lunes, 6 de noviembre de 2017

La festa dell'Incontro del Signore nell'innografia e l’iconografia bizantina.
Oggi l’Antico dei giorni diventa Bambino…

            Le Chiese orientali celebrano la festa del 2 febbraio come una delle dodici grandi feste dell'anno liturgico. Testimoniata già da Egeria nella seconda metà del IV secolo. Nel V-VI secc. la festa si celebra già ad Alessandria, ad Antiochia ed entra a Costantinopoli nel 542. Alla fine del VII secolo viene introdotta a Roma da un papa di origini orientali Sergio I (687-701), che vi introdurrà anche le feste della Natività di Maria (8 settembre), dell’Annunciazione (25 marzo) e della Dormizione della Madre di Dio (15 agosto). Si tratta di una festa i cui testi liturgici sottolineano l'incontro tra l'umanità -rappresentata dai vegliardi Simeone ed Anna-, e la divinità –lo stesso Cristo Signore. L’iconografia della festa è abbastanza sobria e con poche varianti nelle diverse tradizioni cristiane in cui è rappresentata, dai mosaici romani di Santa Maria in Trastevere, all’iconografia balcanica, alle icone greche e slave. Sostanzialmente l’icona riprende il passo evangelico di Luca 2, con i cinque personaggi della narrazione: Cristo, Maria e Simeone come figure centrali; Giuseppe e Anna come figure in secondo piano. In un posto rilevante dell'icona vediamo l’altare del tempio vestito con le tovaglie e sormontato da un ciborio e spesso anche attorniato da un cancello, che fa del tempio dell'’antica alleanza il tempio cristiano e quindi la presentazione di Gesù al tempio nel quarantesimo giorno della sua nascita diventa la festa dell'Incontro dell'antica, invecchiata umanità con l’uomo nuovo nell’umanità di Cristo. Ancora a livello iconografico, in alcune delle rappresentazioni è Maria che porta il bimbo nelle sue braccia, mentre in altre icone è Simeone che lo sorregge. L’iconografia di Simeone ricevendo o sorreggendo il Bambino ci porta anche al momento del Grande Ingresso nella Divina Liturgia bizantina, in cui il vescovo, alla porta del santuario riceve dal sacerdote i doni preparati del pane e del vino per deporli sull’altare. I tropari dell'ufficiatura della festa nella tradizione bizantina appartengono ai grandi innografi bizantini: Giovanni Damasceno, Germano di Costantinopoli, Cosma di Maiuoma, Andrea di Creta; essi cantano soprattutto le tre figure centrali della rappresentazione iconografica e della festa stessa.
            In diversi dei tropari Simeone, come il vescovo nella Chiesa, accogliendo Cristo diventa anche colui che professa la fede della Chiesa: “Ora sono stato liberato, perché ho visto il mio Salvatore. Questi è colui che è stato partorito dalla Vergine: è il Verbo, Dio da Dio, colui che per noi si è incarnato e ha salvato l’uo­­mo… Si apra oggi la porta del cielo, il Verbo eterno del Padre, assunto un principio temporale, senza uscire dalla sua divinità, è presentato per suo volere al tempio della Leg­ge da Vergine Madre… e il vegliardo lo prende tra le braccia, gridando come servo al Sovrano: Lascia che me ne vada, perché i miei occhi han­no visto la tua salvezza. Tu che sei venuto nel mondo per salvare il genere umano”. La professione di fede dei quattro primi concili ecumenici viene messa nella bocca di Simeone; anche nella tradizione bizantina al momento della presentazione del candidato all’ordinazione episcopale, costui professa la sua fede davanti alla Chiesa che lo accoglie come vescovo con tre professioni di fede legate al quattro primi concili ecumenici. Simeone stesso in uno dei tropari diventa tipo di Cristo nella sua discesa agli inferi per salvare, liberare Adamo: “Ora lascia che io me ne va­da, o Sovrano, per annunciare ad Adamo che ho visto il Dio che è prima dei secoli senza mutamento fatto bambino…”.
            Diversi dei tropari sottolineano come il Bambino presentato al tempio è anche Colui che aveva parlato nell’Antico Testamento; in qualche modo la liturgia mette in rilievo che Colui che dava la legge, adesso la ubbidisce anche: “Accogli, Simeone, colui che Mosè vide in pre­cedenza, nella caligine, quando gli dava la Legge sul Sinai, e che ora, divenuto bambino, si assoggetta alla Legge… Questi è colui che Davide annuncia; que­sti è colui che ha parlato nei profeti, colui che si è in­car­nato per noi e che parla nella Legge…”. L’incontro tra l’umanità invecchiata simboleggiata da Simeone ed Anna e la nuova umanità in Cristo, fa riprendere in parecchi dei tropari il testo di Daniel 7,9 in cui si parla del vegliardo, dell'Antico dei giorni, un versetto che i Padri e la liturgia stessa hanno letto sempre in chiave cristologica: “L’Antico di giorni, divenuto bambino nella carne, è porta­to al santuario dalla Madre Vergine… È bambino per me l’Antico di giorni; il Dio puris­simo si sottopone alle purificazioni, per confermare che è realmente la mia carne quella che dalla Vergine ha assunto. Simeone, iniziato ai misteri, rico­nosce Dio stesso, apparso nella carne…”. Colui che la visione del profeta vede come un vegliardo “Antico dei giorni” adesso appare “Bambino nuovo” come lo canta la liturgia del Natale a due vegliardi nel tempio.
            Maria la Madre di Dio viene sempre presentata nei testi liturgici come colei che regge, che porta Cristo. Tre sono i tropari nella seconda parte del vespro bizantino che si trattengono nella figura di Maria. Il primo di questi tre è anche entrato nell’ufficiatura romana della festa odierna come antifona “Adorna thalamum tuum Sion”; sono diversi i titoli cristologici dati in questo testo alla Madre di Dio: celeste porta, trono, nube di luce: “Adorna il tuo talamo, o Sion, e accogli il Re Cristo; abbraccia Maria, la celeste porta, perché essa è di­venuta trono di cherubini, essa porta il Re della gloria; è nube di luce la Vergine perché reca in sé, nella carne, il Figlio che è prima della stella del mat­tino…”. Sempre nell’ufficiatura del vespro troviamo un lungo tropario di Andrea di Creta in cui le braccia portanti del Cristo non sono già quelli di Maria bensì quelli del vegliardo Simeone; ambedue pero, Maria e Simeone, sono sempre tipo della Chiesa che sorregge, porta Cristo agli uomini. Questo tropario introduce, si potrebbe dire in modo discreto, la figura di Giuseppe, discreta anche nella stessa iconografia. Riportiamo il testo intero del tropario: “Colui che è portato dai cherubini e celebrato dai sera­fi­ni, presentato oggi nel sacro tempio secondo la Legge, ha per trono le braccia di un vegliardo; per mano di Giuseppe riceve doni degni di Dio: sotto forma di una coppia di tor­tore, ecco la Chiesa incon­taminata e il nuovo popolo eletto delle genti, insieme a due piccoli di colomba per signi­fi­care che egli è principe dell’antico e del nuovo patto. Si­meo­ne, acco­gliendo il compimento dell’oracolo che aveva ricevuto, benedice la Vergine Madre-di-Dio Maria, simbo­li­camente predicendole la passione di colui che da lei era nato, e a lui chiede di essere sciolto dalla vita, gri­dan­do: Ora la­scia che me ne vada, o Sovrano, come mi ave­vi predetto, per­ché io ho visto te, luce sempiterna, e Signore Salvatore del popolo che da Cristo prende nome”.
            Discreta la figura di Giuseppe sia nell’iconografia che nell’innologia –è presente in un unico tropario-; discreta anche quella della profetessa Anna, presente soltanto in un tropario del giorno 3 febbraio, quando la liturgia celebra i due vegliardi: “Anna divinamente ispirata e il felicissimo Simeone, risplendenti per la profezia, divenuti irreprensibili nella Legge, vedendo il datore della Legge apparso bambino come noi, lo hanno ora adorato: con grande gioia cele­bria­mo dunque oggi la loro memoria…”.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


La festa dell’Incontro del Signore nella tradizione bizantina
Oggi l’Antico di giorni
diventa bambino
Nelle Chiese orientali la festa del 2 febbraio è una delle dodici grandi feste dell’anno liturgico. Testimoniata già nella seconda metà del iv secolo, sottolinea l’incontro tra l’umanità, rappresentata dai vegliardi Simeone e Anna, e la divinità, lo stesso Cristo Signore.
L’iconografia ha poche varianti, dai mosaici romani di Santa Maria in Trastevere ai Balcani, con Cristo, Maria e Simeone come figure centrali, Giuseppe e Anna in secondo piano. L’altare con tovaglie e ciborio trasforma il tempio dell’antica alleanza in edificio di culto cristiano. Così la presentazione di Gesù quaranta giorni dopo la nascita diventa la festa dell’Incontro dell’umanità invecchiata con l’uomo nuovo, Cristo. In alcune icone Maria porta il bimbo nelle sue braccia, in altre è Simeone a sorreggerlo, ricordando il Grande ingresso nella Divina liturgia bizantina, quando il vescovo riceve i doni preparati del pane e del vino per deporli sull’altare.

