lunes, 15 de enero de 2018

L’Ascensione del Signore. Iconografia e innografia nella tradizione bizantina.
Tu che per me come me ti sei fatto povero…


La festa dell’Ascensione del Signore si celebra il quarantesimo giorno dopo la sua risurrezione, cioè il giovedì della sesta settimana di Pasqua. L=icona della festa riprende due testi del Nuovo Testamento: Lc 24,50-53: Poi il Signore condusse i discepoli fuori e alzate le mani li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo... e Atti 1,9-11: ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: Questo Gesù che è stato assunto di tra voi... tornerà un giorno... Si tratta senz’altro dell'icona dell'Ascensione del Signore, ma anche l’icona della sua seconda venuta. L=immagine è divisa in due parti ben distinte: quella superiore dove si vede Cristo assiso su un trono, ascendente e immobile nella sua gloria, sostenuto da due angeli. Nella parte inferiore l’icona colloca la Madre di Dio in mezzo ai discepoli, tra cui c’è Pietro a destra e Paolo a sinistra, e due angeli in bianche vesti. L=icona dell=Ascensione –e la stessa festa dell=Ascensione come vedremo nei testi liturgici- contempla Cristo nel suo innalzarsi, sostenuto dagli angeli. Quindi dalla sua Ascensione fino al suo ritorno Cristo Signore presiede la sua Chiesa -nell=icona questo è molto evidente; Lui dal suo trono presiede la Chiesa formata dagli apostoli, presiede la preghiera della Chiesa. L=atteggiamento di Maria nell’icona è sempre lo stesso: la preghiera. Lei no guarda in alto -in quasi nessuna icona dell=Ascensione-, ma guarda di fronte, essa stessa guarda la Chiesa per ricordarle la necessità della veglia, dell'’attesa, della preghiera. Icona dell=Ascensione di Cristo, ma anche l=icona della Chiesa nata dalla croce di Cristo: nell’icona su potrebbe anche legere una croce formata dall’asse verticale da Cristo a Maria, e l’asse orizzontale che percorre le teste degli angeli in bianche vesti e gli apostoli stessi; icona della Chiesa che vive da e nella preghiera della comunità e dalla testimonianza degli apostoli, mentre è nella attesa del ritorno del suo Signore.
            L’icona dell'Ascensione e i testi dell'ufficiatura della festa sottolineano come il Signore, ascendendo in cielo esalta l’umanità da noi assunta: “Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesú, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l=hai fatta sedere con te accanto al Padre. Per questo le celesti schiere degli incorporei, sbigottite per il prodigio, estatiche stupivano e, prese da tremore, magnificavano il tuo amore per gli uomini…”.
            L’Ascensione del Signore nei testi della liturgia della festa è sempre pegno della sua promessa e della missione dello Spirito Santo. L’icona della festa della Pentecoste infatti riprenderà quasi uguale la parte inferiore dell'icona dell'Ascensione: in ambedue vediamo la Madre di Dio e gli apostoli in atteggiamento di preghiera contemplando il Cristo ascendente; la Madre di Dio e gli apostoli, la Chiesa stessa in atteggiamento di preghiere per ricevere il dono dello Spirito Santo: “Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro. Il Padre riceve colui che dall=eternità, nel suo seno dimora… Signore, quando gli apostoli ti videro sollevarti sulle nubi, gemendo nel pianto, pieni di tristezza, o Cristo datore di vita, tra i lamenti dicevano: O Sovrano, non lasciare orfani i tuoi servi che tu, pietoso, hai amato nella tua tenera compassione: mandaci, come hai promesso, lo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre…”.
            Tutta l’economia della nostra salvezza, il mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio, viene riassunto in uno dei tropari del vespro, che lo presenta con l’immagine della povertà assunta dal Signore nel suo farsi uomo: “Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre”.
            Uno dei tropari dell'ufficiatura del vespro canta l’ascensione del Signore servendosi del salmo 23 nella sua forma dialogica, così come lo troviamo anche nella stessa notte di Pasqua nella liturgia bizantina: “Mentre tu ascendevi, o Cristo, dal Monte degli Ulivi, le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l=un l=altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria. Ma perché sono rossi i suoi vestiti? Viene da Bosor, cioè dalla carne. E tu, dopo esserti assiso in quanto Dio alla destra della Maestà, ci hai inviato lo Spirito Santo per guidare e salvare le anime nostre”.
            Icona e festa dell'Ascensione del Signore; icona e festa della sua seconda  venuta. Diversi dei testi del mattutino della festa sottolineano questo doppio aspetto, commentando quasi iconograficamente l’uno e l’altro: “Uccisa la morte con la tua morte, o Signore, hai preso con te quelli che amavi, sei salito al santo Monte degli Ulivi, e di là sei asceso al tuo Genitore, o Cristo, portato da una nube… Agli apostoli che continuavano a guardare dissero gli angeli: Uomini di Galilea, perché restate sbigottiti per l=ascensione del Cristo, datore di vita? Così egli stesso verrà di nuovo sulla terra per giudicare tutto il mondo, quale giustissimo Giudice…”. Il tropario della festa raccoglie i diversi aspetti della festa stessa: “Sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, rallegrando i discepoli con la promessa del Santo Spirito: essi rimasero confermati dalla tua benedizione, perché tu sei il Figlio di Dio, il Redentore del mondo”.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


E gli angeli magnificano
il tuo amore per noi

di MANUEL NIN
L'Ascensione del Signore si celebra il quarantesimo giorno dopo la sua risurrezione, cioè il giovedì della sesta settimana di Pasqua. L'icona è anche quella della sua seconda venuta. L'immagine è divisa in due parti ben distinte. Nella superiore si vede Cristo su un trono, ascendente e immobile nella sua gloria, sostenuto da due angeli. In quella inferiore l'icona colloca la Madre di Dio in mezzo ai discepoli, tra cui Pietro a destra e Paolo a sinistra, e due angeli in bianche vesti.
Cristo presiede la Chiesa formata dagli apostoli e la sua preghiera dall'Ascensione fino al suo ritorno. Nell'icona questo è molto evidente, e l'atteggiamento di Maria è sempre lo stesso: la preghiera. Lei non guarda in alto, ma di fronte: per ricordare alla Chiesa la necessità della veglia, dell'attesa, della preghiera. Ma l'icona è anche immagine della Chiesa nata dalla croce di Cristo, suggerita dal disegno della croce formata dall'asse verticale che va da Cristo a Maria e dall'asse orizzontale che separa gli angeli dagli apostoli: rappresentazione della Chiesa che vive nella preghiera e della testimonianza degli apostoli mentre è nell'attesa del ritorno del suo Signore.
I testi dell'ufficiatura sottolineano come il Signore, ascendendo in cielo esalta l'umanità: "Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesù, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l'hai fatta sedere con te accanto al Padre. Per questo le celesti schiere degli incorporei, sbigottite per il prodigio, estatiche stupivano e, prese da tremore, magnificavano il tuo amore per gli uomini".
L'Ascensione del Signore nei testi liturgici della festa è sempre pegno della sua promessa e della missione dello Spirito Santo: "Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro. Il Padre riceve colui che dall'eternità, nel suo seno dimora. Signore, quando gli apostoli ti videro sollevarti sulle nubi, gemendo nel pianto, pieni di tristezza, o Cristo datore di vita, tra i lamenti dicevano: O Sovrano, non lasciare orfani i tuoi servi che tu, pietoso, hai amato nella tua tenera compassione: mandaci, come hai promesso, lo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre".
Tutta l'economia della nostra salvezza, il mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio, è riassunto in un tropario del vespro, che lo presenta con l'immagine della povertà assunta dal Signore nel suo farsi uomo: "Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre".
Un altro tropario del vespro si serve del salmo 23, come nella notte di Pasqua: "Mentre tu ascendevi, o Cristo, dal Monte degli Ulivi, le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l'un l'altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria. Ma perché sono rossi i suoi vestiti? Viene da Bosor, cioè dalla carne. E tu, dopo esserti assiso in quanto Dio alla destra della Maestà, ci hai inviato lo Spirito Santo per guidare e salvare le anime nostre".
Ascensione del Signore e sua seconda venuta. Diversi testi del mattutino sottolineano questo doppio aspetto: "Uccisa la morte con la tua morte, o Signore, hai preso con te quelli che amavi, sei salito al santo Monte degli Ulivi, e di là sei asceso al tuo Genitore, o Cristo, portato da una nube. Agli apostoli che continuavano a guardare dissero gli angeli: Uomini di Galilea, perché restate sbigottiti per l'ascensione del Cristo, datore di vita? Così egli stesso verrà di nuovo sulla terra per giudicare tutto il mondo, quale giustissimo giudice".

