miércoles, 25 de septiembre de 2013

La festa dei santi Pietro e Paolo nella tradizione bizantina
…essi sono le ali della conoscenza di Dio… le braccia della croce…
            La festa degli apostoli Pietro e Paolo il giorno 29 giugno è celebrata in tutte le Chiese cristiane di Oriente e di Occidente, e in alcune delle tradizioni orientali come quella bizantina è preceduta da un periodo di digiuno (quaresima) con una durata variabile in quanto essa inizia il lunedì dopo la domenica di Tutti i Santi, che è quella successiva alla domenica di Pentecoste. Collegata ancora alla presente festa dei due apostoli troviamo nella tradizione bizantina il giorno seguente la celebrazione (sinassi) dei Dodici Apostoli, discepoli del Signore, testimoni della sua Risurrezione, predicatori del suo Vangelo nel mondo intero.
            L’iconografia di Pietro e Paolo ci tramanda l’abbraccio fraterno tra i due apostoli; oppure l’icona di Pietro e Paolo che sorreggono l’edificio della Chiesa. Inoltre i tratti iconografici dell’uno e dell’altro sono quelli che troviamo già nella tradizione iconografica e musiva più antica di Oriente e di Occidente, tramandata fino a noi: Pietro con cappelli ricci, fronte bassa e barba corta arrotondata; Paolo invece, fronte alta, calvo e barba lunga e liscia. Questa fedeltà iconografica nei tratti del volto di ambedue ci permette di riconoscere la presenza di Pietro e di Paolo nell’icona della Pentecoste, nell’icona della Dormizione della Madre di Dio ed anche nell’icona della comunione degli Apostoli dove Cristo da una parte dell’icona dà il suo Corpo a Pietro e ad altri cinque apostoli, e dall’altra parte dell’icona Cristo che porge il calice con il suo Sangue a Paolo e ad altri cinque apostoli. Queste icone hanno una chiara simbologia ecclesiologica e sacramentaria e, quindi, vogliono sottolineare il ruolo centrale dei due apostoli nella vita della Chiesa.
     L’ufficiatura vespertina del 29 giugno nei tropari celebra e loda ambedue gli apostoli insieme. Essi vengono inneggiati come “primi tra i divini araldi”, “bocche della spada dello Spirito”. I testi liturgici sottolineano chiaramente che Pietro e Paolo sono gli strumenti dell’opera di salvezza che Cristo stesso porta a termine: “Essi sono le ali della conoscenza di Dio che hanno percorso a volo i confini della terra e si sono innal­za­te sino al cielo; sono le mani del vangelo della gra­zia, i piedi della verità dell’annuncio, i fiumi della sapien­za, le braccia della croce…”. Per tutti e due gli apostoli, il martirio è la meta per raggiungere Cristo stesso: “L’uno, inchiodato sulla croce, ha fatto il suo viaggio verso il cielo, dove gli sono state affidate da Cristo le chiavi del regno; l’altro, decapitato dalla spada, se ne è andato al Salvatore”. Pietro viene invocato anche come “sincero amico di Cristo Dio nostro”, e Paolo come “araldo della fede e maestro della terra”. L’innografia bizantina, come d’altronde anche quella di tradizione latina per la festa dei due santi apostoli, collega Pietro e Paolo alla città di Roma dove cui resero la testimonianza fino al martirio: “stupendi ornamenti di Roma…”, “per loro anche Roma si rallegra in coro…”; “o Pietro, pietra della fede, Paolo, vanto di tutta la terra, venite insie­me da Roma per confermarci”.
I tropari del cànone del mattutino invece, attribuito a Giovanni monaco, alternano lungo le nove odi dei testi e dell’uno e dell’altro dei due apostoli inneggiati separatamente. Pietro viene celebrato come “protos” il primo nel suo ruolo nella Chiesa: “primo chiamato da Cristo”, “capo della Chiesa e grande vescovo”. Pietro è anche teologo in quanto ha confessato Gesù come Cristo: “Sulla pietra della tua teologia, il Sovrano Gesù ha fissato salda la Chiesa”. Pietro, pescatore, viene paragonato al mercante in ricerca di perle preziose: “Lasciato, o Pietro, ciò che non è, hai raggiunto ciò che è, come il mercante: e hai realmente pescato la perla preziosissima, il Cristo”. La Pasqua di Cristo diventa per Pietro da una parte la manifestazione del Risorto e dall’altra il risanamento dalla sua triplice negazione: “A te che eri stato chiamato per primo e che inten­samente lo amavi, a te come insigne capo degli apostoli, Cristo si manifesta per primo, dopo la risurrezione dal sepol­cro… Per cancellare il triplice rinnegamento il Sovrano rinsalda l’amore con la triplice domanda dalla sua voce divina”.
Paolo invece, sempre nel cànone dell’ufficiatura mattutina, viene presentato nel suo ruolo di predicatore e maestro, chiamato a portare davanti alle genti il nome di Cristo: “tu hai posto come fondamento per le anime dei fedeli una pietra preziosa, angolare, il Salvatore e Signore”. Per Paolo, il suo essere portato fino al terzo cielo significa il dono della professione di fede trinitaria: “Levato in alto nell’estasi, hai raggiunto il terzo cielo, o felicissimo, e, udite ineffabili parole, acclami: Gloria al Padre altissimo e al Figlio sua irradia­zio­ne, con lui assiso in trono, e allo Spirito che scruta le profondità di Dio”. Paolo ancora svolge verso la Chiesa il ruolo del paraninfo che la presenta come sposa allo sposo che è Cristo: “Tu hai fidanzato la Chiesa per presentarla come sposa al Cristo sposo: sei stato infatti il suo paraninfo, o Paolo teòforo; per questo, com’è suo dove­re, essa onora la tua memoria”.
Il vespro prevede tre letture prese dalla prima lettera cattolica di Pietro (1Pt 1,3-9; 1,13-19; 2,11-24). Per quanto riguarda le altre letture bibliche, l’ufficiatura del mattutino riporta la pericope evangelica di Gv 21,14-25, mentre nella Divina Liturgia si leggono 2Cor 11,21-12,9, e Mt 16,13-19.
            La tradizione bizantina chiama Pietro e Paolo “i primi corifei” (coloro che occupano il primo posto, la dignità più alta) e anche “i primi nella dignità” (protòthroni). Questo loro primo posto e dignità continua nella Chiesa nel loro “intercedere presso il Sovrano dell’universo perché doni alla terra la pace, e alle anime nostre la grande misericordia”.
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco

Ali della conoscenza di Dio
e braccia della croce
di Manuel Nin
La festa degli apostoli Pietro e Paolo è celebrata il 29 giugno in tutte le Chiese cristiane d'oriente e occidente, e in alcune tradizioni orientali è preceduta da un digiuno di durata variabile che inizia il lunedì dopo la domenica di Tutti i santi, successiva a Pentecoste.
 Collegata alla festa, è il giorno seguente la celebrazione dei Dodici apostoli, testimoni di Cristo e predicatori del Vangelo. 
L'iconografia rappresenta l'abbraccio fraterno tra Pietro e Paolo, o i due apostoli che sorreggono la Chiesa. I tratti sono quelli tradizionali:  Pietro con capelli ricci, fronte bassa e barba corta e tonda; Paolo calvo, con la fronte alta, la barba lunga e liscia. Questa fedeltà permette di riconoscerli nelle icone della Pentecoste, della Dormizione della Madre di Dio e della comunione degli apostoli, dove Cristo su un lato dà il suo corpo a Pietro e a cinque apostoli, e sull'altro porge il calice con il suo sangue a Paolo e ad altri cinque apostoli. Queste icone, dalla chiara simbologia, vogliono sottolineare il ruolo centrale dei due apostoli nella vita della Chiesa. 
L'ufficiatura vespertina celebra i due apostoli come "primi tra i divini araldi", "bocche della spada dello Spirito", strumenti dell'opera di salvezza che Cristo porta a termine:  "Essi sono le ali della conoscenza di Dio che hanno percorso a volo i confini della terra e si sono innalzate sino al cielo; sono le mani del vangelo della grazia, i piedi della verità dell'annuncio, i fiumi della sapienza, le braccia della croce". 
Per entrambi il martirio è la meta per raggiungere Cristo:  "L'uno, inchiodato sulla croce, ha fatto il suo viaggio verso il cielo, dove gli sono state affidate da Cristo le chiavi del regno; l'altro, decapitato dalla spada, se ne è andato al Salvatore". Pietro è invocato anche come "sincero amico di Cristo Dio nostro", e Paolo come "araldo della fede e maestro della terra". L'innografia li collega a Roma, dove resero la loro testimonianza, "stupendi ornamenti" della città:  "O Pietro, pietra della fede, Paolo, vanto di tutta la terra, venite insieme da Roma per confermarci". 
Nel mattutino Pietro è celebrato come "primo", "capo della Chiesa e grande vescovo", ma anche teologo in quanto ha confessato Gesù come Cristo:  "Sulla pietra della tua teologia, il sovrano Gesù ha fissato salda la Chiesa". Il pescatore viene paragonato al mercante in cerca di perle preziose:  "Lasciato, o Pietro, ciò che non è, hai raggiunto ciò che è, come il mercante:  e hai realmente pescato la perla preziosissima, il Cristo". E la Pasqua è per lui manifestazione del risorto e perdono:  "A te che eri stato chiamato per primo e che intensamente lo amavi, a te come insigne capo degli apostoli, Cristo si manifesta per primo, dopo la risurrezione dal sepolcro. Per cancellare il triplice rinnegamento il sovrano rinsalda l'amore con la triplice domanda dalla sua voce divina". 
Paolo invece è presentato come predicatore e maestro, chiamato a portare alle genti il nome di Cristo:  "Tu hai posto come fondamento per le anime dei fedeli una pietra preziosa, angolare, il Salvatore e Signore". Il suo essere portato fino al terzo cielo significa il dono della professione di fede trinitaria:  "Levato in alto nell'estasi, hai raggiunto il terzo cielo, o felicissimo, e, udite ineffabili parole, acclami:  Gloria al Padre altissimo e al Figlio sua irradiazione, con lui assiso in trono, e allo Spirito che scruta le profondità di Dio". E verso la Chiesa svolge il ruolo di chi la porta a Cristo:  "Tu hai fidanzato la Chiesa per presentarla come sposa al Cristo sposo:  sei stato infatti il suo paraninfo, o Paolo teoforo; per questo, com'è suo dovere, essa onora la tua memoria". 
Insieme, Pietro e Paolo sono "i primi corifei", cioè coloro che occupano il primo posto e "i primi nella dignità" (prototroni). Per "intercedere presso il sovrano dell'universo perché doni alla terra la pace, e alle anime nostre la grande misericordia".


P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco

(©L'Osservatore Romano - 28 giugno 2009)

viernes, 20 de septiembre de 2013

…uomo quanto alla natura, angelo quanto alla vita…
La nascita di San Giovanni Battista nella tradizione bizantina