Simeone, come il vescovo, accogliendo Cristo diventa colui che professa la fede della Chiesa: «Ora sono stato liberato, perché ho visto il mio Salvatore. Questi è colui che è stato partorito dalla Vergine: è il Verbo, Dio da Dio, colui che per noi si è incarnato e ha salvato l’uomo. Si apra oggi la porta del cielo: il Verbo eterno del Padre, assunto un principio temporale, senza uscire dalla sua divinità, è presentato per suo volere al tempio della Legge dalla Vergine Madre e il vegliardo lo prende tra le braccia».
La professione di fede dei quattro primi concili ecumenici viene messa in bocca a Simeone; anche al momento della presentazione del candidato all’ordinazione episcopale, costui pronuncia tre professioni di fede legate ai quattro concili. Simeone stesso in un testo diventa figura di Cristo nella sua discesa agli inferi: «Ora lascia che io me ne vada, o Sovrano, per annunciare ad Adamo che ho visto il Dio che è prima dei secoli senza mutamento fatto bambino».
Diversi tropari sottolineano come il bambino presentato al tempio è anche colui che aveva parlato nell’Antico Testamento: «Accogli, Simeone, colui che Mosè vide in precedenza, nella caligine, quando gli dava la Legge sul Sinai, e che ora, divenuto bambino, si assoggetta alla Legge. Questi è colui che Davide annuncia; questi è colui che ha parlato nei profeti, colui che si è incarnato per noi e che parla nella Legge».
L’incontro tra l’umanità invecchiata simboleggiata da Simeone e Anna e la nuova umanità in Cristo, fa riprendere un versetto del profeta Daniele (7, 9) in chiave cristologica: «L’Antico di giorni, divenuto bambino nella carne, è portato al santuario dalla Madre Vergine. È bambino per me l’Antico di giorni; il Dio purissimo si sottopone alle purificazioni, per confermare che è realmente la mia carne quella che dalla Vergine ha assunto. Simeone, iniziato ai misteri, riconosce Dio stesso, apparso nella carne». Colui che la visione del profeta vede come un vegliardo «antico di giorni» adesso appare «bambino nuovo», come lo canta la liturgia del Natale.
Maria, la Madre di Dio, viene presentata nei testi liturgici come colei che porta Cristo. Uno di questi (Adorna thalamum tuum Sion) è entrato nell’ufficiatura romana: «Adorna il tuo talamo, o Sion, e accogli il re Cristo; abbraccia Maria, la celeste porta, perché essa è divenuta trono di cherubini, essa porta il re della gloria; è nube di luce la Vergine perché reca in sé, nella carne, il Figlio che è prima della stella del mattino».
In un lungo tropario di Andrea di Creta le braccia che portano il Cristo non sono di Maria ma del vegliardo Simeone, entrambi sono figura della Chiesa che porta Cristo agli uomini, introducendo in modo discreto la figura di Giuseppe, in secondo piano anche nell’iconografia: «Colui che è portato dai cherubini e celebrato dai serafini, presentato oggi nel sacro tempio secondo la Legge, ha per trono le braccia di un vegliardo; per mano di Giuseppe riceve doni degni di Dio: sotto forma di una coppia di tortore, ecco la Chiesa incontaminata e il nuovo popolo eletto delle genti, insieme a due piccoli di colomba per significare che egli è principe dell’antico e del nuovo patto. Simeone, accogliendo il compimento dell’oracolo che aveva ricevuto, benedice la Vergine Madre di Dio Maria, simbolicamente predicendole la passione di colui che da lei era nato, e a lui chiede di essere sciolto dalla vita, gridando: Ora lascia che me ne vada, o sovrano, come mi avevi predetto, perché io ho visto te, luce sempiterna, e Signore salvatore del popolo che da Cristo prende nome».
  Manuel Nin
L’osservatoreromano
2 febbraio 2012

jueves, 26 de octubre de 2017

L'Epifania nell'innografia e l’iconografia bizantina.
Oggi il Signore nel Giordano riplasma Adamo

            L'Epifania è una festa liturgica che celebra la manifestazione del Verbo di Dio incarnato, in un contesto trinitario e cristologico. Essa è presente in tutte le tradizioni cristiane di oriente. I testi liturgici del 6 gennaio riassumono i principali misteri della fede cristiana: la professione di fede trinitaria, l'incarnazione del Verbo di Dio, la redenzione ricevuta nel battesimo, visto anche come nuova creazione. I grandi innografi cristiani orientali hanno dedicato dei testi poetici alla contemplazione di questa celebrazione: Efrem (†373), Romano il Melode (†555), Sofronio di Gerusalemme (†638), Germano di Costantinopoli (†733), Andrea di Creta (†740), Giovanni Damasceno (†750), Giuseppe l'Innografo (IX secolo). Sono testi dove sono messi in evidenza lo stupore e la meraviglia del Battista e di tutta la creazione — gli angeli, il firmamento, le acque del Giordano — di fronte alla manifestazione umile del Verbo di Dio incarnato che si avvia a ricevere il battesimo da Giovanni.

            L’icona della festa ci presenta la figura di Cristo nel centro dell'immagine, immerso da Giovanni nel fiume Giordano. Questo, rappresentato con toni oscuri accoglie Colui che è la luce del mondo e come tale si manifesta. A un lato dell'icona troviamo Giovanni Battista che battezza Cristo imponendogli la sua mano destra sulla testa. All’altro lato dell'icona troviamo delle figure angeliche chine verso Cristo in atteggiamento di adorazione e pronte ad accoglierlo quando esce dall’acqua. Nella parte superiore dell'icona troviamo delle volte la mano benedicente del Padre da cui parte lo Spirito Santo a forma di colomba che scende verso Cristo, oppure un raggio di luce che si posa sul capo di Cristo. Nella sua sobrietà, l’icona mette in rilievo come nel battesimo di Cristo è tutta la creazione che si fa presente, il cielo e la terra, angeli e uomini: “Oggi la creazione viene illuminata, oggi tutto è nella gioia, gli esseri celesti e quelli terrestri. Angeli e uomini si uniscono insieme, poiché dove è presente il Re, là è anche il suo seguito. Accorriamo dunque al Giordano: guar­diamo tutti Giovanni che immerge nell’acqua il capo non fat­to da mano d’uomo e senza peccato”.

            I testi dell'ufficiatura della festa nella tradizione bizantina diventano allora un commento vero e proprio della rappresentazione iconografica e viceversa. Il battesimo di Cristo è visto come una nuova creazione di Adamo; il Signore stesso ricrea l’immagine rovinata dal peccato: “Nei flutti del Giordano il Re dei secoli, il Signore, riplasma Adamo che si era cor­rotto spezza le teste dei draghi ivi annidati… Gesù, autore della vita, è venuto a sciogliere la condan­na di Adamo, il primo creato: lui che non ha biso­gno di purificazione, come Dio, nel Gior­dano si puri­fica per l’uomo caduto, e uccidendo là l’ini­micizia, dona la pace che oltrepassa ogni intelligenza”. Il battesimo di Cristo e dei cristiani è presentato anche come una nuova nascita nella Chiesa: “Il Signore, che dà forza ai nostri re, solleva la fronte dei suoi consacrati, è partorito dalla Ver­gine e viene al battesimo…”. “Sterile un tempo, amaramente priva di prole, rallégrati oggi, o Chiesa di Cristo: poiché dall’acqua e dallo Spirito ti sono stati generati dei figli che con fede acclamano: Non c’è santo come il nostro Dio, e non c’è giusto all’in­fuori di te, Signore”. Infine, il battesimo di Cristo è manifestazione, epifania della divinità; e per questo nell’icona il posto centrale è quello di Cristo incarnato e battezzato, ponte tra il cielo e la terra: “Ha udito, Signore, la tua voce, colui che hai chiamato “voce di uno che grida nel deserto”, quando tu hai tuonato sulle grandi acque, per rendere testimonianza al Figlio tuo; e, tutto posseduto dallo Spirito lí presente, ha gridato: Tu sei il Cristo, sapienza e potenza di Dio”. “Al Giordano avvenne la manifestazione della Trinità, è questa infatti la natura piú che divina. Il Padre emise la sua voce: Colui che viene battezzato è il mio Figlio diletto; lo Spi­rito si rese presente a colui che è suo simile, e che i popoli benedicono e sovresaltano per tutti i secoli”.