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


martes, 2 de enero de 2018

L’Annunciazione del Signore. Iconografia e innografia nella tradizione bizantina.
Oggi Colui che non ha carne, prende carne da Maria….

           
La festa dell’Annunciazione della Santissima Madre di Dio e sempre vergine Maria, ha il suo fondamento biblico nei Vangeli, specialmente in quello di Luca, ed è l’unica grande festa che troviamo lungo la Quaresima nella tradizione bizantina. Si tratta di una antica festa cristiana, introdotta in ambito costantinopolitano attorno al 530. L’icona della festa è molto semplice e si potrebbe dire essenziale, e contiene i due personaggi della narrazione evangelica: l’arcangelo Gabriele in atteggiamento annunziante, recando nelle mani uno scettro regale, e la vergine Maria in atteggiamento accogliente della parola dell'arcangelo, del Verbo di Dio, con una o le due mani alzate in gesto di preghiera. Dall’alto dell'icona al centro un raggio che si triplica con una colomba al centro scendendo su Maria indica la forza di Dio che la copre con la sua ombra.
            L’iconografia del 25 marzo viene cantata dalla stessa innografia liturgica della festa. Tutti i tropari sono quasi dei dialoghi tra l’arcangelo Gabriele e Maria. Soprattutto nei tre primi tropari dell’ufficiatura del vespro troviamo come una lettura liturgica dell'’iconografia della festa. Nel primo dei tropari l’arcangelo saluta la vergine con sette “gioisci” che introducono tutta una serie di temi cristologici presi da immagini dell’Antico Testamento: “Per rivelarti l=eterno consiglio, si presentò Gabriele, o Vergine, salutandoti e così parlando: Gioisci, terra non seminata; gioisci, roveto incombusto; gioisci, abisso imperscrutabile; gioisci, ponte che fa passare ai cieli e scala elevata contemplata da Giacobbe; gioisci, divina urna della manna; gioisci, liberazione dalla maledizione; gioisci, ritorno di Adamo dall=esilio…”. Tutta una serie di immagini che troviamo poi più sviluppate nell’inno Akathistos, collegato anch’esso alla festa dell'’Annunciazione. La presenza unica di Gabriele nell’indirizzarsi, nel parlare alla vergine, viene contrastata dal secondo dei tropari dove si sviluppa la risposta di Maria; manifesta lo stupore davanti alle parole di colui, l’arcangelo, che gli appare sotto forma quasi umana. Maria stessa applica a se stessa le immagini prese dai salmi e che vengono applicate al mistero dell'’incarnazione del Verbo di Dio: “Mi appari come uomo, disse la Vergine incorrotta al principe dell=esercito celeste: come dunque pronunci parole che oltrepassano l=uomo? Mi hai detto infatti che Dio sarà con me e prenderà dimora nel mio grembo: ma, dimmi, come potrò divenire ampio spazio e luogo di santità per colui che cavalca i cherubini? Non trarmi in inganno: non ho conosciuto piacere, sono estranea a nozze, come dunque partorirò un figlio?” Risposta di Maria diventa professione di fede della stessa Chiesa nell’incarnazione del Verbo di Dio. Il terzo tropario del vespro quindi riprende sia la risposta dell'arcangelo sia l’assenso della Madre di Dio: “Quando Dio vuole, l=ordine della natura è superato, rispose l=incorporeo, e si opera ciò che oltrepassa l=uomo. Credi alle mie veraci parole, o santissima più che immacolata. Ed essa esclamò: Mi avvenga dunque, secondo la tua parola, e io partorirò colui che non ha carne, che da me prenderà la carne per ricondurre l=uomo, grazie a questa unione, alla dignità antica: egli è il solo potente”. Notiamo la bella espressione cristologica messa nelle labbra di Maria: “colui che non ha carne… da me prende carne…”.
            L’ultimo dei tropari della prima parte del vespro mette in bocca dell'’arcangelo la meditazione dell'incarnazione del Verbo di Dio a partire da immagini quasi opposte l’una all’altra e prese tutte da testi veterotestamentari: “Fu mandato dal cielo l=arcangelo Gabriele ad annunciare alla Vergine il concepimento. Giunto a Nazaret, rifletteva in se stesso sul prodigio e ne era sbigottito: Dunque l=inafferrabile che è nel più alto dei cieli nasce da una vergine! Colui che ha il cielo per trono e la terra come sgabello si rinchiude nel grembo di una donna! Colui che i serafini dalle sei ali e i cherubini dai molti occhi non possono fissare, si compiace di incarnarsi da lei in virtú della sola parola. Colui che qui è presente è il Verbo di Dio. Che attendo dunque, perché non parlo alla fanciulla? Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te; gioisci, Vergine pura; gioisci sposa senza nozze; gioisci, Madre della vita…”.
            Ancora dell'’ufficiatura del vespro abbiamo l’ultimo dei tropari, opera di sant’Andrea di Creta (VII-VIII sec.), e che diventa una lunga contemplazione della icona stessa della festa, collegandola con tutta l’economia di Dio nel suo amore verso l’uomo, da Adamo fino al Verbo incarnato. In primo luogo troviamo il tema della liberazione di Adamo ed Eva, che a sua volta un preannuncio della vittoria pasquale di Cristo stesso: “Adamo è rinnovato; Eva è liberata dalla tristezza di prima…”. Poi il tema della divinizzazione dell'’uomo: “…la dimora della nostra stessa sostanza, deificata da ciò che ha concepito, è divenuta tempio di Dio. O mistero! Ignoto il modo del divino annientamento, ineffabile il modo del concepimento…”. Quindi la professione di fede trinitaria; l’Incarnazione del Verbo coinvolge tutta la Trinità, presente nell’icona attraverso il triplice raggio che scende dall’alto: “Le realtà della terra si congiungono a quelle del cielo… Un angelo è ministro del prodigio; un grembo verginale accoglie il Figlio; lo Spirito Santo viene inviato; il Padre dall=alto esprime il suo beneplacito, e si opera questo incontro per il loro comune volere…”. La natura umana, assunta dal Verbo nella sua incarnazione, viene innalzata e salvata: “In esso e per esso salvàti, ad una sola voce con Gabriele, acclamiamo alla Vergine: Gioisci, o piena di grazia dalla quale ci viene la salvezza, Cristo Dio nostro che, assunta la nostra natura, a sé l=ha innalzata…”.
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