            La figura del “profeta e precursore” (prodromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica bizantina. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione il 23 settembre, la nascita il 24 giugno, e la morte (il martirio, la decollazione) il 29 agosto. Inoltre Giovanni Battista viene celebrato il 7 gennaio, immediatamente dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno dopo una grande festa si celebra il personaggio per mezzo di cui Dio porta a termine il suo mistero di salvezza. Ancora per tre volte del Battista ne celebriamo il ritrovamento delle reliquie (la testa), ed infine ogni martedì la liturgia lo commemora in modo speciale. Nell’anafora di Giovanni Crisostomo il Battista è commemorato, dopo l’epiclesi, in seguito alla Madre di Dio, e nella preghiera conclusiva delle ufficiature bizantine viene sempre ricordato appunto dopo Maria e gli angeli. Le tre celebrazioni indicate (concezione, nascita e morte) mettono il Battista come in parallelo con Cristo stesso e con la Madre di Dio, e questo fatto si riflette anche nell’iconografia: la Deisis, l’icona dei due grandi intercessori, Maria e Giovanni, presso Cristo rappresentato come il Re assiso nel trono di gloria, avendo a sua destra la Regina vestita con un manto d’oro variopinto (salmo 44), a sua sinistra il Precursore, l’angelo che gli prepara il cammino e che lo annuncia e lo indica come l’Agnello di Dio. A livello iconografico ancora, le icone della nascita del Battista, della nascita della Madre di Dio e della nascita di Cristo sono molto simili in quanto alla tematica ed alla distribuzione dell’insieme dei diversi personaggi.
            L’ufficiatura della festa raccoglie dei tropari composti dai grandi innografi bizantini: Giovanni Damasceno, Andrea di Creta, e la monaca Cassianì (IX sec.), che è l’unico esempio di donna innografa nella tradizione bizantina, e che ci ha tramandato anche dei bellissimi testi per il Mercoledì Santo e per il Sabato Santo. I testi liturgici del 24 giugno sottolineano come la nascita di Giovanni Battista inizia l’annuncio della salvezza che arriverà con la nascita di Cristo e che oggi pone fine al mutismo di Zaccaria suo padre: Giovanni, nascendo, rompe il silenzio di Zaccaria, perché non conveniva che il padre tacesse, alla nascita della voce… Oggi la voce del Verbo, scioglie la voce paterna… I titoli dati a Giovanni vengono sempre collegati a Cristo stesso: lampada della Luce, raggio che manifesta il Sole, messaggero del Dio Verbo, paraninfo dello Sposo… Diverse volte i testi liturgici lo chiamano ottimo figlio e cittadino del deserto, e sarà la tradizione monastica di Oriente e di Occidente che avrà sempre una grande stima per il Battista nella sua dimensione di solitudine e di ascesi nel deserto. Ancora in diversi dei testi la liturgia presenterà Giovanni servendosi di immagini per via di contrasto: germoglio della sterile… alba che precorre il sole. La fine della sterilità di Elisabetta è presentata come tipo e preannuncio della fecondità della Chiesa; quella partorirà il Battista, questa partorisce dei figli nel battesimo. Il ruolo che i testi danno a Giovanni è quello di intercessore presso Cristo, e di esserne la voce che lo annuncia, l’angelo che lo precede e ne prepara la strada; per questo fatto anche l’iconografia del Battista molto spesso ce lo presenta con le ali dell’angelo. Lui è l’angelo, il soldato che precede il Re, come lo canta Cassianì all’ufficiatura vespertina della festa: Costui dunque, precedendo come soldato il Re celeste, realmente fa retti i sentieri del nostro Dio, uomo per natura, ma angelo quanto alla vita; abbrac­ciata infatti la castità perfetta e la temperanza, egli possedeva ciò che è secondo natura… Diversi dei tropari mettono in parallelo, con uno scopo chiaramente cristologico, la nascita del Battista e la nascita di Cristo, nascita della voce e nascita del Verbo, nascita da una sterile e nascita da una Vergine; quella del Battista non avviene senza concorso d’uomo, mentre che quella di Cristo avviene dalla Vergine senza concorso umano: Celebriamo il precursore del Signore, che Elisabet­ta ha partorito da matrice sterile, ma non senza seme: Cristo solo, infatti ha attraversato una terra non percorribile e senza seme. Giovanni, lo ha gene­rato una steri­le, ma non senza uomo lo ha partorito; Gesú, lo ha partorito una Vergine pura adombrata dal Padre e dallo Spirito di Dio.
            Tre letture dell’AT vengono proposte al vespro: Genesi 17.18.21 (annuncio e nascita di Isacco); Giudici 13 (annuncio e nascita di Sansone); Isaia 40 (messaggio di consolazione e fine della sterilità del popolo).
            Come accennavamo all’inizio, l’icona della festa riprende la stessa distribuzione di quella della nascita della Madre di Dio, e con molte somiglianze anche quella della nascita di Cristo. Nella parte superiore dell’icona, Elisabetta è sdraiata sul letto, dopo aver partorito il bambino, nella stessa disposizione di Anna nell’icona della nascita di Maria, e di costei nell’icona della nascita di Cristo. Le tre donne nelle tre icone sono simbolo della fecondità della Chiesa per mezzo del battesimo. Nell’angolo inferiore dell’icona vediamo diverse donne che lavano il neonato, scena che troviamo anche nelle due icone della nascita di Maria e di Cristo. In tutte e tre le icone il neonato viene lavato in un catino, con una simbologia chiaramente legata al battesimo. In un angolo dell’icona Zaccaria che scrive su una tavoletta il nome del neonato: Giovanni. Anche Gioacchino e Giuseppe occupano un angolo delle altre due icone delle nascite di Maria e di Cristo, il primo in un atteggiamento di contemplazione del misteri, il secondo rappresentando in se stesso il dubbio dell’umanità di fronte al mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio.
Profeta di Dio e precursore della grazia… Colui che annuncia la salvezza, che precede il dono della grazia, lo celebriamo oggi nel mistero della sua nascita da una coppia di anziani, avanti negli anni, ma resi fecondi dalla grazia dello Spirito che dalla vecchiaia e dalla sterilità fa fruttificare la vera gioia.