Il battesimo di Cristo è ancora illuminazione per tutto il mondo. Nell’icona troviamo volutamente il contrasto tra il buio del Giordano rappresentato anche col Leviatan e i diversi mostri marini, e l’illuminazione del mondo e di coloro che sono in esso; la figura centrale di Cristo nell’icona è la fonte della luce per il mondo: “Il Signore che lava la sozzura degli uomini, purificandosi nel Giordano per loro, a cui si è volon­ta­riamente assimilato pur restando ciò che era, illumina quanti sono nella tene­bra…”. “Quando con la tua epifania illuminasti l’universo, fuggì allora il mare salmastro dell’incredulità, e il Giordano che scorreva verso il basso, si volse, innalzando noi al cielo…”. Il battesimo come illuminazione lo troviamo ancora mirabilmente cantato in uno dei tropari del mattutino, attribuito a Romano il Melodo (VI sec.); in esso, a partire dal testo di Is 8-9, l’innografo canta tutto il mistero della redenzione adoperata da Cristo: “Per la Galilea delle genti, per la regione di Zabulon e per la terra di Neftali, come disse il profeta, una grande luce è rifulsa, Cristo: per chi era nelle tenebre è apparso quale fulgido splendore, sfolgorante a Betlemme; o piuttosto, nascendo da Maria, il Signore, il sole di giustizia, su tutta la terra fa sorgere i suoi raggi . Venite, figli di Adamo ri­ma­sti nudi, venite tutti, rivestiamoci di lui per esserne riscal­dati: sí, come riparo per gli ignudi, come luce per gli otte­nebrati, tu sei venuto, sei apparso, o luce inaccessibile”.

            Diversi dei tropari si trattengono sulla figura di Giovanni Battista. Nell’iconografia della festa lo troviamo sempre nella parte sinistra, con l’atteggiamento di imporre la mano sul capo di Cristo, quasi ad invocare su di Lui lo Spirito Santo. I testi liturgici danno a Giovanni dei titoli sempre in rapporto con Cristo stesso e la sua missione: “La voce del Verbo, la lampada della luce, la stella che precede l’aurora, il precursore del sole, grida a tutti i popoli nel deserto: Convertitevi, e cominciate a puri­ficarvi: ecco, è giunto il Cristo, per riscattare dalla corru­zione il mondo”. Direttamente sotto la figura di Giovanni, l’icona dell'Epifania rappresenta anche, in riferimento al testo di Mt 3,10, la scure messa alla radice dell'albero, nella profezia fatta dal Battista. Tra Cristo e Giovanni i tropari intrecciano il rapporto tra Creatore e creatura: “I flutti del Giordano hanno accolto te, la sorgente, e il Paraclito è sceso in forma di colomba; china il capo colui che ha inclinato i cieli; grida l’argilla a chi l’ha plasmato, ed esclama: Perché mi comandi ciò che mi oltrepassa? Sono io ad aver bisogno del tuo battesimo. O Cristo senza peccato, Dio nostro, gloria a te”.

            Nell’icona vediamo anche la presenza degli angeli a destra dell'immagine. Essi hanno un atteggiamento di adorazione verso Colui che è battezzato, verso Colui che si manifesta come Dio e Signore: “Gli eserciti degli angeli fremettero, al vedere il nostro Re­dentore battezzato da un servo, mentre riceveva testimo­nianza per la presenza dello Spirito. E venne dal cielo la vo­ce del Padre: Costui a cui il precursore impone le mani è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto…”. “Come nel cielo, stavano al Giordano con tremore e stu­pore le potenze angeliche, considerando l’abbas­sa­mento tanto grande di Dio: perché colui che tiene in suo potere le acque al di sopra del cielo, stava, rivestito di un corpo, tra le acque, il Dio dei padri nostri”. “O fedeli tutti, proclamando incessantemente con gli angeli la sua divinità, glorifichiamo colui nel quale abbia­mo ottenuto la perfezione…”. Icona dell'epifania trinitaria, icona della manifestazione della vera incarnazione del Verbo di Dio, icona della restaurazione della bella immagine dell'uomo in Cristo Signore battezzato nel Giordano.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