Colui che non ha carne prende carne da Maria

di Manuel Nin

La festa dell’Annunciazione della Santissima Madre di Dio e sempre vergine Maria, ha il suo fondamento biblico nei Vangeli, specialmente in quello di Luca, ed è l’unica grande festa che troviamo lungo la Quaresima nella tradizione bizantina. Si tratta di un’antica festa cristiana, introdotta in ambito costantinopolitano attorno al 530. L’icona della festa è molto semplice e si potrebbe dire essenziale; contiene i due personaggi della narrazione evangelica: l’arcangelo Gabriele in atteggiamento annunziante, recando nelle mani uno scettro regale, e la vergine Maria in atteggiamento accogliente della parola dell’arcangelo, del Verbo di Dio, con una o le due mani alzate in gesto di preghiera. Dall’alto dell’icona al centro un raggio che si triplica con una colomba al centro scendendo su Maria indica la forza di Dio che la copre con la sua ombra.
L’iconografia del 25 marzo viene cantata dalla stessa innografia liturgica della festa. Tutti i tropari sono quasi dei dialoghi tra l’arcangelo Gabriele e Maria. Soprattutto nei tre primi tropari dell’ufficiatura del vespro troviamo come una lettura liturgica dell’iconografia della festa. Nel primo dei tropari l’arcangelo saluta la vergine con sette “gioisci” che introducono tutta una serie di temi cristologici presi da immagini dell’Antico Testamento: «Per rivelarti l’eterno consiglio, si presentò Gabriele, o Vergine, salutandoti e così parlando: Gioisci, terra non seminata; gioisci, roveto incombusto; gioisci, abisso imperscrutabile; gioisci, ponte che fa passare ai cieli e scala elevata contemplata da Giacobbe; gioisci, divina urna della manna; gioisci, liberazione dalla maledizione; gioisci, ritorno di Adamo dall’esilio». Tutta una serie di immagini che troviamo poi più sviluppate nell’inno Akathistos, collegato anch’esso alla festa dell’Annunciazione. La presenza unica di Gabriele nell’indirizzarsi, nel parlare alla vergine, viene contrastata dal secondo dei tropari dove si sviluppa la risposta di Maria; manifesta lo stupore davanti alle parole di colui, l’arcangelo, che gli appare sotto forma quasi umana. Maria stessa applica a se stessa le immagini prese dai salmi e che vengono applicate al mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio: «Mi appari come uomo, disse la Vergine incorrotta al principe dell’esercito celeste: come dunque pronunci parole che oltrepassano l’uomo? Mi hai detto infatti che Dio sarà con me e prenderà dimora nel mio grembo: ma, dimmi, come potrò divenire ampio spazio e luogo di santità per colui che cavalca i cherubini? Non trarmi in inganno: non ho conosciuto piacere, sono estranea a nozze, come dunque partorirò un figlio?».
La risposta di Maria diventa professione di fede della stessa Chiesa nell’incarnazione del Verbo di Dio. Il terzo tropario del vespro quindi riprende sia la risposta dell’arcangelo sia l’assenso della Madre di Dio: «Quando Dio vuole, l’ordine della natura è superato, rispose l’incorporeo, e si opera ciò che oltrepassa l’uomo. Credi alle mie veraci parole, o santissima più che immacolata. Ed essa esclamò: Mi avvenga dunque, secondo la tua parola, e io partorirò colui che non ha carne, che da me prenderà la carne per ricondurre l’uomo, grazie a questa unione, alla dignità antica: egli è il solo potente». Notiamo la bella espressione cristologica messa nelle labbra di Maria: «colui che non ha carne (...) da me prende carne».
L’ultimo dei tropari della prima parte del vespro mette in bocca dell’arcangelo la meditazione dell’incarnazione del Verbo di Dio a partire da immagini quasi opposte l’una all’altra e prese tutte da testi veterotestamentari: «Fu mandato dal cielo l’arcangelo Gabriele ad annunciare alla Vergine il concepimento. Giunto a Nazaret, rifletteva in se stesso sul prodigio e ne era sbigottito: Dunque l’inafferrabile che è nel più alto dei cieli nasce da una vergine! Colui che ha il cielo per trono e la terra come sgabello si rinchiude nel grembo di una donna! Colui che i serafini dalle sei ali e i cherubini dai molti occhi non possono fissare, si compiace di incarnarsi da lei in virtú della sola parola. Colui che qui è presente è il Verbo di Dio. Che attendo dunque, perché non parlo alla fanciulla? Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te; gioisci, Vergine pura; gioisci sposa senza nozze; gioisci, Madre della vita».
Ancora dell’ufficiatura del vespro abbiamo l’ultimo dei tropari, opera di sant’Andrea di Creta (VII-VIII secolo), e che diventa una lunga contemplazione della icona stessa della festa, collegandola con tutta l’economia di Dio nel suo amore verso l’uomo, da Adamo fino al Verbo incarnato. In primo luogo troviamo il tema della liberazione di Adamo ed Eva che, a sua volta, è un preannuncio della vittoria pasquale di Cristo stesso: «Adamo è rinnovato; Eva è liberata dalla tristezza di prima». Poi il tema della divinizzazione dell’’uomo: «la dimora della nostra stessa sostanza, deificata da ciò che ha concepito, è divenuta tempio di Dio. O mistero! Ignoto il modo del divino annientamento, ineffabile il modo del concepimento». Quindi la professione di fede trinitaria; l’Incarnazione del Verbo coinvolge tutta la Trinità, presente nell’icona attraverso il triplice raggio che scende dall’alto: «Le realtà della terra si congiungono a quelle del cielo (...) Un angelo è ministro del prodigio; un grembo verginale accoglie il Figlio; lo Spirito Santo viene inviato; il Padre dall’alto esprime il suo beneplacito, e si opera questo incontro per il loro comune volere». La natura umana, assunta dal Verbo nella sua incarnazione, viene innalzata e salvata: «In esso e per esso salvàti, ad una sola voce con Gabriele, acclamiamo alla Vergine: Gioisci, o piena di grazia dalla quale ci viene la salvezza, Cristo Dio nostro che, assunta la nostra natura, a sé l’ha innalzata».
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma

jueves, 21 de diciembre de 2017

Gli Inni sul Digiuno di sant’Efrem di Nisibi.
Oggi digiuna la nostra bocca e digiuna anche il nostro cuore.

