizioni liturgiche entrate nell'eucologia bizantina.

Nel mattutino, il canone prende il posto dei cantici biblici veterotestamentari e Cosma vi commenta i passi veterotestamentari interpretati come prefigurazioni e profezie della croce di Cristo.
Già Mosè prefigura la croce vittoriosa: "Tracciando una croce, Mosè, col bastone verticale, divise il Mar Rosso per Israele che lo passò a piedi asciutti, poi lo riunì su se stesso con frastuono volgendolo contro i carri di faraone, disegnando, orizzontalmente, l'arma invincibile". Poi Giona, pregando con le braccia stese nel ventre del pesce, prefigura la passione e la risurrezione di Cristo: "Nelle viscere del mostro marino, Giona stendendo le palme a forma di croce, chiaramente prefigurava la salvifica passione: perciò uscendo il terzo giorno, rappresentò la risurrezione ultramondana del Cristo Dio crocifisso nella carne che con la sua risurrezione il terzo giorno ha illuminato il mondo".
Cosma vede i grandi momenti della vita di Mosè come prefigurazioni della croce: "Stando in mezzo ai due sacerdoti, Mosè prefigurò un tempo in se stesso l'immacolata passione. Atteggiandosi poi a forma di croce, elevò il trofeo con le braccia spalancate, annientando il potere del malvagio Amalek. Mosè pose su una colonna il rimedio che salvava dal morso velenoso e distruttore: al legno immagine della croce legò trasversalmente il serpente che striscia per terra, e con questo trionfò del flagello. Un tempo Mosè, con un legno, trasformò nel deserto le sorgenti amare, prefigurando il passaggio delle genti alla pietà, grazie alla croce".
Diverse volte Cosma mette in parallelo la croce e l'albero del paradiso: "Nel paradiso un tempo un albero mi ha spogliato, perché facendomene gustare il frutto, il nemico ha introdotto la morte; ma l'albero della croce, che porta agli uomini l'abito della vita, è stato piantato sulla terra, e tutto il mondo si è riempito di ogni gioia". La croce diventa allora arma della Chiesa: "Una verga è assunta come figura del mistero; per la Chiesa un tempo sterile, è fiorito ora l'albero della croce, come forza e sostegno. La dura roccia colpita dalla verga, facendo scaturire acqua per un popolo ribelle e duro di cuore, manifestava il mistero della Chiesa eletta da Dio, di cui la croce è forza e sostegno. Il fianco immacolato colpito dalla lancia fece scaturire acqua e sangue, inaugurando l'alleanza e lavando i peccati: la croce è infatti vanto dei credenti".
Dall'immagine della croce come albero della vita, Cosma sviluppa il tema del Cristo crocefisso come esca per il nemico che nel paradiso diventa ingannatore con un albero e un frutto: "O albero beatissimo, su cui è stato steso Cristo, re e Signore! Per te è caduto colui che con un albero aveva ingannato, è stato adescato da Dio che nella carne in te è stato confitto, e che dona la pace alle anime nostre". Poi viene ripreso il tema della croce come vittoria sul cherubino con la spada fiammeggiante che custodisce l'ingresso del paradiso: "Di fronte a te, albero celebrato su cui fu steso Cristo, ha avuto timore, o croce, la spada roteante che custodiva l'Eden, e si è ritratto il temibile cherubino, di fronte al Cristo in te confitto, che elargisce la pace alle anime nostre".
In tutto il canone l'autore sottolinea la professione di fede trinitaria a partire da immagini veterotestamentarie: "Benedite, fanciulli, pari in numero alla Trinità, Dio Padre creatore, inneggiate al Verbo che è disceso, e ha mutato il fuoco in rugiada; e sovraesaltate per i secoli lo Spirito santissimo, che elargisce vita a tutti". D'altra parte mette in evidenza l'Incarnazione: "Mentre viene innalzato l'albero irrorato dal sangue del Verbo di Dio incarnato, inneggiate, schiere dei cieli, festeggiando il riscatto dei mortali. Adorate, popoli, la croce di Cristo, per la quale è data al mondo la risurrezione".
Infine dal parallelo tra Chiesa e paradiso si sviluppa quello tra Maria e paradiso: "Sei mistico paradiso che, senza coltivazione, o Madre di Dio, ha prodotto il Cristo, dal quale è stato piantato sulla terra l'albero vivificante della croce: adorando lui, per essa che ora viene esaltata, noi magnifichiamo te. Esultino tutti gli alberi del bosco, perché la loro natura è stata santificata da colui che nel principio l'ha piantata, Cristo, disteso sul legno. Per questo noi lo magnifichiamo".