P. Manuel Nin osb
Pontificio Collegio Greco
Roma



Uomo per natura
angelo quanto alla vita
di Manuel Nin
La figura del profeta e "precursore" (pròdromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica bizantina. Come per Cristo e Maria, se ne celebra la concezione (23 settembre), la nascita (24 giugno) e la morte (il martirio, la decollazione, 29 agosto). Il Battista viene poi ricordato il 7 gennaio, subito dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno dopo una grande festa celebrano il personaggio per mezzo del quale Dio porta a termine il suo mistero di salvezza. Si celebra anche il ritrovamento delle reliquie (la testa) di Giovanni, mentre ogni martedì la liturgia lo commemora in modo speciale.
Le celebrazioni della concezione, della nascita e della morte mettono il Battista in parallelo con Cristo e con la Madre di Dio, e questo si riflette anche nell'iconografia:  la Dèisis è appunto l'icona dei due grandi intercessori, Maria e Giovanni, presso Cristo rappresentato come il re assiso sul trono di gloria, che ha a destra "la regina vestita con un manto d'oro variopinto" e a sinistra il Precursore, l'angelo che gli prepara il cammino e che lo annuncia e lo indica come "l'agnello di Dio".
L'ufficiatura della festa raccoglie tropari composti dai grandi iconografi bizantini Giovanni Damasceno e Andrea di Creta e dalla monaca Cassianì (ix secolo), unica donna innografa nella tradizione bizantina, che ci ha lasciato anche bellissimi testi per il Mercoledì santo e il Sabato santo. Tutta la liturgia del giorno sottolinea come la nascita di Giovanni Battista sia l'inizio dell'annuncio della salvezza che arriverà con la nascita di Cristo:  "Giovanni, nascendo, rompe il silenzio di Zaccaria, perché non conveniva che il padre tacesse, alla nascita della voce".
I titoli dati a Giovanni vengono sempre collegati a Cristo:  "Lampada della luce, raggio che manifesta il sole, messaggero del Dio Verbo, paraninfo dello sposo". Diverse volte i testi liturgici lo chiamano "ottimo figlio e cittadino del deserto", mentre la tradizione monastica di Oriente e di Occidente avrà sempre una grande stima per il Battista nella sua dimensione di solitudine e di ascesi nel deserto. E ancora in diversi testi la liturgia presenta Giovanni servendosi di immagini per contrasto:  "Germoglio della sterile, alba che precorre il sole".
La fine della sterilità di Elisabetta è presentata come tipo e preannuncio della fecondità della Chiesa; quella partorirà il Battista, questa partorisce dei figli nel battesimo. Il ruolo che i testi danno a Giovanni è quello di intercessore presso Cristo, voce che lo annuncia, angelo che lo precede e ne prepara la strada; per questo anche l'iconografia del Battista molto spesso lo presenta con le ali dell'angelo. Lui è l'angelo, il soldato che precede il re, come lo canta Cassianì all'ufficiatura vespertina della festa:  "Costui dunque, precedendo come soldato il re celeste, realmente fa retti i sentieri del nostro Dio, uomo per natura, ma angelo quanto alla vita; abbracciata infatti la castità perfetta e la temperanza, egli possedeva ciò che è secondo natura".
Diversi tropari mettono in parallelo, con uno scopo chiaramente cristologico, la nascita del Battista e la nascita di Cristo, nascita della voce e nascita del Verbo, nascita da una sterile e nascita da una Vergine; quella del Battista non avviene senza concorso d'uomo, mentre quella di Cristo avviene dalla Vergine senza concorso umano:  "Celebriamo il precursore del Signore, che Elisabetta ha partorito da matrice sterile, ma non senza seme:  Cristo solo, infatti, ha attraversato una terra non percorribile e senza seme. Giovanni, lo ha generato una sterile, ma non senza uomo lo ha partorito; Gesù, lo ha partorito una Vergine pura adombrata dal Padre e dallo Spirito di Dio".
L'icona della festa riprende quella della nascita della Madre di Dio, e con molte somiglianze anche quella della nascita di Cristo. Nella parte superiore Elisabetta è sdraiata sul letto, dopo aver partorito il bambino, nella stessa disposizione di Anna nell'icona della nascita di Maria, e di costei nell'icona della nascita di Cristo. Le tre donne nelle tre icone sono simbolo della fecondità della Chiesa per mezzo del battesimo. Nell'angolo inferiore vediamo diverse donne che lavano il neonato, scena che troviamo anche nelle icone della nascita di Maria e di Cristo. In tutte e tre il neonato viene lavato in un catino, con una simbologia legata al battesimo.
In un angolo Zaccaria scrive su una tavoletta il nome del neonato, Giovanni. Anche Gioacchino e Giuseppe occupano un angolo delle icone della nascita di Maria e di Cristo, il primo in un atteggiamento di contemplazione del mistero, il secondo rappresentando in se stesso il dubbio dell'umanità di fronte al mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio. Colui che è "profeta di Dio e precursore della grazia", che annuncia e precede il dono di Cristo, lo celebriamo oggi nel mistero della nascita da una coppia di anziani, avanti negli anni ma resi fecondi dalla grazia dello Spirito, che dalla vecchiaia e dalla sterilità fa fruttificare la vera gioia.
P. Manuel Nin osb
Pontificio Collegio Greco
Roma

(©L'Osservatore Romano - 24 giugno 2009)