La manifestazione di Cristo nell’innografia e nell’iconografia bizantina
Adamo riplasmato
nel Giordano
Festa liturgica che celebra la manifestazione del Verbo di Dio incarnato, in un contesto trinitario e cristologico, l’Epifania è presente in tutte le tradizioni cristiane di oriente. I testi liturgici del 6 gennaio riassumono i principali misteri della fede cristiana: la professione di fede trinitaria, l’incarnazione del Verbo di Dio, la redenzione ricevuta nel battesimo, visto anche come nuova creazione.
I grandi innografi cristiani orientali hanno dedicato dei testi poetici alla contemplazione di questa celebrazione: Efrem (iv secolo), Romano il Melodo (vi secolo), Sofronio di Gerusalemme (VII secolo), Germano di Costantinopoli (VIII secolo), Andrea di Creta (VIII secolo), Giovanni Damasceno (VIII secolo), Giuseppe l’Innografo (x secolo). Sono testi dove sono messi in evidenza lo stupore e la meraviglia del Battista e di tutta la creazione di fronte alla manifestazione umile del «Battesimo di Gesù» (icona del XVIII secolo)Verbo di Dio incarnato che si avvia a ricevere il battesimo da Giovanni.
L’icona della festa ci presenta la figura di Cristo nel centro dell’immagine, immerso da Giovanni nel fiume Giordano. Questo, rappresentato con toni oscuri, accoglie Colui che è la luce del mondo e come tale si manifesta. A un lato dell’icona troviamo Giovanni Battista che battezza Cristo imponendogli la sua mano destra sulla testa. All’altro lato dell’icona troviamo delle figure angeliche chine verso Cristo in atteggiamento di adorazione e pronte ad accoglierlo quando esce dall’acqua. Nella parte superiore troviamo a volte la mano benedicente del Padre da cui parte lo Spirito Santo a forma di colomba che scende verso Cristo, oppure un raggio di luce che si posa sul capo di Cristo.
Nella sua sobrietà, l’icona mette in rilievo come nel battesimo di Cristo è tutta la creazione che si fa presente, cielo e terra, angeli e uomini: «Oggi la creazione viene illuminata, oggi tutto è nella gioia, gli esseri celesti e quelli terrestri. Angeli e uomini si uniscono insieme, poiché dove è presente il Re, là è anche il suo seguito».
I testi dell’ufficiatura della festa nella tradizione bizantina diventano allora un commento vero e proprio della rappresentazione iconografica e viceversa. Il battesimo di Cristo è visto come una nuova creazione di Adamo; il Signore stesso ricrea l’immagine rovinata dal peccato: «Nei flutti del Giordano il Re dei secoli, il Signore, riplasma Adamo che si era corrotto, spezza le teste dei draghi ivi annidati (...) Gesù, autore della vita, è venuto a sciogliere la condanna di Adamo, il primo creato: lui che non ha bisogno di purificazione, come Dio, nel Giordano si purifica per l’uomo caduto, e uccidendo là l’inimicizia, dona la pace che oltrepassa ogni intelligenza».
Il battesimo di Cristo e dei cristiani è presentato anche come una nuova nascita nella Chiesa: «Sterile un tempo, amaramente priva di prole, rallégrati oggi, o Chiesa di Cristo: poiché dall’acqua e dallo Spirito ti sono stati generati dei figli che con fede acclamano: Non c’è santo come il nostro Dio, e non c’è giusto all’infuori di te, Signore».
Infine, il battesimo è manifestazione, epifania della divinità; e per questo nell’icona il posto centrale è quello di Cristo incarnato e battezzato, ponte tra il cielo e la terra: «Ha udito, Signore, la tua voce, colui che hai chiamato “voce di uno che grida nel deserto”, quando tu hai tuonato sulle grandi acque, per rendere testimonianza al Figlio tuo; e, tutto posseduto dallo Spirito lì presente, ha gridato: “Tu sei il Cristo, sapienza e potenza di Dio”».
Il battesimo di Cristo è ancora illuminazione per tutto il mondo. Nell’icona troviamo volutamente il contrasto tra il buio del Giordano, rappresentato anche col Leviatan e i diversi mostri marini, e l’illuminazione del mondo e di coloro che sono in esso; la figura centrale di Cristo nell’icona è la fonte della luce per il mondo: «Il Signore che lava la sozzura degli uomini, purificandosi nel Giordano per loro, a cui si è volontariamente assimilato pur restando ciò che era, illumina quanti sono nella tenebra». Il battesimo come illuminazione lo troviamo ancora mirabilmente cantato in uno dei tropari del mattutino, attribuito a Romano il Melodo (vi secolo); in esso, a partire dal testo di Isaia, 8-9, l’innografo canta tutto il mistero della redenzione adoperata da Cristo: «Per la Galilea delle genti, per la regione di Zabulon e per la terra di Neftali, come disse il profeta, una grande luce è rifulsa, Cristo: per chi era nelle tenebre è apparso quale fulgido splendore, sfolgorante a Betlemme; o piuttosto, nascendo da Maria, il Signore, il sole di giustizia, su tutta la terra fa sorgere i suoi raggi. Venite, figli di Adamo rimasti nudi, venite tutti, rivestiamoci di lui per esserne riscaldati: sì, come riparo per gli ignudi, come luce per gli ottenebrati, tu sei venuto, sei apparso, o luce inaccessibile».
Diversi tropari si trattengono sulla figura di Giovanni Battista. Nell’iconografia della festa lo troviamo sempre raffigurato nella parte sinistra, con l’atteggiamento di imporre la mano sul capo di Cristo, quasi a invocare su di lui lo Spirito Santo. I testi liturgici danno a Giovanni dei titoli sempre in rapporto con Cristo stesso e la sua missione: «La voce del Verbo, la lampada della luce, la stella che precede l’aurora, il precursore del sole, grida a tutti i popoli nel deserto: “Convertitevi, e cominciate a purificarvi: ecco, è giunto il Cristo, per riscattare dalla corruzione il mondo”».
Direttamente sotto la figura di Giovanni, l’icona dell’Epifania rappresenta anche — in riferimento al testo di Matteo, 3, 10 — la scure messa alla radice dell’albero, nella profezia fatta dal Battista. Tra Cristo e Giovanni i tropari intrecciano il rapporto tra Creatore e creatura: «I flutti del Giordano hanno accolto te, la sorgente, e il Paraclito è sceso in forma di colomba; china il capo colui che ha inclinato i cieli; grida l’argilla a chi l’ha plasmato, ed esclama: “Perché mi comandi ciò che mi oltrepassa? Sono io ad aver bisogno del tuo battesimo. O Cristo senza peccato, Dio nostro, gloria a te”».
Nell’icona vediamo anche la presenza degli angeli a destra dell’immagine. Essi hanno un atteggiamento di adorazione verso Colui che è battezzato, verso Colui che si manifesta come Dio e Signore: «Come nel cielo, stavano al Giordano con tremore e stupore le potenze angeliche, considerando l’abbassamento tanto grande di Dio: perché colui che tiene in suo potere le acque al di sopra del cielo, stava, rivestito di un corpo, tra le acque, il Dio dei padri nostri».
Icona dell’epifania trinitaria, icona della manifestazione della vera incarnazione del Verbo di Dio, icona della restaurazione della bella immagine dell’uomo in Cristo Signore battezzato nel Giordano.

  Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma

jueves, 12 de octubre de 2017

La crocefissione e la risurrezione del Signore negli inni di sant’Efrem il Siro
Dal legno discese come frutto e salì al cielo come primizia…
Efrem il Siro (+373) nella sua abbondante innografia sulla Crocifissione e sulla Risurrezione di Cristo canta il mistero della nostra salvezza in tutta la bellezza della sua poesia e con la profondità della sua teologia. Del poeta siriaco abbiamo una collezione di inni pasquali che trattano tre aspetti particolari: gli azzimi -21 inni-, la crocifissione -9 inni- e la risurrezione -5 inni. Nell’inno VIII sulla crocifissione Efrem contempla lungo sedici strofe i luoghi e gli strumenti legati alla passione di Cristo, e come in altri dei suoi inni inizia ogni strofa con l’acclamazione “beato” indirizzata a ognuno di questi luoghi e strumenti. Il giardino del Getsemani è messo in parallelo col giardino dell'Eden, il luogo che vide la lotta ed il sudore di Adamo accoglie come profumo il sudore di Cristo: “Beato sei tu, luogo, che fosti degno di quel sudore del Figlio che su di te cadde. Alla terra mescolò il suo sudore per allontanare il sudore di Adamo… Beata la terra, che egli profumò con il suo sudore e che malata fu guarita”. L’Eden è anche presentato da Efrem come il luogo della volontà divisa di Adamo tra il precetto di Dio e l’astuzia del serpente, e che in Getsemani diventa per mezzo dello stesso Cristo il luogo dell'accoglienza e l’unità nella volontà del Padre: “Beato sei tu, luogo, perché hai fatto gioire il giardino delle delizie con le tue preghiere. In esso era divisa la volontà di Adamo verso il suo creatore… Nel giardino Gesù entrò, pregò e ricompose la volontà che si era divisa nel giardino e disse: «Non la mia ma la tua volontà!»”.
Efrem dichiara pure beato il luogo del Golgota perché nella sua piccolezza accoglie il mistero della passione di Cristo: la riconciliazione con Dio, il saldo del debito ed il luogo da dove il buon ladrone parte per aprire ai redenti l’Eden. L’innografo si serve, come è abituale in lui, del contrasto tra i due luoghi: il cielo, luogo grande del Dio nascosto, ed il Golgota, piccolo luogo del Dio manifesto: “Beato sei anche tu, o Golgota! Il cielo ha invidiato la tua piccolezza. Non quando il Signore se ne stava lassù nel cielo avvenne la riconciliazione. È su di te che fu saldato il nostro debito. È partendo da te che il ladrone aprì l’Eden… Colui che fu ucciso su di te mi ha salvato”. Anche il buon ladrone è da Efrem dichiarato beato perché è condotto nel paradiso dal Signore stesso; la sua morte è incontro con Colui che è la Vita. Inoltre è molto bella l’immagine, sempre presentata per via di contrasto, che Efrem propone tra coloro che tradirono (Giuda), che negarono (Pietro), e che fuggirono (i discepoli), e colui che dall’alto della croce (il ladrone) lo annunzia, come se Efrem volesse sottolineare che lì nella croce il ladrone diventa apostolo: “Beato anche tu, ladrone, perché a causa della tua morte la Vita ti ha incontrato… Il nostro Signore ti ha preso e adagiato nell’Eden… Giuda tradì con inganno, anche Simone rinnegò e i discepoli fuggendo si nascosero: tu però lo hai annunziato”. Nello stesso inno Efrem, come farà anche nel suo commento al Vangelo, accosta per omonimia i diversi personaggi; nel nostro testo Giuseppe di Arimatea viene messo in parallelo a Giuseppe sposo di Maria. Il ruolo di costui nell’accogliere il Bambino neonato, nel fasciarlo, nel vederlo schiudere gli occhi, diventa in qualche modo il ruolo dell'altro Giuseppe verso Cristo calato dalla croce: “Beato sei tu, che hai lo stesso nome di Giuseppe il giusto, perché avvolgesti e seppellisti il Vivente defunto; chiudesti gli occhi al Vigilante addormentato che si addormentò e spogliò lo sheol”. Efrem canta beato anche il sepolcro, paragonato e a un grembo che rinchiude per sempre la morte, e all’Eden diventato sepolcro di Adamo, da dove egli stesso verrà redento da Cristo: “Beato sei anche tu, sepolcro unico, poiché la luce unigenita sorse in te. Dentro di te fu vinta la morte orgogliosa, che in te il Vivente morto ha cacciato via… Il sepolcro e il giardino sono simbolo dell'Eden nel quale Adamo morì di una morte invisibile… Il Vivente sepolto che risuscitò nel giardino risollevò colui che era caduto nel giardino”. Infine tre città sono dichiarate beate da Efrem, città che furono testimoni di tutto il mistero della redenzione: “Beate voi tre, senza invidia: del Terzo del Padre voi foste degne. La sua nascita a Betlemme, la sua abitazione a Nazaret, e a Betania poi la sua ascensione”.
Il primo inno sulla Risurrezione è un canto al mistero della salvezza adoperato in Cristo, dalla sua incarnazione nel grembo di Maria, alla sua passione, morte e risurrezione. Per Efrem il Figlio di Dio incarnandosi diventa a pieno titolo il buon pastore che esce alla ricerca della pecora smarrita: “Volò e discese quel Pastore di tutti: cercò Adamo pecora smarrita, sulle proprie spalle la portò e salì…”. Efrem si serve dell'immagine del grembo e accosta quello del Padre e quello di Maria e come conseguenza anche quello dei credenti, gravidi della presenza in loro del Verbo di Dio: “Il Verbo del Padre venne dal suo grembo e rivestì il corpo in un altro grembo. Da grembo a grembo egli procedette e i grembi casti furono ripieni di lui. Benedetto colui che prese dimora in noi!”. Efrem sottolinea fortemente lungo tutto l’inno il rapporto stretto di tutto il mistero della salvezza che si realizza in Cristo, dalla sua esistenza eterna nel seno del Padre alla sua risurrezione e ascensione in cielo: “Dall’alto fluì come fiume e da Maria come una radice. Dal legno discese come frutto e salì al cielo come primizia… Dall’alto discese come Signore e dal ventre uscì come servo. Si inginocchiò la morte davanti a lui nello sheol e alla sua risurrezione la vita lo adorò…”. Ancora con altre immagini molto semplici e allo stesso tempo belle e profonde Efrem canta tutto il mistero della redenzione: “Maria lo portò come neonato. Il sacerdote lo portò come offerta. La croce lo portò come ucciso. Il cielo lo portò come Dio. Gloria al Padre suo!”. L’incarnazione di Cristo, sempre in questo stesso inno, Efrem la contempla ancora come l’avvicinarsi, il farsi prossimo di Cristo verso l’umanità debole e malata: “Gli impuri non aborrì e i peccatori non schivò. Degli innocenti gioì molto e molto desiderò i semplici… Dai malati non vennero meno i suoi piedi né le sue parole dagli ignoranti. Si protese la sua discesa verso i terrestri e la sua ascesa verso i celesti…”. Tutta la redenzione adoperata da Cristo Efrem la vede nella chiave del suo farsi vicino, del suo svuotarsi per sollevare e portare tutti gli uomini alla sua gloria divina: “Nel fiume lo annoverarono tra i battezzandi, e nel mare lo contarono tra i dormienti. Sul legno come ucciso e nel sepolcro come un cadavere… Chi per noi, Signore, come te? Il Grande che si fece piccolo, il Vigilante che si addormentò, il Puro che fu battezzato, il Vivente che perì, il Re disprezzato per dare a tutti onore…”