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma

(©L'Osservatore Romano 14 settembre 2011)

jueves, 27 de julio de 2017

Oggi Anna la sterile partorisce Maria, il nido del Signore…

Il kontakion di Romano il Melodo per la festa della

Natività della Madre di Dio

            La Natività della Madre di Dio è una delle feste mariane più arcaiche, di origine gerosolimitana, testimoniata già nel IV secolo ed introdotta a Costantinopoli nel VI secolo e a Roma nel VII. I testi dell'ufficiatura nella tradizione bizantina della festa riprendono delle composizioni di autori gerosolimitani: Stefano (VI secolo) o costantinopolitani: Sergio e Germano (VII-VIII secoli). Sono dei testi che sottolineano e la preghiera di Gioacchino ed Anna nell’angoscia per la loro mancanza di discendenza, e la grande gioia per la nascita di Maria.
Romano il Melodo (VI secolo) ha un kontakion per la festa della Natività della Madre di Dio. Non si tratta di un testo molto lungo, soltanto undici strofe più una di introduzione, che è quella che poi è entrata nel mattutino della festa nella tradizione bizantina. In questa strofa introduttiva l’autore riassume i temi che poi svolgerà lungo l’intero testo, e soprattutto il mistero che la festa stessa celebra e contempla: Maria stessa, che viene cantata con i titoli di “Madre di Dio… Immacolata… nutrice del genere umano”; quindi la sua nascita che è fonte di gioia e di liberazione per due coppie, quella di Gioacchino ed Anna, liberati dalla vergogna della sterilità, e quella di Adamo ed Eva liberati dalla morte: “O Immacolata, con la tua nascita Gioacchino ed Anna furono liberati dalla mortificazione della sterilità, Adamo ed Eva dalla corruzione della morte… la sterile partorisce la Madre di Dio e la nutrice della nostra vita”. Questo ultimo versetto viene poi ripreso come conclusione di ognuna delle undici strofe del kontakion. La tristezza e la sofferenza di Gioacchino ed Anna per la loro mancanza di discendenza, e la grande gioia per la nascita di Maria saranno il filo conduttore di tutto il kontakion. Il mistero della nascita di Maria e dell'incarnazione del Verbo di Dio nel suo grembo porta la gioia a Gioacchino ed Anna, riporta in paradiso Adamo ed Eva.
            L’autore nelle due prime strofe sottolinea appunto la mancanza di discendenza di Gioacchino ed Anna e la loro preghiera fervente per ottenere il dono e la benedizione di Dio: la preghiera di Gioacchino avviene sul monte, quella di Anna nel giardino (il testo greco utilizza la parola “paradiso”); con queste due immagini sembra che Romano voglia evocare dei luoghi che poi Cristo stesso fa diventare luoghi della sua propria preghiera: “La preghiera ed il lamento di Gioacchino ed Anna per la mancanza di figli trovarono accoglienza, giunsero all’orecchio del Signore e fecero germogliare un frutto portatore di vita per il mondo… L’uno sul monte recitava la sua preghiera, l’altra nel giardino sopportava la sua umiliazione…”. In queste strofe è Maria che viene cantata, e Romano raccoglie i titoli che la tradizione patristica e liturgica danno alla Madre di Dio: “frutto portatore di vita”, “tempio santo”.