            La traduzione italiana degli Inni sul digiuno di sant'Efrem il Siro apparsa nel 2011, ci offre l'occasione di approfondire alcuni aspetti dell'opera del diacono siro assai importanti per poter capire la teologia, la liturgia, la spiritualità di una Chiesa orientale nella seconda metà del IV secolo. La collezione di Inni sul digiuno di Efrem di Nisibi è composta da una decina di testi poetici, con una sorta di appendice che contiene altri quattro inni, di autenticità più dubbiosa.
Tutti gli Inni di questa raccolta hanno una chiara unità tematica che fa di essi quasi un unicum nell'opera efremiana: il loro nucleo ispiratore comune è costituito infatti dal digiuno, considerato, quest'ultimo, sotto angolature diverse. Anzitutto Efrem mette in rilievo il modello del digiunante, Cristo stesso, che lo ha osservato per quaranta giorni nel deserto: “Questo è il digiuno del Primogenito, l’inizio dei suoi trionfi. Rallegriamoci della sua venuta! Con il digiuno, infatti, egli ottenne la vittoria, sebbene in ogni modo potesse ottenerla. A noi mostrò la forza che è celata nel digiuno, che vince tutto. Con esso, infatti, si sconfigge colui che, con il frutto, sconfisse Adamo: pure con avidità l’inghiottì! Benedetto sia il Primogenito, che eresse il muro del suo grande digiuno attorno alla nostra debolezza”. Il digiuno di Cristo nel deserto viene così collegato con quello dei cristiani nel periodo che precede la celebrazione della vittoria di Cristo sulla morte e la sua risurrezione.
Nei diversi inni, Efrem predilige come esempi di digiunanti molti personaggi dell'Antico Testamento. Essi sono presentati sia come modelli per i cristiani sia come figure e precursori di Cristo stesso. Nello stesso tempo, per esaltare il digiuno come un “frutto bello”, che può tuttavia diventare guasto se non è praticato con la più sincera ispirazione, l'autore si serve anche di immagini tratte dalla natura che lo circonda: “Osserva la natura, nel caso in cui siano stati contaminati frutti allettanti in qualcosa infetto! Il nostro senso ne prova disgusto, (anche) una volta che siano stati ben lavati”. Oppure, allo stesso scopo esortativo, Efrem si avvale anche di immagini proprie della realtà quotidiana della vita: “Benedetto colui che ci donò un’immagine, in cui, se ben guardiamo, si trova lo specchio per la nostra invisibile unità. Vediamola, miei fratelli, nei simboli delle cose visibili. Osserviamo il caglio: se è immesso nel latte liquido, non cola più la sua liquidità, poiché si rapprende insieme alla forza coagulante. Benedetto sia colui che ci donò l’amore, che innesta una forza invisibile nella nostra debolezza”. Nei testi di Efrem scorre dunque tutta una serie di bellissime immagini che ci mostrano la sua capacità di guardare e penetrare a fondo il mondo creato, la sua capacità di vedere i simboli che in esso si nascondono e di cui servirsi come saggi ammaestramenti: “Esaminate (gli effetti) della carne su un volatile! Se ne mangia una grande quantità essa fiacca la sua ala appesantendola, ed esso non può volare, come in precedenza. Se l’aquila che (vola) più (in) alto di tutti è stata troppo vorace, non può più librarsi nell’aria nel modo di (prima). Poiché un (organismo) leggero, con (la carne), aumenta il suo peso, quanto più uno pesante, che ne mangia, sarà appesantito”.
In questi Inni Efrem presenta il digiuno come vittoria di Cristo su colui che vinse a sua volta Adamo col frutto dell'albero. Il digiuno di Cristo stesso nel deserto precederà la sua vittoria contro il nemico: “Questo è il digiuno a causa del quale l’avidità dimise i popoli sulla cima del monte. Rivestito (dei) digiuni egli vinse l’Avido, che s’era rivestito (del) cibo della stirpe di Adamo. Il capo dei vittoriosi ci diede la sua arma e fu elevato alle altezze per divenire osservatore (attento delle nostre battaglie). Chi non correrà all’armi con cui Dio ottenne la vittoria? È vergognoso, miei fratelli, soccombere con l’arma, che vinse e rese vittorioso tutto il creato!”. Il digiuno quindi è l'arma con cui il Signore stesso ottenne la vittoria contro il nemico. La vittoria ottenuta col digiuno deve rendere l'uomo attento a non cadere di nuovo nelle mani del nemico che, con astuzia, getta le sue trappole e tende a sua volta le sue armi: “Non date credito, o semplici, all’Ingannatore, che deruba i digiunanti! Infatti, chi vede astenersi dal pane, (l’Ingannatore) lo riempie di collera; a chi vede in preghiera insinua un pensiero dopo l’altro e, furtivamente, gli sottrae dal cuore la preghiera della sua bocca. Nostro Signore, donaci l’occhio (in grado) di vedere come (quegli) derubi la verità con frode”.
Il digiuno ancora è presentato da Efrem come vittoria che porta il cristiano alla purificazione e alla visione di Dio; qui troviamo un tema caro a Efrem e agli autori siriaci a lui posteriori, quello della purezza di cuore che conduce, quale culmine d’un cammino di elevazione spirituale, alla visione di Dio. Questo è il gradino più alto che l'uomo può attingere: “Questo è il digiuno che eleva in alto: sorse dal Primogenito per elevare in alto i piccoli. Per chi è accorto il digiuno è motivo di gioia, vedendo quanto sia stato elevato in alto. Il digiuno purifica invisibilmente l’anima, perché possa contemplare Dio ed elevarsi alla sua visione…”. Nello stesso tempo, però, Efrem non esita a biasimare il digiuno compiuto nell'ignoranza, perché non porta alla “visione” ma alla “cecità” chi lo pratica, fino ad uccidere il vero Agnello pasquale: “Venite, ricordiamo, digiunando, cosa fecero gli stolti durante i loro digiuni! (…) A Pasqua uccisero il Signore della Pasqua. Nella festa immolarono il Signore delle feste. (…) leggevano senza capire e spiegavano senza percepirne (il senso)! Lessero nelle Scritture; (lo) appesero sul legno. Le figure nei libri; la verità sul legno. Crocifissero l’Agnello di verità e (lo) appesero (…) (Lo) avevano crocifisso i ciechi, che si accesero d’invidia e, disorientati, errarono. (…) In mezzo ai crocifissori visibili stava una comunità spirituale, invisibilmente”. Inoltre Efrem, offre una bella lettura simbolico-mistagogica dei fatti anticotestamentari letti alla luce del Nuovo Testamento: “Mosè stava (là) con le sue braccia stese e il suo bastone sul petto. Stupore sulla cima del monte: steso il braccio e il bastone innalzato, come sul Golgota. Un loro testimone esclamò a loro riguardo: questo simbolo ha vinto Amalek. L’alleanza di Mosè, infatti, era come uno specchio: essa rifletteva nostro Signore. O verità che, anche ai ciechi, gridò: Qui sono io! I ciechi, avendola toccata, videro la luce; i vedenti, avendola scrutata, divennero ciechi, poiché crocifissero la luce”.
Il digiuno è maestro, oppure allenatore nella lotta: “Questo è il digiuno istruttore, che insegna all’atleta le mosse della lotta. Accostatelo, praticate(lo), apprendete il combattimento accorto. Ecco, egli ci ordinò che la nostra bocca digiunasse e digiunasse anche il nostro cuore. Non digiuniamo dal pane (se) nutriamo pensieri…”. Diverse volte, in questi inni, Efrem mette in guardia di fronte al falso digiuno, all'ipocrisia di chi ostenta esteriormente di digiunare, mentre il suo cuore è attaccato al male che non si vede: “L’Isaia eloquente si fece predicatore per biasimare i digiunanti: Grida e proclama! L’orecchio chiuso non si apre che al suono dell’argento! Non digiunare, mentre divori (i beni del)l’orfano! Non vestire l’abito di sacco, mentre spogli la vedova! Non piegare il tuo collo, mentre soggioghi degli esseri nati liberi! Un digiuno, che fa gemere e opprime, rende manifesti gli idoli che si celano in una tale prepotenza”.
In questi inni Efrem sembra quasi ricorrere a una forma di personificazione del digiuno; in esso, egli si riferisce ovviamente al digiuno come a una pratica ascetica, ma di certo pensa anche al Digiunante per eccellenza, Cristo stesso che è Colui che salva, arricchisce, libera, abbellisce, dà la vera gioia.
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


Negli inni di sant’Efrem di Nisibi
Oggi digiunano 
bocca e cuore
Gli Inni sul digiuno di Efrem di Nisibi sono una decina di testi poetici con una chiara unità tematica che ne fa quasi un unicum: il loro nucleo ispiratore comune è costituito infatti dal digiuno considerato sotto angolature diverse. Anzitutto si mette in luce il modello osservato in Cristo per quaranta giorni nel deserto: «Questo è il digiuno del Primogenito, l’inizio dei suoi trionfi. Rallegriamoci della sua venuta!