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


Discese dal legno come frutto
e salì al cielo come primizia
di MANUEL NIN
Efrem il Siro, morto nel 373, canta il mistero della nostra salvezza in 35 inni pasquali che trattano gli azzimi, la crocifissione e la risurrezione. Nell'ottavo inno sulla crocifissione sono contemplati i luoghi e gli strumenti legati alla passione di Cristo, ognuno acclamato "beato". Il giardino del Getsemani è messo in parallelo col giardino dell'Eden: "Beato sei tu, luogo, che fosti degno di quel sudore del Figlio che su di te cadde. Alla terra mescolò il suo sudore per allontanare il sudore di Adamo. Beata la terra, che egli profumò con il suo sudore e che malata fu guarita".

L'Eden è presentato come il luogo della volontà divisa tra il precetto di Dio e l'astuzia del serpente, che nel Getsemani si ricompone: "Beato sei tu, luogo, perché hai fatto gioire il giardino delle delizie con le tue preghiere. In esso era divisa la volontà di Adamo verso il suo creatore. Nel giardino Gesù entrò, pregò e ricompose la volontà che si era divisa nel giardino e disse: Non la mia ma la tua volontà!".

Beato è dichiarato anche il Golgota: "Beato sei anche tu, o Golgota! Il cielo ha invidiato la tua piccolezza. Non quando il Signore se ne stava lassù nel cielo avvenne la riconciliazione. È su di te che fu saldato il nostro debito. È partendo da te che il ladrone aprì l'Eden. Colui che fu ucciso su di te mi ha salvato". E il buon ladrone è beato perché condotto nel paradiso dal Signore stesso.
Molto bella è anche l'immagine, per contrasto, tra coloro che tradirono (Giuda), negarono (Pietro) e fuggirono (i discepoli) e colui che dall'alto della croce (il ladrone) lo annunzia, come se Efrem volesse sottolineare che sulla croce il ladrone diventa apostolo: "Beato anche tu, ladrone, perché a causa della tua morte la Vita ti ha incontrato. Il nostro Signore ti ha preso e adagiato nell'Eden. Giuda tradì con inganno, anche Simone rinnegò e i discepoli fuggendo si nascosero; tu però lo hai annunziato".

Nello stesso inno Efrem accosta Giuseppe di Arimatea allo sposo di Maria. Il ruolo di costui nell'accogliere il Bambino neonato, nel fasciarlo, nel vederlo schiudere gli occhi, diventa in qualche modo il ruolo dell'altro Giuseppe verso Cristo calato dalla croce: "Beato sei tu, che hai lo stesso nome di Giuseppe il giusto, perché avvolgesti e seppellisti il Vivente defunto; chiudesti gli occhi al Vigilante addormentato che si addormentò e spogliò lo sheol".
Beato è anche il sepolcro, grembo che rinchiude per sempre la morte: "Beato sei anche tu, sepolcro unico, poiché la luce unigenita sorse in te. Dentro di te fu vinta la morte orgogliosa, che in te il Vivente morto ha cacciato via. Il sepolcro e il giardino sono simbolo dell'Eden nel quale Adamo morì di una morte invisibile. Il Vivente sepolto che risuscitò nel giardino risollevò colui che era caduto nel giardino".
Nel primo inno sulla Risurrezione canta il mistero della salvezza: "Volò e discese quel Pastore di tutti: cercò Adamo pecora smarrita, sulle proprie spalle la portò e salì". Efrem accosta il grembo del Padre e quello di Maria e dei credenti, gravidi del Verbo di Dio: "Il Verbo del Padre venne dal suo grembo e rivestì il corpo in un altro grembo. Da grembo a grembo egli procedette e i grembi casti furono ripieni di lui. Benedetto colui che prese dimora in noi!".
Il santo poeta sottolinea la coerenza di tutto il mistero della salvezza fino all'ascensione in cielo: "Dall'alto fluì come fiume e da Maria come una radice. Dal legno discese come frutto e salì al cielo come primizia. Dall'alto discese come Signore e dal ventre uscì come servo. Si inginocchiò la morte davanti a lui nello sheol e alla sua risurrezione la vita lo adorò".
Infine, l'incarnazione è vista come l'avvicinarsi di Cristo verso l'umanità debole e malata: "Gli impuri non aborrì e i peccatori non schivò. Degli innocenti gioì molto e molto desiderò i semplici". Tutta la redenzione è nel suo farsi vicino agli uomini per portarli alla sua gloria divina: "Nel fiume lo annoverarono tra i battezzandi, e nel mare lo contarono tra i dormienti. Sul legno come ucciso e nel sepolcro come un cadavere. Chi per noi, Signore, come te? Il Grande che si fece piccolo, il Vigilante che si addormentò, il Puro che fu battezzato, il Vivente che perì, il Re disprezzato per dare a tutti onore".