lunes, 2 de septiembre de 2013

L’Incontro dei vescovi Orientali Cattolici dell’Europa in Ucraina, 12-14 maggio 2009
Nel seminario “Beato Teodor Romza” di Uzhorod in Ucraina, si è svolto nei giorni 12, 13 e 14 di maggio 2009 l’incontro, ormai diventato annuale, dei Gerarchi Orientali Cattolici d’Europa (CHOCE), per la prima volta sotto il patrocinio del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), nell’accoglienza fraterna di Mons. Milan Šášik, Amministratore Apostolico «ad nutum Sanctae Sedis» dell’Eparchia di Mukacheve di rito bizantino.
Erano presenti all’incontro, presieduti da S.B. il Card. Lubomyr Husar, Arcivescovo Maggiore di Kyiv-Halych, ben 37 partecipanti provenienti dai 13 paesi d’Europa: Ucraina, Polonia, Bielorussia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Cipro, Bulgaria, Germania, Serbia, Grecia, Italia. Era presente anche P. Cyril Vasyl’, neo-eletto arcivescovo Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, la cui partecipazione a suo tempo era stata programmata fra i relatori. Fra gli ospiti è stato anche il neo-vescovo ausiliare dell’eparchia greco-cattolica ucraina dell’Argentina, Mons. Sviatoloslav Shevchuk, ancora rettore del Seminario arcivescovile di Lviv. Per la prima volta era anche presente Mons. Youssef Soueif, arcivescovo maronita di Cipro. Lo svolgersi dell’incontro era scandito dai lavori mattinali in aula, e dalle visite e celebrazioni liturgiche pomeridiane in diversi santuari e Chiese greco cattoliche della regione.
         I lavori sono stati aperti dai saluti del Vescovo ospitante Mons. Šášik e di Mons. Jurkovič, Nunzio Apostolico in Ucraina che, oltre a quello personale, ha portato anche il significativo messaggio augurale inviato da S. Em. il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, impegnato nell’accompagnare il Santo Padre nella visita pastorale in Terra Santa.
         Il tema scelto questa volta, in continuazione con quelli svolti precedentemente, è stato il sacramento dell’Ordine Sacro, accogliendo così anche l’indicazione di Papa Benedetto XVI che ha chiesto a tutta la Chiesa di dedicare un anno alla riflessione sul ministero e sulla figura del sacerdote cristiano.
         Il primo tema, Aspetti teologici e liturgici del sacramento della ordinazione, è stato svolto dall’archimandrita p. Manuel Nin, Rettore del Pontificio Collegio Greco di Roma. Il relatore ha iniziato con un percorso storico delle diverse tradizioni per analizzare, poi, il rituale dell’ordinazione del diacono, del presbitero e del vescovo con tutti i significati emergenti. La seconda parte della relazione ha avuto come oggetto la lectio dell’Omelia sul sacerdozio e del Dialogo sul sacerdozio di san Giovanni Crisostomo facendone emergere tutti gli elementi utili ieri ed oggi per i pastori delle Chiese cristiane.
         Il secondo giorno ha avuto come tema: Il sacramento dell’ordine: diritti e obblighi del vescovo e dei sacerdoti, svolto da p. Cyril Vasil’, eletto arcivescovo segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, e ancora Rettore del Pontificio Istituto Orientale di Roma. Partendo da due citazioni dei documenti conciliari Christus Dominus e Presbyterorum Ordinis, ha fatto emergere alcuni termini-chiave che ha successivamente illustrato con gli elementi costitutivi delle relazioni reciproche tra vescovi e sacerdoti.
Il terzo giorno è stato dedicato all’analisi delle Prospettive bibliche del sacerdozio di Gesù nella Lettera agli Ebrei, tema trattato da p. Ròbert Jàger, biblista dell’Eparchia di Košice. Dopo una lettura dettagliata ed altamente specialistica di alcune parti del celebre testo, l’attenzione del relatore si è soffermata sull’immagine del pastore congiunta ad una interpretazione dei concetti che emergono dalla parabola riportata dall’evangelista Giovanni al cap. 10 e dal salmo 24.
La giornata conclusiva dei lavori si è svolta alla presenza di S. Em. Il cardinale Péter. Erdő, Presidente del CCEE. Al suo intervento ha premesso un’ampia giustificazione della decisione di dare il proprio patrocinio da parte del CCEE, intendendo comunque garantire la libertà finora goduta dall’iniziativa dei Gerarchi Orientali cattolici d’Europa e mettendo, in caso di necessità, a disposizione la collaborazione del Consiglio da lui stesso presieduto. Ha trattato quindi in modo magistrale il tema Libertà, assistenza religiosa e reciprocità fra Confessioni Cristiane. Dopo aver precisato i termini del problema, si è soffermato sui diversi significati della reciprocità nel diritto internazionale ed ecclesiastico per approfondire successivamente le possibilità di reciprocità nel diritto canonico e concludere con l’esemplificazione di alcune situazioni di reciprocità tra diverse confessioni cristiane. Ad ogni relazione sono seguiti una discussione in assemblea ed i lavori di approfondimento in circoli minori.
Come è stato fatto ad ogni incontro, a partire da quello del 1997, anche quello di quest’anno ha avuto anche le caratteristiche del pellegrinaggio: il primo giorno ci si è recati al Santuario di Boroniavo dove si venera una miracolosa Icona della Madre di Dio. Il carattere pellegrinante è stato vissuto anche nelle diverse chiese dove è stata celebrata la Divina Liturgia: nel Sobor di Khust, presieduta dall’arcivescovo di Lviv degli Ucraini Mons. Ihor VoZniak con l’omelia tenuta dal vescovo Ausiliare di Kyiv Mons. Bohdan Dzyurakh; nella concattedrale di Mukachevo, presieduta da Mons. Milan Šášik con l’omelia tenuta da Mons. Peter Rusnák, Vescovo di Bratislava per i cattolici di rito bizantino; ed infine nella cattedrale di Uzhhorod, presieduta dall’Arcivescovo-Metropolita di Prešov dei cattolici di rito bizantino Mons. Ján Babjak con l’omelia tenuta da Mons. Vasile Bizău, Vescovo di Curia dell’Arcivescovo Maggiore di Blaj. Per evidenziare il tema trattato, ad ogni celebrazione S.E. Mons. Šášik ha conferito ordinazioni diaconali e sacerdotali ad alcuni seminaristi. Lodevole e davvero impressionante era la partecipazione massiva della popolazione con i canti eseguiti dai cori e dai fedeli. E per vivere davvero la realtà internazionale dell’evento, le preghiere sono state sempre proposte in tutte le lingue delle nazioni dei Gerarchi partecipanti. Un commovente canto di comunione è stato eseguito nelle lingue siriaca ed araba dall’arcivescovo maronita Mons. Youssef Soueif.
Nella seduta dell’ultimo giorno, i presenti hanno deciso di tenere la prossima sessione dei lavori in Bulgaria dal 7 al 10 ottobre 2010 su invito dell’esarca del luogo S.E. Mons. Christo Proykov, Esarca Apostolico di Sofia per i cattolici di rito bizantino-slavo residenti in Bulgaria, nella ricorrenza del 150° anniversario dell’Unione dei Bulgari. Il tema scelto sarà: I criteri di ecclesialità delle Chiese cattoliche orientali e la realtà di oggi (aspetti ecclesiologici e pastorali).
         I lavori dell’incontro, nella sede del seminario sopra citato, sono stati organizzati in tutti i dettagli dall’equipe della segreteria tecnica dell’incontro, con i servizi di traduzione simultanea dei diversi oratori, ed anche dell’impegno generoso dei seminaristi e sacerdoti.
         L’ormai decennale tradizione di questi incontri ecclesiali e fraterni, iniziati a Nyiregyhaza in Ungheria nel 1997, ci ha permesso ancora una volta di vedere e di vivere il desiderio e lo slancio delle Chiese Orientali Cattoliche di Europa, sparse dall’Ucraina alla Sicilia, dall’Ungheria all’isola di Cipro, di essere presenti nella realtà ecclesiale cristiana del vecchio continente.

P. Manuel Nin osb
Pontificio Collegio Greco
Roma




Le Chiese orientali cattoliche d'Europa
e il sacramento dell'ordinazione sacerdotale

di Manuel Nin
Il seminario "Beato Teodor Romza" di Uzhhorod, in Ucraina, ha ospitato dal 12 al 14 maggio l'incontro, ormai diventato annuale, dei gerarchi orientali cattolici d'Europa (Choce), per la prima volta sotto il patrocinio del Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa (Ccee), nell'accoglienza fraterna del vescovo Milan Sasik, amministratore apostolico "ad nutum Sanctae Sedis" di Mukachevo di rito bizantino. Erano presenti all'incontro, presieduto dal cardinale Lubomyr Husar, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc, trentasette partecipanti provenienti da tredici Paesi europei:  Ucraina, Polonia, Bielorussia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Repubblica ceca, Cipro, Bulgaria, Germania, Serbia, Grecia, Italia. 
Erano presenti anche l'arcivescovo eletto Cyril Vasil', segretario della Congregazione per le Chiese orientali, il vescovo ausiliare dell'eparchia di Santa María del Patrocinio en Buenos Aires degli Ucraini, Sviatoslav Shevchuk, e l'arcivescovo di Cipro dei maroniti, Joseph Soueif. I lavori sono stati aperti dai saluti del vescovo Sasik e dell'arcivescovo Ivan Jurkovic, nunzio apostolico in Ucraina, il quale ha portato anche il significativo messaggio augurale inviato dal cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, impegnato nell'accompagnare il Papa nella visita pastorale in Terra Santa. 