Con il digiuno, infatti, egli ottenne la vittoria, sebbene in ogni modo potesse ottenerla. A noi mostrò la forza che è celata nel digiuno, che vince tutto. Con esso, infatti, si sconfigge colui che, con il frutto, sconfisse Adamo: pure con avidità l’inghiottì! Benedetto sia il Primogenito, che eresse il muro del suo grande digiuno attorno alla nostra debolezza».
Come esempi di digiunanti molti personaggi dell’Antico Testamento sono presentati sia come modelli per i cristiani sia come figure e precursori di Cristo stesso. Nello stesso tempo, per esaltare il digiuno come un «frutto bello» — che può tuttavia diventare guasto se non è praticato con la più sincera ispirazione — l’autore si serve anche di immagini tratte da ciò che lo circonda: «Osserva la natura, nel caso in cui siano stati contaminati frutti allettanti in qualcosa infetto! Il nostro senso ne prova disgusto, una volta che siano stati ben lavati». Oppure si avvale di immagini della quotidianità: «Benedetto colui che ci donò un’immagine, in cui, se ben guardiamo, si trova lo specchio per la nostra invisibile unità. Vediamola, miei fratelli, nei simboli delle cose visibili. Osserviamo il caglio: se è immesso nel latte liquido, non cola più la sua liquidità, poiché si rapprende insieme alla forza coagulante».
Nei testi di Efrem scorrono dunque una serie di bellissime immagini che mostrano la sua capacità di guardare e penetrare a fondo il mondo creato, di vederne i simboli in esso celati e di cui servirsi come saggi ammaestramenti: «Esaminate gli effetti della carne su un volatile! Se ne mangia una grande quantità essa fiacca la sua ala appesantendola, ed esso non può volare, come in precedenza. Se l’aquila che vola più in alto di tutti è stata troppo vorace, non può più librarsi nell’aria nel modo di prima. Poiché un organismo leggero con la carne aumenta il suo peso, quanto più uno pesante, che ne mangia, sarà appesantito».
Efrem presenta il digiuno come vittoria di Cristo su colui che vinse a sua volta Adamo col frutto dell’albero. Il digiuno di Cristo stesso nel deserto precederà la sua vittoria contro il nemico, e quindi è l’arma con cui il Signore ottenne la vittoria. La vittoria ottenuta col digiuno deve rendere l’uomo attento a non cadere di nuovo nelle mani del nemico che, con astuzia, getta le sue trappole e tende a sua volta le sue armi: «Non date credito, o semplici, all’Ingannatore, che deruba i digiunanti! Infatti, chi vede astenersi dal pane, l’ingannatore lo riempie di collera; a chi vede in preghiera insinua un pensiero dopo l’altro e, furtivamente, gli sottrae dal cuore la preghiera della sua bocca. Nostro Signore, donaci l’occhio in grado di vedere come quegli derubi la verità con frode».
Il digiuno ancora è presentato come vittoria che porta il cristiano alla purificazione e alla visione di Dio; qui troviamo un tema caro a Efrem e agli autori siriaci posteriori, quello della purezza di cuore che conduce, quale culmine d’un cammino di elevazione spirituale, alla visione di Dio. Questo è il gradino più alto che l’uomo può attingere: «Questo è il digiuno che eleva in alto: sorse dal Primogenito per elevare in alto i piccoli. Per chi è accorto il digiuno è motivo di gioia, vedendo quanto sia stato elevato in alto. Il digiuno purifica invisibilmente l’anima, perché possa contemplare Dio ed elevarsi alla sua visione».
Nello stesso tempo Efrem non esita a biasimare il digiuno compiuto nell’ignoranza, perché non porta alla “visione” ma alla “cecità” chi lo pratica, fino ad uccidere il vero Agnello pasquale: «Venite, ricordiamo, digiunando, cosa fecero gli stolti durante i loro digiuni! A Pasqua uccisero il Signore della Pasqua. Nella festa immolarono il Signore delle feste. Leggevano senza capire e spiegavano senza percepirne il senso! Lessero nelle Scritture; lo appesero sul legno. Le figure nei libri; la verità sul legno. Crocifissero l’Agnello di verità e lo appesero. Lo avevano crocifisso i ciechi, che si accesero d’invidia e, disorientati, errarono. In mezzo ai crocifissori visibili stava una comunità spirituale, invisibilmente».
Inoltre Efrem offre una lettura simbolica dei fatti anticotestamentari alla luce del Nuovo Testamento: «Mosè stava là con le sue braccia stese e il suo bastone sul petto. Stupore sulla cima del monte: steso il braccio e il bastone innalzato, come sul Golgota. Un loro testimone esclamò a loro riguardo: questo simbolo ha vinto Amalek. L’alleanza di Mosè, infatti, era come uno specchio: essa rifletteva nostro Signore. O verità che, anche ai ciechi, gridò: Qui sono io! I ciechi, avendola toccata, videro la luce; i vedenti, avendola scrutata, divennero ciechi, poiché crocifissero la luce».
Il digiuno è maestro, oppure allenatore nella lotta: «Questo è il digiuno istruttore, che insegna all’atleta le mosse della lotta. Accostatelo, praticatelo, apprendete il combattimento accorto. Ecco, egli ci ordinò che la nostra bocca digiunasse e digiunasse anche il nostro cuore. Non digiuniamo dal pane se nutriamo pensieri». Diverse volte Efrem mette in guardia dal falso digiuno, dall’ipocrisia di chi ostenta esteriormente di digiunare, mentre il suo cuore è attaccato al male che non si vede: «L’Isaia eloquente si fece predicatore per biasimare i digiunanti: Grida e proclama! L’orecchio chiuso non si apre che al suono dell’argento! Non digiunare, mentre divori i beni dell’orfano! Non vestire l’abito di sacco, mentre spogli la vedova! Non piegare il tuo collo, mentre soggioghi degli esseri nati liberi! Un digiuno, che fa gemere e opprime, rende manifesti gli idoli che si celano in una tale prepotenza».
  Manuel Nin
1 marzo 2012


lunes, 6 de noviembre de 2017

La festa dell'Incontro del Signore nell'innografia e l’iconografia bizantina.
Oggi l’Antico dei giorni diventa Bambino…