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma

(©L'Osservatore Romano 24 aprile 2011)

lunes, 2 de octubre de 2017

Il canone della Domenica delle Palme ed il tropario dell’innografa Cassianì.
In cielo assiso in trono, in terra sull’asinello
            All’inizio della celebrazione della grande settimana della passione, morte e risurrezione del Signore, vorrei soffermarmi su due testi innografici della tradizione bizantina: uno della domenica delle Palme e l’altro del mercoledì santo. Il primo è il canone dell’ufficiatura del mattutino della domenica delle Palme nella tradizione bizantina, un poema attribuito a Cosma, innografo bizantino della seconda metà del VII secolo, monaco di san Saba e vescovo di Maiouma. Si tratta di un testo che riprendendo ancora il tema della risurrezione di Lazzaro celebrato lungo la settimana precedente lo mette assieme all’ingresso di Gesù a Gerusalemme: “L’ade tutto tremante, al tuo comando lasciò andare Lazzaro, morto da quattro giorni, perché tu, o Cristo, sei la risurrezione e la vita: in te è stata consolidata la Chiesa che accla­ma: Osanna, benedetto sei tu che vieni”. La lode dei bimbi e dei lattanti, immagine presa dal salmo 8, diventa la lode di tutta la Chiesa: “È lode della bocca di bimbi innocenti e di lattanti, la lode dei tuoi supplicanti che ti sei composta per abbattere l’avversario, per vendicare con la passione della croce la caduta dell’antico Adamo… La Chiesa dei santi ti offre una lode, o Cristo…”. La Chiesa che con i bimbi loda Cristo è la stessa che su di lui, che ne è la pietra angolare, viene fondata: “Bevve il popolo d’Israele alla dura roccia tagliata da cui per tuo comando sgorgava l’acqua: ma la roccia sei tu, o Cristo, e su questa pietra è stata consolidata la Chiesa…” Alcuni dei tropari di questo canone sottolineano il fatto che colui che entra umile su un puledro è anche il Creatore del cielo e della terra: “In cielo assiso in trono, in terra sull’asinello, o Cristo Dio, tu hai accolto la lode degli angeli e l’acclamazione dei fanciulli: Benedetto sei tu che vieni a richiamare Adamo dall’esi­lio… le folle portavano rami di piante… Vedendoti su un asinel­lo, ti contemplavano come assiso sui cherubini, e per questo a te così gridavano: Osanna nel piú alto dei cieli…”. Ancora il poema mette in parallelo le acclamazioni dei bimbi in questa domenica con il loro pianto quando furono sgozzati da Erode: “Poiché hai legato l’ade, o immortale, ucciso la morte e risuscitato il mondo, con palme ti esaltavano i bambini, o Cristo, come vincitore… I bimbi non saranno più sgozzati per il bimbo di Maria perché per tutti, bimbi e vecchi, tu solo sarai crocifisso. La spada non si volgerà piú contro di noi, perché il tuo fianco sarà trafitto dalla lancia. Perciò diciamo esultan­ti: Benedetto sei tu che vieni per richiamare Adamo dall’esilio”.    
            Il secondo testo su cui vogliamo soffermarci è tropario dell’innografa Cassianì. Si tratta di uno dei testi della liturgia bizantina per il mercoledì santo che viene cantato al mattutino e al vespro. È un tropario di una bellezza e di una profondità uniche nel suo genere, scritto da una monaca che visse a Costantinopoli nella prima metà del IX secolo. Nel suo insieme canta l’unzione che la donna peccatrice fecce a Gesù prima della sua passione. La figura delle donne mirrofore –portatrici di unguento, di miron- è presente nei vangeli, sia prima della passione di Cristo, come nel nostro caso, sia dopo la risurrezione di Gesù. Il tropario non precisa, e non lo farà la stessa liturgia bizantina del mercoledì santo, l’identità della donna: una peccatrice, come viene presentata da Mt e da Mc; oppure Maria sorella di Lazzaro, come viene presentata da Gv. Il nostro testo è un canto alla misericordia, al perdono e all’amore eterno di Dio per l’uomo, pur peccatore che esso sia, manifestatosi pienamente in Gesù Cristo. Il testo lo proponiamo diviso in quattro parti per facilitarne la lettura, benché ha in se stesso una unità infrangibile.
                   “La donna caduta in molti peccati, sente la tua divinità, o Signore, e, assumendo l=ufficio di mirrofora, ti offre il miron con le lacrime prima della tua sepoltura, dicendo…”:. La prima parte del testo situa l’azione della donna; essa è peccatrice benché sente, percepisce sia nei sensi che nel cuore la divinità di Cristo, il suo potere di guarire, la sua forza per perdonare e salvare. Il peccato non allontana la donna dal vedere e confessare Cristo, la sua divinità. Il processo di conversione della donna, il suo avvicinarsi a Cristo, il testo lo presenta con l’immagine dell’assumere un mestiere, quello di mirrofora, portatrice di unguento, offrendo a Cristo il miron prima della sua sepoltura; e qui il tropario fa la stessa lettura che Cristo fa nel vangelo di Giovanni sull’unzione che serve appunto per preparare la sua sepoltura. Il testo sembra voler indicare anche che dopo la risurrezione sarà Cristo stesso che darà alla donna, all’umanità redenta, lui stesso come miron, come unguento di salvezza. In questa prima parte l’autrice usa la stessa immagine adoperata anche dagli autori degli altri tropari del mercoledì santo: il gioco di parole tra l’unguento e Colui che è l’Unto, che è il vero Miron, cioè Cristo.
                   “Ahimè, sono prigioniera di una notte senza luce di luna, furore tenebroso di incontinenza, amore di peccato! Accetta i torrenti delle mie lacrime, tu che attiri nelle nubi l=acqua del mare. Piègati ai gemiti del mio cuore, tu che hai piegato i cieli nel tuo ineffabile annientamento”. La seconda parte del poema è la preghiera accorata della donna allo stesso Cristo. Il primo versetto di questa seconda parte: una notte senza luce di luna è un’immagine applicata non soltanto all’oscurità dell’anima peccatrice, ma soprattutto un riferimento alla Pasqua celebrata nel giorno di luna piena, ad indicare una vita senza la luce di Cristo, che è la vera Pasqua; notte senza la luce della luna, una notte senza la Pasqua di Cristo. Essendo tutto il tropario indirizzato a Cristo, l’autrice usa in questa parte due immagini cristologicamente contrastanti, con i testi di Gb 36,27 e del salmo 17,10; si tratta di uno stile usato spesso nei testi liturgici bizantini e siriaci, quello di presentare immagini molto contrastanti per sottolineare sia la vera divinità di Cristo che la sua vera umanità, immagini che tra di esse si completano. Sono da notare anche i due imperativi messi da Cassianì in bocca della donna: accetta e piégati; le forme imperative usate in testi liturgici danno l’idea della grande fiducia e libertà dell’uomo nei confronti di Dio.
                   “Bacerò i tuoi piedi immacolati, li asciugherò con i riccioli del mio capo, quei piedi di cui Eva a sera percepì il suono dei passi nel Paradiso e per timore si nascose. Chi mai potrà scrutare la moltitudine dei miei peccati e l=abisso dei tuoi giudizi, o mio Salvatore, che salvi le anime?” La terza parte presenta l’atteggiamento della donna: il suo amore verso Cristo che nel poema è chiaramente anche il Creatore che cammina nel paradiso e di cui Eva sente i passi. Si tratta di un tema frequente nei Padri quello del Logos Creatore. Singolare la bellezza nel nostro testo dell’immagine o l’accostamento tra i piedi di Cristo baciati dalla donna ed i piedi di cui Eva sente il suono nel paradiso. I peccati della donna sono moltitudine; i giudizi, le decisioni di Cristo nei suoi confronti sono un abisso di misericordia, come la si presenta nella preghiera conclusiva: “Non disprezzare la tua serva, tu che possiedi incommensurabile la misericordia!”
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


In cielo assiso in trono
in terra sull'asinello
di MANUEL NIN

Il canone dell'ufficiatura del mattutino della domenica delle Palme nella tradizione bizantina è attribuito a Cosma, innografo bizantino della seconda metà del VII secolo, monaco di san Saba e vescovo di Maiouma. Il testo riprende il tema della risurrezione di Lazzaro: "L'ade tutto tremante, al tuo comando lasciò andare Lazzaro, morto da quattro giorni, perché tu, o Cristo, sei la risurrezione e la vita: in te è stata consolidata la Chiesa che acclama: Osanna, benedetto sei tu che vieni". La Chiesa che con i bimbi loda Cristo è la stessa che su di lui, pietra angolare, viene fondata: "Bevve il popolo d'Israele alla dura roccia tagliata da cui per tuo comando sgorgava l'acqua: ma la roccia sei tu, o Cristo, e su questa pietra è stata consolidata la Chiesa".
Alcuni tropari del canone sottolineano che chi entra umile su un puledro è anche il Creatore del cielo e della terra: "In cielo assiso in trono, in terra sull'asinello, o Cristo Dio, tu hai accolto la lode degli angeli e l'acclamazione dei fanciulli: Benedetto sei tu che vieni a richiamare Adamo dall'esilio. Vedendoti su un asinello, ti contemplavano come assiso sui cherubini, e per questo a te così gridavano: Osanna nel più alto dei cieli".