Il tema dell'incontro, scelto in continuità con quelli precedenti, è stato "Il sacramento dell'Ordine sacro", accogliendo così anche l'indicazione di Benedetto XVI che ha chiesto a tutta la Chiesa di dedicare un anno alla riflessione sul ministero e sulla figura del sacerdote cristiano. Chi scrive è stato relatore del primo argomento, "Aspetti teologici e liturgici del sacramento dell'ordinazione", svolto attraverso un percorso storico delle diverse tradizioni per analizzare, poi, il rituale dell'ordinazione del diacono, del presbitero e del vescovo con tutti i significati emergenti. La seconda parte della relazione ha avuto come oggetto la lectio dell'Omelia sul sacerdozio e del Dialogo sul sacerdozio di san Giovanni Crisostomo facendone risaltare tutti gli elementi utili, ieri e oggi, per i pastori delle Chiese cristiane. 
Il secondo giorno ha avuto come argomento "Il sacramento dell'ordine:  diritti e obblighi del vescovo e dei sacerdoti", svolto dall'arcivescovo Vasil'. Partendo da due citazioni dei documenti conciliari Christus Dominus e Presbyterorum Ordinis, ha fatto emergere alcuni termini-chiave che ha successivamente illustrato con gli elementi costitutivi delle relazioni reciproche tra vescovi e sacerdoti. 
Il terzo giorno è stato dedicato all'analisi delle "Prospettive bibliche del sacerdozio di Gesù nella Lettera agli Ebrei", tema trattato da padre Robert Jager, biblista dell'eparchia di Kosice. Dopo una lettura dettagliata e specialistica di alcune parti del celebre testo, l'attenzione del relatore si è soffermata sull'immagine del pastore congiunta a un'interpretazione dei concetti che caratterizzano la parabola riportata dall'evangelista Giovanni al capitolo 10 e dal salmo 24. 
La giornata conclusiva dei lavori si è svolta alla presenza del cardinale Péter Erdo, presidente del Ccee, che ha trattato il tema "Libertà, assistenza religiosa e reciprocità fra confessioni cristiane". Dopo aver precisato i termini del problema, si è soffermato sui diversi significati della reciprocità nel diritto internazionale ed ecclesiastico per approfondire successivamente le possibilità di reciprocità nel diritto canonico e concludere con l'esemplificazione di alcune situazioni di reciprocità tra diverse confessioni cristiane. A ogni relazione sono seguiti una discussione in assemblea e i lavori di approfondimento nei circoli minori. 
Come a ogni incontro, a partire dal 1997, anche quello di quest'anno ha avuto le caratteristiche del pellegrinaggio:  il primo giorno ci si è recati al santuario di Boroniavo dove si venera una miracolosa icona della Madre di Dio. Il carattere pellegrinante è stato vissuto anche nelle diverse chiese dove è stata celebrata la divina liturgia:  nel Sobor di Khust, presieduta dall'arcivescovo di Lviv degli Ucraini, Ihor Voznyak, con l'omelia tenuta dal vescovo ausiliare di Kyiv, Bohdan Dzyurakh; nella concattedrale di Mukachevo, con il vescovo Sasik e l'omelia tenuta dal vescovo di Bratislava per i cattolici di rito bizantino, Peter Rusnák; e nella cattedrale di Uzhhorod, presieduta dall'arcivescovo di Presov per i cattolici di rito bizantino, Ján Babjak, con l'omelia tenuta dal vescovo di curia di Fagaras si Alba Iulia dei Romeni, Vasile Bizau. 
Per evidenziare il tema trattato, a ogni celebrazione il vescovo Sasik ha conferito ordinazioni diaconali e sacerdotali ad alcuni seminaristi. Impressionante la partecipazione della popolazione, con canti eseguiti dai cori e dai fedeli. E per vivere davvero la realtà internazionale dell'evento, le preghiere sono state sempre proposte in tutte le lingue delle nazioni dei gerarchi partecipanti. Un commovente canto di comunione è stato eseguito nelle lingue siriaca e araba dall'arcivescovo maronita Soueif. 
Nella seduta dell'ultimo giorno, i presenti hanno deciso di tenere la prossima sessione dei lavori in Bulgaria dal 7 al 10 ottobre 2010, su invito del vescovo Christo Proykov, esarca apostolico di Sofia per i cattolici di rito bizantino-slavo residenti in Bulgaria, nella ricorrenza del centocinquantesimo anniversario dell'Unione dei Bulgari. Il tema scelto sarà "I criteri di ecclesialità delle Chiese cattoliche orientali e la realtà di oggi (aspetti ecclesiologici e pastorali)". 
La riunione nella sede del seminario "Beato Teodor Romza" di Uzhhorod è stata organizzata, in tutti i dettagli, dalla segreteria tecnica, con i servizi di traduzione simultanea dei diversi oratori, grazie anche all'impegno generoso di seminaristi e sacerdoti. L'ormai decennale tradizione di questi incontri ecclesiali e fraterni, iniziati a Nyiregyhaza, in Ungheria, nel 1997, ci ha permesso ancora una volta di osservare e di vivere lo slancio e il desiderio delle Chiese orientali cattoliche d'Europa - sparse dall'Ucraina alla Sicilia, dall'Ungheria all'isola di Cipro - di essere presenti nella realtà ecclesiale cristiana del vecchio continente.


P. Manuel Nin osb
Pontificio Collegio Greco
Roma


miércoles, 21 de agosto de 2013

Proteggi Montecassino e tutti noi che ti cantiamo
                             San Benedetto e l=Oriente cristiano.