            Le Chiese orientali celebrano la festa del 2 febbraio come una delle dodici grandi feste dell'anno liturgico. Testimoniata già da Egeria nella seconda metà del IV secolo. Nel V-VI secc. la festa si celebra già ad Alessandria, ad Antiochia ed entra a Costantinopoli nel 542. Alla fine del VII secolo viene introdotta a Roma da un papa di origini orientali Sergio I (687-701), che vi introdurrà anche le feste della Natività di Maria (8 settembre), dell’Annunciazione (25 marzo) e della Dormizione della Madre di Dio (15 agosto). Si tratta di una festa i cui testi liturgici sottolineano l'incontro tra l'umanità -rappresentata dai vegliardi Simeone ed Anna-, e la divinità –lo stesso Cristo Signore. L’iconografia della festa è abbastanza sobria e con poche varianti nelle diverse tradizioni cristiane in cui è rappresentata, dai mosaici romani di Santa Maria in Trastevere, all’iconografia balcanica, alle icone greche e slave. Sostanzialmente l’icona riprende il passo evangelico di Luca 2, con i cinque personaggi della narrazione: Cristo, Maria e Simeone come figure centrali; Giuseppe e Anna come figure in secondo piano. In un posto rilevante dell'icona vediamo l’altare del tempio vestito con le tovaglie e sormontato da un ciborio e spesso anche attorniato da un cancello, che fa del tempio dell'’antica alleanza il tempio cristiano e quindi la presentazione di Gesù al tempio nel quarantesimo giorno della sua nascita diventa la festa dell'Incontro dell'antica, invecchiata umanità con l’uomo nuovo nell’umanità di Cristo. Ancora a livello iconografico, in alcune delle rappresentazioni è Maria che porta il bimbo nelle sue braccia, mentre in altre icone è Simeone che lo sorregge. L’iconografia di Simeone ricevendo o sorreggendo il Bambino ci porta anche al momento del Grande Ingresso nella Divina Liturgia bizantina, in cui il vescovo, alla porta del santuario riceve dal sacerdote i doni preparati del pane e del vino per deporli sull’altare. I tropari dell'ufficiatura della festa nella tradizione bizantina appartengono ai grandi innografi bizantini: Giovanni Damasceno, Germano di Costantinopoli, Cosma di Maiuoma, Andrea di Creta; essi cantano soprattutto le tre figure centrali della rappresentazione iconografica e della festa stessa.
            In diversi dei tropari Simeone, come il vescovo nella Chiesa, accogliendo Cristo diventa anche colui che professa la fede della Chiesa: “Ora sono stato liberato, perché ho visto il mio Salvatore. Questi è colui che è stato partorito dalla Vergine: è il Verbo, Dio da Dio, colui che per noi si è incarnato e ha salvato l’uo­­mo… Si apra oggi la porta del cielo, il Verbo eterno del Padre, assunto un principio temporale, senza uscire dalla sua divinità, è presentato per suo volere al tempio della Leg­ge da Vergine Madre… e il vegliardo lo prende tra le braccia, gridando come servo al Sovrano: Lascia che me ne vada, perché i miei occhi han­no visto la tua salvezza. Tu che sei venuto nel mondo per salvare il genere umano”. La professione di fede dei quattro primi concili ecumenici viene messa nella bocca di Simeone; anche nella tradizione bizantina al momento della presentazione del candidato all’ordinazione episcopale, costui professa la sua fede davanti alla Chiesa che lo accoglie come vescovo con tre professioni di fede legate al quattro primi concili ecumenici. Simeone stesso in uno dei tropari diventa tipo di Cristo nella sua discesa agli inferi per salvare, liberare Adamo: “Ora lascia che io me ne va­da, o Sovrano, per annunciare ad Adamo che ho visto il Dio che è prima dei secoli senza mutamento fatto bambino…”.
            Diversi dei tropari sottolineano come il Bambino presentato al tempio è anche Colui che aveva parlato nell’Antico Testamento; in qualche modo la liturgia mette in rilievo che Colui che dava la legge, adesso la ubbidisce anche: “Accogli, Simeone, colui che Mosè vide in pre­cedenza, nella caligine, quando gli dava la Legge sul Sinai, e che ora, divenuto bambino, si assoggetta alla Legge… Questi è colui che Davide annuncia; que­sti è colui che ha parlato nei profeti, colui che si è in­car­nato per noi e che parla nella Legge…”. L’incontro tra l’umanità invecchiata simboleggiata da Simeone ed Anna e la nuova umanità in Cristo, fa riprendere in parecchi dei tropari il testo di Daniel 7,9 in cui si parla del vegliardo, dell'Antico dei giorni, un versetto che i Padri e la liturgia stessa hanno letto sempre in chiave cristologica: “L’Antico di giorni, divenuto bambino nella carne, è porta­to al santuario dalla Madre Vergine… È bambino per me l’Antico di giorni; il Dio puris­simo si sottopone alle purificazioni, per confermare che è realmente la mia carne quella che dalla Vergine ha assunto. Simeone, iniziato ai misteri, rico­nosce Dio stesso, apparso nella carne…”. Colui che la visione del profeta vede come un vegliardo “Antico dei giorni” adesso appare “Bambino nuovo” come lo canta la liturgia del Natale a due vegliardi nel tempio.
            Maria la Madre di Dio viene sempre presentata nei testi liturgici come colei che regge, che porta Cristo. Tre sono i tropari nella seconda parte del vespro bizantino che si trattengono nella figura di Maria. Il primo di questi tre è anche entrato nell’ufficiatura romana della festa odierna come antifona “Adorna thalamum tuum Sion”; sono diversi i titoli cristologici dati in questo testo alla Madre di Dio: celeste porta, trono, nube di luce: “Adorna il tuo talamo, o Sion, e accogli il Re Cristo; abbraccia Maria, la celeste porta, perché essa è di­venuta trono di cherubini, essa porta il Re della gloria; è nube di luce la Vergine perché reca in sé, nella carne, il Figlio che è prima della stella del mat­tino…”. Sempre nell’ufficiatura del vespro troviamo un lungo tropario di Andrea di Creta in cui le braccia portanti del Cristo non sono già quelli di Maria bensì quelli del vegliardo Simeone; ambedue pero, Maria e Simeone, sono sempre tipo della Chiesa che sorregge, porta Cristo agli uomini. Questo tropario introduce, si potrebbe dire in modo discreto, la figura di Giuseppe, discreta anche nella stessa iconografia. Riportiamo il testo intero del tropario: “Colui che è portato dai cherubini e celebrato dai sera­fi­ni, presentato oggi nel sacro tempio secondo la Legge, ha per trono le braccia di un vegliardo; per mano di Giuseppe riceve doni degni di Dio: sotto forma di una coppia di tor­tore, ecco la Chiesa incon­taminata e il nuovo popolo eletto delle genti, insieme a due piccoli di colomba per signi­fi­care che egli è principe dell’antico e del nuovo patto. Si­meo­ne, acco­gliendo il compimento dell’oracolo che aveva ricevuto, benedice la Vergine Madre-di-Dio Maria, simbo­li­camente predicendole la passione di colui che da lei era nato, e a lui chiede di essere sciolto dalla vita, gri­dan­do: Ora la­scia che me ne vada, o Sovrano, come mi ave­vi predetto, per­ché io ho visto te, luce sempiterna, e Signore Salvatore del popolo che da Cristo prende nome”.
            Discreta la figura di Giuseppe sia nell’iconografia che nell’innologia –è presente in un unico tropario-; discreta anche quella della profetessa Anna, presente soltanto in un tropario del giorno 3 febbraio, quando la liturgia celebra i due vegliardi: “Anna divinamente ispirata e il felicissimo Simeone, risplendenti per la profezia, divenuti irreprensibili nella Legge, vedendo il datore della Legge apparso bambino come noi, lo hanno ora adorato: con grande gioia cele­bria­mo dunque oggi la loro memoria…”.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