Il poema mette in parallelo le acclamazioni dei bimbi in questa domenica con il loro pianto quando furono sgozzati da Erode: "Poiché hai legato l'ade, o immortale, ucciso la morte e risuscitato il mondo, con palme ti esaltavano i bambini, o Cristo, come vincitore. I bimbi non saranno più sgozzati per il bimbo di Maria perché per tutti, bimbi e vecchi, tu solo sarai crocifisso. La spada non si volgerà più contro di noi, perché il tuo fianco sarà trafitto dalla lancia. Perciò diciamo esultanti: Benedetto sei tu che vieni per richiamare Adamo dall'esilio".
Il tropario dell'innografa Cassianì è uno dei testi per il mercoledì santo che viene cantato al mattutino e al vespro. Di bellezza e profondità uniche nel suo genere, è stato scritto da una monaca che visse a Costantinopoli nella prima metà del IX secolo. Canta l'unzione che la donna peccatrice riservò a Gesù prima della sua passione. La figura delle donne mirofore - portatrici di unguento (myron) - è nei vangeli, sia prima della passione di Cristo sia dopo la sua risurrezione. Il tropario non precisa l'identità della donna: una peccatrice, come viene presentata da Matteo e da Marco; oppure Maria sorella di Lazzaro, come viene presentata da Giovanni. Il testo è un canto alla misericordia, al perdono e all'amore eterno di Dio per l'uomo, pur peccatore.
La donna peccatrice percepisce la divinità di Cristo, il suo potere di guarire, la sua forza per perdonare e salvare. Il processo della sua conversione è presentato con l'immagine dell'assumere il ruolo di mirofora, che offrendo a Cristo l'unguento in previsione della sua sepoltura, come nel vangelo di Giovanni. E dopo la risurrezione sarà Cristo stesso a dare all'umanità redenta se stesso come unguento di salvezza.
"Ahimé, sono prigioniera di una notte senza luce di luna, furore tenebroso di incontinenza, amore di peccato! Accetta i torrenti delle mie lacrime, tu che attiri nelle nubi l'acqua del mare. Piègati ai gemiti del mio cuore, tu che hai piegato i cieli nel tuo ineffabile annientamento". La seconda parte del poema è la preghiera accorata della donna a Cristo. Il primo versetto non si riferisce soltanto all'oscurità dell'anima peccatrice, ma anche alla Pasqua celebrata nel giorno di luna piena. Essendo tutto il tropario indirizzato a Cristo, l'autrice usa immagini cristologicamente contrastanti per sottolineare sia la vera divinità di Cristo che la sua vera umanità, immagini che tra loro si completano. Sono da notare anche i due imperativi messi da Cassianì in bocca della donna: "accetta" e "piègati", forme verbali che danno l'idea della grande fiducia e libertà dell'uomo nei confronti di Dio.
"Bacerò i tuoi piedi immacolati, li asciugherò con i riccioli del mio capo, quei piedi di cui Eva a sera percepì il suono dei passi nel paradiso e per timore si nascose. Chi mai potrà scrutare la moltitudine dei miei peccati e l'abisso dei tuoi giudizi, o mio Salvatore, che salvi le anime?". La terza parte presenta l'atteggiamento della donna: il suo amore verso Cristo, che nel poema è chiaramente anche il Creatore che cammina nel paradiso e di cui Eva sente i passi. Il tema del Logos creatore è frequente nei Padri, ma nel testo è singolare la bellezza dell'immagine che accosta i piedi di Cristo baciati dalla donna ai piedi di cui Eva sente il suono nel paradiso. I peccati della donna sono moltitudine; ma i giudizi e le decisioni di Cristo nei suoi confronti sono un abisso di misericordia, evocata nella preghiera conclusiva: "Non disprezzare la tua serva, tu che possiedi incommensurabile la misericordia!".

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma

(©L'Osservatore Romano 17 aprile 2011)

domingo, 17 de septiembre de 2017

La festa del Natale nel canone di Cosma di Maiouma
Oggi la Vergine estingue la sete di Adamo.
            L’ufficiatura bizantina del 25 dicembre raccoglie nei tropari la testimonianza di diversi innografi bizantini: Romano il Melodo (VI sec.), Germano di Costantinopoli (VIII sec.), Cosma di Maiouma (VII-VIII secc.), e la monaca innografa Cassianì (IX sec.). Il canone del mattutino della festa è di Cosma di Maiouma, innografo bizantino nato a Damasco verso il 675, vescovo di Maiouma a Gaza nel 734 e morto il 752. Fratello adottivo di Giovanni Damasceno, con lui fu strenuo difensore della venerazione delle icone; come innografo si colloca nella scia di Gregorio di Nazianzo e Romano il Melodo. Le nove odi del canone contemplano il mistero del Verbo di Dio incarnato che nasce nella carne dalla vergine Maria. Il primo tropario di ognuna delle odi raccoglie i diversi temi teologici legati alla festa del Natale, prendendo spunto dal cantico dell'Antico Testamento previsto per ognuna delle parti: l’incarnazione del Verbo di Dio, la sua discesa –umiliazione- tra gli uomini, la verginità di Maria: “Cristo nasce, rendete gloria; Cristo scende dai cieli, anda­tegli incontro; Cristo è sulla terra, elevatevi… Al Figlio che prima dei secoli immutabilmente dal Padre è stato generato, e negli ultimi tempi dalla Ver­gine, senza seme, si è incarnato, al Cristo Dio acclamiamo… Virgulto dalla radice di Iesse, e fiore che da essa proce­de, o Cristo, dalla Vergine sei ger­mo­glia­to dal boscoso monte adombrato, o degno di lo­de: sei venuto incar­nato da una Vergine ignara d’uomo, tu, immateriale e Dio”.
            La nascita di Cristo, Cosma la canta come una nuova creazione, un riplasmare nell’uomo la bellezza della prima immagine: “Colui che, fatto a immagine di Dio, era perito per la tra­sgressione, divenendo del tutto preda della cor­ru­zione, decaduto dalle altezze della vita divina, il sa­pien­te Artefice di nuovo lo plasma… Il Creatore, vedendo perdersi l’uomo che con le sue mani aveva fatto, piegati i cieli, discende, e ne assume tutta la so­stanza dalla divina Vergine pura, prendendo veramente carne… Il Cristo Dio, sapienza, Verbo, potenza, Figlio e splen­dore del Padre, fatto uomo ci ha ria­c­quistati…”. Lo stesso tema lo ritroviamo nella quarta delle odi, dove l’innografo prende spunto dal cantico del capitolo terzo del libro di Abacuc con l’immagine del boscoso monte adombrato che la tradizione cristiana ha interpretato come prefigurazione dell'incarnazione del Verbo e della sua nascita dalla Vergine: “Il profeta Abacuc, con i suoi canti, prediceva un tempo la riplasmazione della stirpe umana, fatto degno di vederla in figura, ineffabilmente. Come bimbo neonato è u­sci­to infatti il Verbo dalla montagna della Vergine per riplasmare i popoli”.
            Il poema, con una professione di fede cristologica chiaramente calcedoniana, sottolinea come Cristo nella sua nascita si fa simile ad Adamo, partecipando pienamente alla natura umana, per portarla alla comunione con la natura divina: “L’Adamo fatto di terra, che aveva partecipato di quel soffio superiore, ma era caduto nella corruzione, sedotto dalla donna, scorgendo il Cristo nato di donna, grida: O tu che per me sei divenuto come me, santo tu sei, Signore. Tu che ti sei reso simile a un vile oggetto di fango, o Cristo; tu che, partecipando della realtà inferiore della carne, ci hai dato di comunicare alla divina natura, divenendo uomo e rimanendo Dio…”. Notiamo anche il parallelo che il testo fa tra Adamo sedotto dalla donna e Cristo nato da donna. L’invocazione di Adamo: “O tu che per me sei divenuto come me…”, la ritroviamo molto simile in uno dei tropari della festa dell'Ascensione del Signore: “O tu che per me come me ti sei fatto povero…”, quasi a mettere in parallelo la sua Nascita (discesa sulla terra) e la sua Ascensione (salita in cielo).
            Nella sesta ode Cosma sviluppa il suo canto a partire del cantico del capitolo 2 del libro di Giona. Il profeta nel ventre del mostro marino è tipo e figura di tutta l’economia di Cristo, dalla sua nascita alla sua risurrezione: “Il mostro marino, dalle sue viscere, ha espulso come embrione Giona, quale lo aveva ricevuto; il Verbo, dopo aver dimorato nella Vergine e avere assunto la carne, da lei è uscito, custodendola incorrotta… È venuto incarnato, il Cristo Dio nostro, che il Padre genera prima della stella del mattino; colui che tiene le re­dini delle potenze immacolate, è deposto nella man­gia­toia… Il Figlio è stato partorito come un neonato dall’argilla di Adamo, ed è stato dato ai fedeli. Egli è padre e principe del secolo futuro, ed è chiamato an­gelo del gran consiglio…”.
            Sempre partendo dall’immagine che trova nel cantico biblico del profeta Daniele, Cosma nell’ode settima accosta i tre fanciulli nella fornace con i pastori, tutti loro attorniati dalla gloria di Dio: “I fanciulli allevati nella pietà, disprezzando un empio comando, non si lasciarono atterrire dalla minaccia del fuoco, ma stando tra le fiamme cantavano: O Dio dei padri, tu sei benedetto… I pastori che vegliavano nei campi ricevettero una luminosa visione che li lasciò sbigottiti: la gloria di Dio ri­fulse intorno a loro, e un angelo gridava: Inneggiate, per­ché il Cristo è nato… Che discorso è questo?, si dissero i pastori; andiamo a vedere l’evento, il Cristo divino…”.
            Nell’ode nona, prendendo spunto dalla prima frase dal cantico della Madre di Dio nel vangelo di Luca, Cosma per sette volte canta il mistero dell'’Incarnazione del Verbo di Dio: “Magnifica, anima mia, colei che è più venerabile e gloriosa delle superne schiere… Magnifica, anima mia, il Dio che nella carne dalla Ver­gine è stato partorito…. Magnifica, anima mia, il Re partorito nella grotta… Magnifica, anima mia, il Dio adorato dai magi… Magnifica, anima mia, la forza della Divinità… Magnifica, anima mia, colei che ci ha riscattati dalla ma­ledizione… Magnifica, anima mia, colei che è più venerabile e gloriosa delle superne schiere”.
            Tra la sesta e la settima delle odi troviamo l’inserzione di due tropari di Romano il Melodo; nel secondo, con delle immagini prese dall’Antico Testamento, il poeta canta con sublime bellezza il mistero della nascita verginale di Cristo: “Betlemme ha aperto l’Eden, venite a vedere: troviamo nel nascondimento le delizie; venite, rice­viamo nella grotta le gioie del paradiso. Là è apparsa la radice non innaffiata che fa germogliare il perdono; là si è trovato il pozzo da nes­suno scavato, a cui Davide un tempo aveva desiderato bere: là è la Vergine che, partorito il bambino, ha súbito estinto la sete di Adamo e di Davide: affrettiamoci dunque al luogo dove è stato partorito piccolo bimbo, il Dio che è pri­ma dei secoli”.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma




Oggi la Vergine
estingue la sete di Adamo
di MANUEL NIN
Nell'ufficiatura bizantina del Natale sono raccolti tropari di diversi innografi tra VI e IX secolo. Il canone del mattutino è di Cosma, nato a Damasco verso il 675, vescovo di Maiouma a Gaza dal 734 e morto nel 752. Fratello adottivo di Giovanni Damasceno, con lui fu strenuo difensore della venerazione delle icone. Le nove odi del canone contemplano il mistero del Verbo di Dio che nasce nella carne dalla vergine Maria. Il primo tropario presenta i temi teologici del Natale: "Cristo nasce, rendete gloria; Cristo scende dai cieli, andategli incontro; Cristo è sulla terra, elevatevi. Al Figlio che prima dei secoli immutabilmente dal Padre è stato generato, e negli ultimi tempi dalla Vergine, senza seme, si è incarnato, al Cristo Dio acclamiamo. Virgulto dalla radice di Iesse, e fiore che da essa procede, o Cristo, dalla Vergine sei germogliato dal boscoso monte adombrato, o degno di lode: sei venuto incarnato da una Vergine ignara d'uomo, tu, immateriale e Dio".Cosma canta la nascita di Cristo come nuova creazione: "Colui che, fatto a immagine di Dio, era perito per la trasgressione, divenendo del tutto preda della corruzione, decaduto dalle altezze della vita divina, il sapiente artefice di nuovo lo plasma. Il Creatore, vedendo perdersi l'uomo che con le sue mani aveva fatto, piegati i cieli, discende, e ne assume tutta la sostanza dalla divina Vergine pura, prendendo veramente carne".

Il poema sottolinea come Cristo nella sua nascita si fa simile ad Adamo, partecipando pienamente alla natura umana, per portarla alla comunione con la natura divina: "L'Adamo fatto di terra, che aveva partecipato di quel soffio superiore, ma era caduto nella corruzione, sedotto dalla donna, scorgendo il Cristo nato di donna, grida: O tu che per me sei divenuto come me, santo tu sei, Signore". Il testo mette in parallelo Adamo sedotto dalla donna e Cristo nato da donna, e l'invocazione di Adamo si ritrova molto simile in un tropario dell'Ascensione del Signore ("o tu che per me come me ti sei fatto povero"), collegando la sua discesa sulla terra alla sua ascensione.
Nella sesta ode Cosma evoca Giona, figura di tutta l'economia di Cristo, dalla nascita alla risurrezione: "Il mostro marino, dalle sue viscere, ha espulso come embrione Giona, quale lo aveva ricevuto; il Verbo, dopo aver dimorato nella Vergine e avere assunto la carne, da lei è uscito, custodendola incorrotta. È venuto incarnato, il Cristo Dio nostro, che il Padre genera prima della stella del mattino; colui che tiene le redini delle potenze immacolate, è deposto nella mangiatoia. Il Figlio è stato partorito come un neonato dall'argilla di Adamo, ed è stato dato ai fedeli. Egli è padre e principe del secolo futuro, ed è chiamato angelo del gran consiglio".
Sulla base del libro di Daniele, Cosma nell'ode settima accosta i tre fanciulli nella fornace ai pastori di Betlemme: "I fanciulli allevati nella pietà, disprezzando un empio comando, non si lasciarono atterrire dalla minaccia del fuoco, ma stando tra le fiamme cantavano: O Dio dei padri, tu sei benedetto. I pastori che vegliavano nei campi ricevettero una luminosa visione che li lasciò sbigottiti: la gloria di Dio rifulse intorno a loro, e un angelo gridava: Inneggiate, perché il Cristo è nato. Che discorso è questo, si dissero i pastori; andiamo a vedere l'evento, il Cristo divino".
Nell'ode nona, prendendo spunto dal cantico della Madre di Dio nel vangelo di Luca, Cosma per sette volte canta il mistero dell'incarnazione: "Magnifica, anima mia, colei che è più venerabile e gloriosa delle superne schiere. Magnifica, anima mia, il Dio che nella carne dalla Vergine è stato partorito. Magnifica, anima mia, il re partorito nella grotta. Magnifica, anima mia, il Dio adorato dai magi. Magnifica, anima mia, la forza della divinità. Magnifica, anima mia, colei che ci ha riscattati dalla maledizione. Magnifica, anima mia, colei che è più venerabile e gloriosa delle superne schiere".
Infine, in un tropario di Romano il Melodo, con immagini prese dall'Antico Testamento, il poeta canta il mistero della nascita verginale di Cristo: "Betlemme ha aperto l'Eden, venite a vedere: troviamo nel nascondimento le delizie; venite, riceviamo nella grotta le gioie del paradiso. Là è apparsa la radice non innaffiata che fa germogliare il perdono; là si è trovato il pozzo da nessuno scavato, a cui Davide un tempo aveva desiderato bere: là è la Vergine che, partorito il bambino, ha subito estinto la sete di Adamo e di Davide: affrettiamoci dunque al luogo dove è stato partorito, piccolo bimbo, il Dio che è prima dei secoli".
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma
(©L'Osservatore Romano 25 dicembre 2011)