            Tre altre strofe contemplano e riassumono sia la nascita di Maria sia il suo ingresso nel tempio, due misteri celebrati dalle Chiese cristiane appunto l’8 settembre ed il 21 novembre. Gioacchino ed Anna offrono nel tempio i doni prescritti dopo la nascita di Maria: “Gioacchino aveva già recato doni al tempio, ma non erano stati graditi…: era privo di discendenza. Ma nel tempo opportuno egli presenta la Vergine con i doni di ringraziamento insieme ad Anna… Gioacchino invitò alla preghiera sacerdoti e leviti e condusse Maria in mezzo a loro…”. La quinta strofa del poema riassume tutto il mistero dell'ingresso e la vita di Maria nel tempio, dove lei vive ed è nutrita dalle mani di un angelo, e dove entra accompagnata da dieci vergini con le lampade accese tra le mani. Quindi, servendosi dell'immagine del ruscello che sgorga dal tempio in Ezechiele 47,1ss, Romano sottolinea come, grazie alla presenza di Maria il tempio stesso diventa luogo da dove sgorga la vita: “Un flusso di vita hai fatto sgorgare per noi, tu che avesti il dono di essere nutrita nel santuario da un angelo… tu che sei santa fra i santi, e tempio e nido del Signore. Le vergini condussero la Vergine con lampade prefigurando il Sole che ella diede ai credenti…”. Oltre all’immagine del “tempio”, Romano applica a Maria quella di “nido del Signore”.
            Dalla sesta all’ottava strofa troviamo la preghiera di ringraziamento di Anna. Il dono di Dio per la nascita di Maria la fa simile all’altra Anna per la nascita di Samuele il profeta; costui nel servizio diventa sacerdote del Signore, Maria diventa Madre del Signore: “Tu hai dato ascolto a me, o Signore, come a quella Anna… Ella offrì il figlio Samuele affinché servisse come sacerdote il Signore, e tu anche a me hai fatto un dono… Grande è la mia ventura perché ho generato una figlia che genererà il Signore Dio prima dei secoli, Colui che dopo il parto conserverà la madre vergine come è… Sarà lei, o Misericordioso, la tua porta per la discesa dall’alto dei cieli…”. In questa settima strofa Romano riassume tutto il mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio e della verginità di Maria.
            Romano il Melodo si trattiene ancora a narrare l’incontro ed il fidanzamento di Maria e Giuseppe: “Maria ora risplende al volgere delle stagioni e rimane nel tempio dei santi. Vedendola nel fiore della giovinezza, Zaccaria per indicazione della sorte la pone sotto l’autorità del fidanzato Giuseppe, suo promesso sposo per volere divino. Ella è donata a lui mediante un bastone mosso dallo Spirito Santo”. Nella decima strofa poi Romano elenca, parlando sempre di Maria, tutta una serie di titoli che la collegano direttamente col mistero della salvezza adoperato da Cristo nella sua incarnazione: “Il tuo parto, o Anna veneranda, è benedetto perché hai partorito la gloria del mondo, l’agognata mediatrice per il genere umano. Ella è muraglia, fortezza e rifugio di quanti in lei confidano. Ogni cristiano ha in lei protezione, riparo e speranza di salvezza…”. Il kontakion finisce con una preghiera a Dio Creatore dell'universo e dell'uomo con la sua Parola e la sua Sapienza, lui l’unico amico degli uomini, misericordioso, protettore e pastore del suo gregge.
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio greco
Roma