La festa dell’Incontro del Signore nella tradizione bizantina
Oggi l’Antico di giorni
diventa bambino
Nelle Chiese orientali la festa del 2 febbraio è una delle dodici grandi feste dell’anno liturgico. Testimoniata già nella seconda metà del iv secolo, sottolinea l’incontro tra l’umanità, rappresentata dai vegliardi Simeone e Anna, e la divinità, lo stesso Cristo Signore.
L’iconografia ha poche varianti, dai mosaici romani di Santa Maria in Trastevere ai Balcani, con Cristo, Maria e Simeone come figure centrali, Giuseppe e Anna in secondo piano. L’altare con tovaglie e ciborio trasforma il tempio dell’antica alleanza in edificio di culto cristiano. Così la presentazione di Gesù quaranta giorni dopo la nascita diventa la festa dell’Incontro dell’umanità invecchiata con l’uomo nuovo, Cristo. In alcune icone Maria porta il bimbo nelle sue braccia, in altre è Simeone a sorreggerlo, ricordando il Grande ingresso nella Divina liturgia bizantina, quando il vescovo riceve i doni preparati del pane e del vino per deporli sull’altare.

Simeone, come il vescovo, accogliendo Cristo diventa colui che professa la fede della Chiesa: «Ora sono stato liberato, perché ho visto il mio Salvatore. Questi è colui che è stato partorito dalla Vergine: è il Verbo, Dio da Dio, colui che per noi si è incarnato e ha salvato l’uomo. Si apra oggi la porta del cielo: il Verbo eterno del Padre, assunto un principio temporale, senza uscire dalla sua divinità, è presentato per suo volere al tempio della Legge dalla Vergine Madre e il vegliardo lo prende tra le braccia».
La professione di fede dei quattro primi concili ecumenici viene messa in bocca a Simeone; anche al momento della presentazione del candidato all’ordinazione episcopale, costui pronuncia tre professioni di fede legate ai quattro concili. Simeone stesso in un testo diventa figura di Cristo nella sua discesa agli inferi: «Ora lascia che io me ne vada, o Sovrano, per annunciare ad Adamo che ho visto il Dio che è prima dei secoli senza mutamento fatto bambino».
Diversi tropari sottolineano come il bambino presentato al tempio è anche colui che aveva parlato nell’Antico Testamento: «Accogli, Simeone, colui che Mosè vide in precedenza, nella caligine, quando gli dava la Legge sul Sinai, e che ora, divenuto bambino, si assoggetta alla Legge. Questi è colui che Davide annuncia; questi è colui che ha parlato nei profeti, colui che si è incarnato per noi e che parla nella Legge».
L’incontro tra l’umanità invecchiata simboleggiata da Simeone e Anna e la nuova umanità in Cristo, fa riprendere un versetto del profeta Daniele (7, 9) in chiave cristologica: «L’Antico di giorni, divenuto bambino nella carne, è portato al santuario dalla Madre Vergine. È bambino per me l’Antico di giorni; il Dio purissimo si sottopone alle purificazioni, per confermare che è realmente la mia carne quella che dalla Vergine ha assunto. Simeone, iniziato ai misteri, riconosce Dio stesso, apparso nella carne». Colui che la visione del profeta vede come un vegliardo «antico di giorni» adesso appare «bambino nuovo», come lo canta la liturgia del Natale.
Maria, la Madre di Dio, viene presentata nei testi liturgici come colei che porta Cristo. Uno di questi (Adorna thalamum tuum Sion) è entrato nell’ufficiatura romana: «Adorna il tuo talamo, o Sion, e accogli il re Cristo; abbraccia Maria, la celeste porta, perché essa è divenuta trono di cherubini, essa porta il re della gloria; è nube di luce la Vergine perché reca in sé, nella carne, il Figlio che è prima della stella del mattino».
In un lungo tropario di Andrea di Creta le braccia che portano il Cristo non sono di Maria ma del vegliardo Simeone, entrambi sono figura della Chiesa che porta Cristo agli uomini, introducendo in modo discreto la figura di Giuseppe, in secondo piano anche nell’iconografia: «Colui che è portato dai cherubini e celebrato dai serafini, presentato oggi nel sacro tempio secondo la Legge, ha per trono le braccia di un vegliardo; per mano di Giuseppe riceve doni degni di Dio: sotto forma di una coppia di tortore, ecco la Chiesa incontaminata e il nuovo popolo eletto delle genti, insieme a due piccoli di colomba per significare che egli è principe dell’antico e del nuovo patto. Simeone, accogliendo il compimento dell’oracolo che aveva ricevuto, benedice la Vergine Madre di Dio Maria, simbolicamente predicendole la passione di colui che da lei era nato, e a lui chiede di essere sciolto dalla vita, gridando: Ora lascia che me ne vada, o sovrano, come mi avevi predetto, perché io ho visto te, luce sempiterna, e Signore salvatore del popolo che da Cristo prende nome».
  Manuel Nin
L’osservatoreromano
2 febbraio 2012

jueves, 26 de octubre de 2017

L'Epifania nell'innografia e l’iconografia bizantina.
Oggi il Signore nel Giordano riplasma Adamo

            L'Epifania è una festa liturgica che celebra la manifestazione del Verbo di Dio incarnato, in un contesto trinitario e cristologico. Essa è presente in tutte le tradizioni cristiane di oriente. I testi liturgici del 6 gennaio riassumono i principali misteri della fede cristiana: la professione di fede trinitaria, l'incarnazione del Verbo di Dio, la redenzione ricevuta nel battesimo, visto anche come nuova creazione. I grandi innografi cristiani orientali hanno dedicato dei testi poetici alla contemplazione di questa celebrazione: Efrem (†373), Romano il Melode (†555), Sofronio di Gerusalemme (†638), Germano di Costantinopoli (†733), Andrea di Creta (†740), Giovanni Damasceno (†750), Giuseppe l'Innografo (IX secolo). Sono testi dove sono messi in evidenza lo stupore e la meraviglia del Battista e di tutta la creazione — gli angeli, il firmamento, le acque del Giordano — di fronte alla manifestazione umile del Verbo di Dio incarnato che si avvia a ricevere il battesimo da Giovanni.

            L’icona della festa ci presenta la figura di Cristo nel centro dell'immagine, immerso da Giovanni nel fiume Giordano. Questo, rappresentato con toni oscuri accoglie Colui che è la luce del mondo e come tale si manifesta. A un lato dell'icona troviamo Giovanni Battista che battezza Cristo imponendogli la sua mano destra sulla testa. All’altro lato dell'icona troviamo delle figure angeliche chine verso Cristo in atteggiamento di adorazione e pronte ad accoglierlo quando esce dall’acqua. Nella parte superiore dell'icona troviamo delle volte la mano benedicente del Padre da cui parte lo Spirito Santo a forma di colomba che scende verso Cristo, oppure un raggio di luce che si posa sul capo di Cristo. Nella sua sobrietà, l’icona mette in rilievo come nel battesimo di Cristo è tutta la creazione che si fa presente, il cielo e la terra, angeli e uomini: “Oggi la creazione viene illuminata, oggi tutto è nella gioia, gli esseri celesti e quelli terrestri. Angeli e uomini si uniscono insieme, poiché dove è presente il Re, là è anche il suo seguito. Accorriamo dunque al Giordano: guar­diamo tutti Giovanni che immerge nell’acqua il capo non fat­to da mano d’uomo e senza peccato”.