Nel 1897 papa Leone XIII affidò all=abate Primate dei monaci Benedettini la cura del Pontificio Collegio Greco di Roma, fondato da papa Gregorio XIII nel 1577. Inoltre, mentre la chiesa del Collegio è dedicata a sant’Atanasio di Alessandria, l=attuale cappella interna dello stesso Collegio, con un bel iconostasi in legno fatto a Costantinopoli nel XIX secolo, è dedicata a san Benedetto; lì, ogni mattina, la comunità del Collegio nella celebrazione della Divina Liturgia canta il tropario di san Benedetto, che lo loda come Aimitatore di Elia e di Giovanni Battista, come abitatore del deserto, come intercessore presso Dio@.

San Benedetto è un santo conosciuto, stimato e venerato nell=Oriente cristiano, soprattutto quello di ambito bizantino. La sua festa viene celebrata il 14 marzo, una data vicina a quella latina del 21 dello stesso mese, fatto che ci fa pensare ad un=antichità certa del mese di marzo come data obituaria del santo. San Benedetto è conosciuto soprattutto grazie alla traduzione greca dei Dialoghi fatta da papa Zaccaria (+752); Fozio nel IX secolo cita i Dialoghi di Gregorio Magno nella sua biblioteca. Infatti in ambito greco e slavo il papa biografo è conosciuto come Gregorio AO Dialogos@, il Dialogo. Probabilmente attorno al X secolo c’era una traduzione greca della Regola di san Benedetto; infatti tre brani di essa vengono citati nelle opere di san Atanasio l=Atonita, fondatore -primo testimone- del monachesimo nel Monte Athos. Nel XIX secolo sono state fatte delle traduzioni in arabo, russo, romeno e, nel 1980 una traduzione greca.

In queste righe vorrei cercare di rispondere alla domanda su perché san Benedetto è stimato e venerato in Oriente, oppure qual=è il collegamento tra un monaco dell=Italia del V-VI secolo e l=Oriente cristiano. Ci sono tre punti che vorrei mettere in luce: l=immagine -il tipo- di monaco che san Gregorio nei Dialoghi e lo stesso san Benedetto nella Regola propone; l=ufficiatura -la preghiera comunitaria- da Benedetto stabilita; quindi le fonti a cui san Benedetto attinge. Presento i tre aspetti in ordine inverso.

Per quanto riguarda le fonti, san Benedetto si collega con tutta una tradizione monastica anteriore a lui. È certamente originale, ma lo è nel senso di una originalità che è quella dei grandi monaci e che consiste nel sapersi collegare direttamente e saper trarre frutto da tutta la tradizione dei Padri. Quando Benedetto arriva a Subiaco trova lì un monaco che gli dà l=abito, che lo fa monaco. Nel capitolo LXXIII della Regola ci presenta le sue fonti che, oltre all=Antico ed il Nuovo Testamento, sono Cassiano, le Vite dei Padri e la Regola di san Basilio. Quindi i testi di Cassiano –importanti per conoscere il monachesimo di tradizione egiziana-, ed i testi di Basilio -fondamentali per conoscere il monachesimo dell=Asia Minore. Questo è un fatto importante in Oriente -ed anche in Occidente- cioè il fatto di collegarsi, di essere un anello nella catena di una grande Tradizione, in cui il monaco è discepolo, e concretamente discepolo della Sacra Scrittura e dei Santi Padri.

In secondo luogo, secondo punto che collega san Benedetto alla tradizione orientale bizantina, anche quella attuale, è il fatto dell=ufficiatura da lui proposta. Per primo la recita settimanale del salterio, come troviamo indicato nel capitolo XVIII della Regola; la tradizione bizantina poi introdurrà una doppia recita del salterio durante la Quaresima. Questa recita settimanale nella tradizione bizantina avviene con la recita di tra dodici e sedici salmi nel mattutino ed otto salmi nel vespro; per le altre ore troviamo dei salmi fissi ogni giorno. Poi le ore di preghiera proposte da Benedetto sono le stesse dell=ufficiatura di tutte le Chiese orientali: un=ufficiatura notturna con le lodi insieme oppure separate, quindi le ore di prima, terza, sesta, nona, vespro e compieta.

Come ultimo punto, possiamo chiederci quale immagine di san Benedetto, del monaco, ci offrono i testi dell=ufficiatura previsti per la festa nella tradizione bizantina. I testi dell=attuale ufficiatura del 14 marzo sono di due autori: Giuseppe l=Innografo, autore del IX secolo, e san Nilo di Rosano, autore del x secolo che ebbe dei rapporti stretti con il monastero di Montecassino. Due autori, quindi, uno costantinopolitano e l=altro quasi cassinese, che si collocano nella tradizione -la grande Tradizione- dei testi monastici di Oriente e di Occidente che sottolineano questi due aspetti nella vita del monaco: quello più personale -il progresso, il cammino nelle virtù-, e quello più ecclesiale: cioè il monaco come padre per gli altri monaci e per gli altri cristiani.

Nel primo aspetto –quello più personale- i testi presentano san Benedetto, il monaco, come l=uomo pieno delle virtù e vittorioso, dopo la lotta, sulle passioni. Questo è un tema comune nella letteratura monastica e la stessa Vita Antonii ce ne dà un buon esempio. Questa vittoria sulle passioni, che è un dono di Dio, porta il monaco a diventare Aluce, lampada@ per il mondo. I testi di Nilo di Rossano parlano della Avita divina e luminosa di Benedetto@... Atu ti sei innalzato alla cima delle virtù, e con la luce che viene di esse hai illuminato l=universo@... Più Nilo che Giuseppe l=Innografo, nei suoi tropari segue da vicino i Dialoghi di Gregorio Magno, forse anche per il suo legame con Montecassino. Nilo ancora sottolinea diverse volte l=importanza dell=esperienza eremitica di Benedetto però sempre sotto la guida di un padre spirituale; e questo è un tema che troviamo spesso nella tradizione monastica orientale. Nilo, ancora, ci presenta Benedetto ben radicato nella geografia del luogo; uno dei tropari del vespro del 14 marzo lo canta come Aluce dei romani, protezione della Campania, baluardo invincibile di Napoli@; Nilo nei suoi testi canta Benedetto e canta pure Montecassino. Ancora i testi sia di Nilo che di Giuseppe lodano in san Benedetto il mistero trinitario di Dio; è la Trinità che opera nel suo servo, sia Cristo attraverso il mistero della sua croce: Acon fede e amore sinceri... hai camminato sulle orme di Cristo crocifisso@; Ate stesso crocifisso al mondo e alle passioni, hai servito Cristo, lui che stese me nani sulla croce@... , sia lo Spirito Santo: Ail vaso fecondo della sua anima (di Benedetto) fu pieno dello Spirito Santo@; Ala forza del Paraclito ha piantato in te la sua tenda e... ti ha fatto diventare luce nelle tenebre@...