Romano il Melodo per la Natività della Madre di Dio
Oggi la sterile
partorisce il nido del Signore
La Natività della Madre di Dio è una delle feste mariane più arcaiche, di origine gerosolimitana, testimoniata già nel iv secolo e introdotta a Costantinopoli nel vi secolo e a Roma nel VII. I testi dell’ufficiatura nella tradizione bizantina della festa — che riprendono autori di Gerusalemme (Stefano, VI secolo) o costantinopolitani (Sergio e Germano, secoli VII-VIII) — sottolineano la preghiera di Gioacchino e Anna nell’angoscia per la mancanza di discendenza e la grande gioia per la nascita di Maria.

Romano il Melodo (VI secolo) ha un kontàkion per la festa della Natività della Madre di Dio. Nella strofa introduttiva l’autore riassume i temi svolti nel testo e soprattutto il mistero che la festa celebra e contempla: Maria stessa, cantata con i titoli di «Madre di Dio, immacolata, nutrice del genere umano», e la sua nascita, fonte di gioia per due coppie, quella di Gioacchino e Anna, liberati dalla vergogna della sterilità, e quella di Adamo ed Eva, liberati dalla morte.
Le due prime strofe sottolineano la mancanza di discendenza di Gioacchino e Anna e la loro preghiera fervente per ottenere il dono e la benedizione di Dio: la preghiera di Gioacchino avviene sul monte, quella di Anna nel giardino (in greco, «paradiso»); con queste due immagini Romano sembra evocare luoghi dove poi Cristo stesso pregherà: «La preghiera e il lamento di Gioacchino e Anna per la mancanza di figli trovarono accoglienza, giunsero all’orecchio del Signore e fecero germogliare un frutto portatore di vita per il mondo. L’uno sul monte recitava la sua preghiera, l’altra nel giardino sopportava la sua umiliazione».
Tre altre strofe contemplano e riassumono la nascita di Maria e il suo ingresso nel tempio, due misteri celebrati dalle Chiese cristiane appunto l’8 settembre e il 21 novembre. Gioacchino e Anna offrono nel tempio i doni prescritti dopo la nascita di Maria: «Gioacchino aveva già recato doni al tempio, ma non erano stati graditi: era privo di discendenza. Ma nel tempo opportuno egli presenta la Vergine con i doni di ringraziamento insieme ad Anna. Gioacchino invitò alla preghiera sacerdoti e leviti e condusse Maria in mezzo a loro».
La quinta strofa del poema riassume il mistero dell’ingresso e la vita di Maria nel tempio, dove lei vive nutrita dalle mani di un angelo ed entra accompagnata da dieci vergini con le lampade accese tra le mani. Quindi, servendosi dell’immagine del ruscello che sgorga dal tempio (in Ezechiele, 47, 1-12), Romano sottolinea come, grazie alla presenza di Maria il tempio stesso diventa luogo da dove sgorga la vita: «Un flusso di vita hai fatto sgorgare per noi, tu che avesti il dono di essere nutrita nel santuario da un angelo, tu che sei santa fra i santi, e tempio e nido del Signore. Le vergini condussero la Vergine con lampade prefigurando il Sole che ella diede ai credenti». Oltre all’immagine del «tempio», Romano applica a Maria quella di «nido del Signore».
Segue la preghiera di ringraziamento di Anna. Il dono di Dio per la nascita di Maria la fa simile all’altra Anna per la nascita di Samuele il profeta; costui nel servizio diventa sacerdote del Signore, Maria diventa Madre del Signore: «Tu hai dato ascolto a me, o Signore, come a quella Anna. Ella offrì il figlio Samuele affinché servisse come sacerdote il Signore, e tu anche a me hai fatto un dono. Grande è la mia ventura perché ho generato una figlia che genererà il Signore Dio prima dei secoli, Colui che dopo il parto conserverà la madre vergine come è. Sarà lei, o misericordioso, la tua porta per la discesa dall’alto dei cieli».
Il poeta descrive quindi l’incontro e il fidanzamento di Maria e Giuseppe: «Maria ora risplende al volgere delle stagioni e rimane nel tempio dei santi. Vedendola nel fiore della giovinezza, Zaccaria per indicazione della sorte la pone sotto l’autorità del fidanzato Giuseppe, suo promesso sposo per volere divino. Ella è donata a lui mediante un bastone mosso dallo Spirito Santo».
Alla fine Romano elenca una serie di titoli che collegano Maria col mistero della salvezza operato da Cristo: «Il tuo parto, o Anna veneranda, è benedetto perché hai partorito la gloria del mondo, l’agognata mediatrice per il genere umano. Ella è muraglia, fortezza e rifugio di quanti in lei confidano. Ogni cristiano ha in lei protezione, riparo e speranza di salvezza». Chiude il poema una preghiera a Dio, l’unico amico degli uomini.
 Manuel Nin

8 settembre 2011