Nel secondo aspetto –quello ecclesiale- i testi dell=ufficiatura sottolineano la paternità spirituale di san Benedetto. APer mezzo dei tuoi miracoli tu ti sei manifestato come pastore ispirato da Dio@... Giuseppe l=Innografo canta: Atu hai radunato una moltitudine di uomini, hai fondato un santo monastero... i cori dei monaci che tu hai radunati ti celebrano notte e giorno, e possiedono il tuo corpo da cui sgorgano abbondanti flutti di miracoli...@. San Nilo ancora è più preciso: APer Occidente ti sei innalzato come il sole, illuminando con la luce delle tue virtù gli estremi confini dell=universo. Roma si pregia della tua vita, Norcia canta la tua fanciullezza e tutta la Campania grida di gioia. Che l=Italia danzi nella gioia, Montecassino ti lodi e sia pieno di gloria per la tua tomba. Proteggi lui -cioè Montecassino- e noi che ti cantiamo@.




Proteggi Montecassino e tutti noi che ti cantiamo
di Manuel Nin

Nel 1897 Leone XIII affidò all'abate primate dei benedettini la cura del Pontificio Collegio Greco  di  Roma, fondato  da  Gregorio XIII nel 1577. Del resto, mentre la chiesa del Collegio è dedicata a sant'Atanasio di Alessandria, l'attuale cappella interna è dedicata proprio al santo di Norcia; lì, celebrando ogni mattina la divina liturgia, la comunità canta il tropario di san Benedetto, che lo loda come "imitatore di Elia e di Giovanni Battista, come abitatore del deserto, come intercessore presso Dio".

Benedetto è un santo conosciuto, stimato e venerato nell'Oriente cristiano, soprattutto in ambito bizantino. La sua festa viene celebrata il 14 marzo - in una data vicina a quella latina del 21 marzo - fatto che rende probabile il mese di marzo come data reale della sua morte. San Benedetto è conosciuto soprattutto grazie alla traduzione greca dei Dialoghi fatta da Papa Zaccaria (morto nel 752) e citata da Fozio nel IX secolo, tanto che in ambito greco e slavo il Papa biografo è conosciuto come "Gregorio il Dialogo". Probabilmente già nel X secolo circolava una traduzione greca della Regola di san Benedetto e tre brani di essa vengono citati nelle opere di sant'Atanasio l'Atonita, fondatore del monachesimo nel monte Athos. Al XIX secolo risalgono alcune traduzioni in arabo, russo, romeno, e del 1980 è una nuova traduzione greca.

Perché san Benedetto è stimato e venerato in Oriente e qual è il collegamento tra un monaco dell'Italia del V-VI secolo e l'Oriente cristiano? Per quanto riguarda le fonti, san Benedetto si collega a una tradizione monastica anteriore. È certamente originale, ma nel senso di una originalità che sa trarre frutto dall'intera tradizione dei Padri. Quando Benedetto arriva a Subiaco trova un monaco che gli dà l'abito. Nel capitolo lxXIII della Regola egli ci presenta le sue fonti che, oltre alla Bibbia, sono Cassiano, le Vite dei Padri e la Regola di san Basilio, quindi testi di rilievo per conoscere il monachesimo di tradizione egiziana e dell'Asia Minore. In Oriente e in Occidente è importante essere un anello nella catena di una grande tradizione, in cui il monaco è discepolo della Sacra Scrittura e dei santi Padri. L'ufficiatura per la festa di san Benedetto nella tradizione bizantina lo presenta come l'uomo pieno di virtù e vittorioso, dopo la lotta, sulle passioni. È un tema comune nella letteratura monastica e la stessa Vita Antonii ne offre un buon esempio. Questa vittoria sulle passioni, che è un dono di Dio, porta il monaco a diventare "luce" e "lampada" per il mondo. I testi di Nilo di Rossano parlano della "vita divina e luminosa di Benedetto". Più Nilo che Giuseppe l'Innografo, nei suoi tropari, segue da vicino i Dialoghi di Gregorio Magno, forse anche per il suo legame con Montecassino. Nilo ancora sottolinea diverse volte l'importanza dell'esperienza eremitica di Benedetto sia pure sotto la guida di un padre spirituale; e questo è un tema che troviamo spesso nella tradizione monastica orientale. Nilo, ancora, ci presenta Benedetto ben radicato nella geografia del luogo:  uno dei tropari del vespro del 14 marzo lo canta come "luce dei romani, protezione della Campania, baluardo invincibile di Napoli"; egli nei suoi testi canta Benedetto e canta pure Montecassino. Sia Nilo che Giuseppe lodano in san Benedetto il mistero trinitario di Dio:  "Con fede e amore sinceri hai camminato sulle orme di Cristo crocifisso" e "la forza del Paraclito ha piantato in te la sua tenda e ti ha fatto diventare luce nelle tenebre".
I testi dell'ufficiatura sottolineano poi la paternità spirituale di san Benedetto:  "Per mezzo dei tuoi miracoli tu ti sei manifestato come pastore ispirato da Dio". E Giuseppe l'Innografo canta:  "Tu hai radunato una moltitudine di uomini, hai fondato un santo monastero, i cori dei monaci che tu hai radunati ti celebrano notte e giorno, e possiedono il tuo corpo da cui sgorgano abbondanti flutti di miracoli". San Nilo ancora è più preciso:  "Per Occidente ti sei innalzato come il sole, illuminando con la luce delle tue virtù gli estremi confini dell'universo. Roma si pregia della tua vita, Norcia canta la tua fanciullezza e tutta la Campania grida di gioia. Che l'Italia danzi nella gioia, Montecassino ti lodi e sia pieno di gloria per la tua tomba. Proteggi Montecassino e noi che ti cantiamo".

P. Manuel Nin osb
Pontificio Collegio Greco
Roma