            I testi dell'ufficiatura della festa nella tradizione bizantina diventano allora un commento vero e proprio della rappresentazione iconografica e viceversa. Il battesimo di Cristo è visto come una nuova creazione di Adamo; il Signore stesso ricrea l’immagine rovinata dal peccato: “Nei flutti del Giordano il Re dei secoli, il Signore, riplasma Adamo che si era cor­rotto spezza le teste dei draghi ivi annidati… Gesù, autore della vita, è venuto a sciogliere la condan­na di Adamo, il primo creato: lui che non ha biso­gno di purificazione, come Dio, nel Gior­dano si puri­fica per l’uomo caduto, e uccidendo là l’ini­micizia, dona la pace che oltrepassa ogni intelligenza”. Il battesimo di Cristo e dei cristiani è presentato anche come una nuova nascita nella Chiesa: “Il Signore, che dà forza ai nostri re, solleva la fronte dei suoi consacrati, è partorito dalla Ver­gine e viene al battesimo…”. “Sterile un tempo, amaramente priva di prole, rallégrati oggi, o Chiesa di Cristo: poiché dall’acqua e dallo Spirito ti sono stati generati dei figli che con fede acclamano: Non c’è santo come il nostro Dio, e non c’è giusto all’in­fuori di te, Signore”. Infine, il battesimo di Cristo è manifestazione, epifania della divinità; e per questo nell’icona il posto centrale è quello di Cristo incarnato e battezzato, ponte tra il cielo e la terra: “Ha udito, Signore, la tua voce, colui che hai chiamato “voce di uno che grida nel deserto”, quando tu hai tuonato sulle grandi acque, per rendere testimonianza al Figlio tuo; e, tutto posseduto dallo Spirito lí presente, ha gridato: Tu sei il Cristo, sapienza e potenza di Dio”. “Al Giordano avvenne la manifestazione della Trinità, è questa infatti la natura piú che divina. Il Padre emise la sua voce: Colui che viene battezzato è il mio Figlio diletto; lo Spi­rito si rese presente a colui che è suo simile, e che i popoli benedicono e sovresaltano per tutti i secoli”.

Il battesimo di Cristo è ancora illuminazione per tutto il mondo. Nell’icona troviamo volutamente il contrasto tra il buio del Giordano rappresentato anche col Leviatan e i diversi mostri marini, e l’illuminazione del mondo e di coloro che sono in esso; la figura centrale di Cristo nell’icona è la fonte della luce per il mondo: “Il Signore che lava la sozzura degli uomini, purificandosi nel Giordano per loro, a cui si è volon­ta­riamente assimilato pur restando ciò che era, illumina quanti sono nella tene­bra…”. “Quando con la tua epifania illuminasti l’universo, fuggì allora il mare salmastro dell’incredulità, e il Giordano che scorreva verso il basso, si volse, innalzando noi al cielo…”. Il battesimo come illuminazione lo troviamo ancora mirabilmente cantato in uno dei tropari del mattutino, attribuito a Romano il Melodo (VI sec.); in esso, a partire dal testo di Is 8-9, l’innografo canta tutto il mistero della redenzione adoperata da Cristo: “Per la Galilea delle genti, per la regione di Zabulon e per la terra di Neftali, come disse il profeta, una grande luce è rifulsa, Cristo: per chi era nelle tenebre è apparso quale fulgido splendore, sfolgorante a Betlemme; o piuttosto, nascendo da Maria, il Signore, il sole di giustizia, su tutta la terra fa sorgere i suoi raggi . Venite, figli di Adamo ri­ma­sti nudi, venite tutti, rivestiamoci di lui per esserne riscal­dati: sí, come riparo per gli ignudi, come luce per gli otte­nebrati, tu sei venuto, sei apparso, o luce inaccessibile”.

            Diversi dei tropari si trattengono sulla figura di Giovanni Battista. Nell’iconografia della festa lo troviamo sempre nella parte sinistra, con l’atteggiamento di imporre la mano sul capo di Cristo, quasi ad invocare su di Lui lo Spirito Santo. I testi liturgici danno a Giovanni dei titoli sempre in rapporto con Cristo stesso e la sua missione: “La voce del Verbo, la lampada della luce, la stella che precede l’aurora, il precursore del sole, grida a tutti i popoli nel deserto: Convertitevi, e cominciate a puri­ficarvi: ecco, è giunto il Cristo, per riscattare dalla corru­zione il mondo”. Direttamente sotto la figura di Giovanni, l’icona dell'Epifania rappresenta anche, in riferimento al testo di Mt 3,10, la scure messa alla radice dell'albero, nella profezia fatta dal Battista. Tra Cristo e Giovanni i tropari intrecciano il rapporto tra Creatore e creatura: “I flutti del Giordano hanno accolto te, la sorgente, e il Paraclito è sceso in forma di colomba; china il capo colui che ha inclinato i cieli; grida l’argilla a chi l’ha plasmato, ed esclama: Perché mi comandi ciò che mi oltrepassa? Sono io ad aver bisogno del tuo battesimo. O Cristo senza peccato, Dio nostro, gloria a te”.

            Nell’icona vediamo anche la presenza degli angeli a destra dell'immagine. Essi hanno un atteggiamento di adorazione verso Colui che è battezzato, verso Colui che si manifesta come Dio e Signore: “Gli eserciti degli angeli fremettero, al vedere il nostro Re­dentore battezzato da un servo, mentre riceveva testimo­nianza per la presenza dello Spirito. E venne dal cielo la vo­ce del Padre: Costui a cui il precursore impone le mani è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto…”. “Come nel cielo, stavano al Giordano con tremore e stu­pore le potenze angeliche, considerando l’abbas­sa­mento tanto grande di Dio: perché colui che tiene in suo potere le acque al di sopra del cielo, stava, rivestito di un corpo, tra le acque, il Dio dei padri nostri”. “O fedeli tutti, proclamando incessantemente con gli angeli la sua divinità, glorifichiamo colui nel quale abbia­mo ottenuto la perfezione…”. Icona dell'epifania trinitaria, icona della manifestazione della vera incarnazione del Verbo di Dio, icona della restaurazione della bella immagine dell'uomo in Cristo Signore battezzato nel Giordano.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


La manifestazione di Cristo nell’innografia e nell’iconografia bizantina
Adamo riplasmato
nel Giordano
Festa liturgica che celebra la manifestazione del Verbo di Dio incarnato, in un contesto trinitario e cristologico, l’Epifania è presente in tutte le tradizioni cristiane di oriente. I testi liturgici del 6 gennaio riassumono i principali misteri della fede cristiana: la professione di fede trinitaria, l’incarnazione del Verbo di Dio, la redenzione ricevuta nel battesimo, visto anche come nuova creazione.
I grandi innografi cristiani orientali hanno dedicato dei testi poetici alla contemplazione di questa celebrazione: Efrem (iv secolo), Romano il Melodo (vi secolo), Sofronio di Gerusalemme (VII secolo), Germano di Costantinopoli (VIII secolo), Andrea di Creta (VIII secolo), Giovanni Damasceno (VIII secolo), Giuseppe l’Innografo (x secolo). Sono testi dove sono messi in evidenza lo stupore e la meraviglia del Battista e di tutta la creazione di fronte alla manifestazione umile del «Battesimo di Gesù» (icona del XVIII secolo)Verbo di Dio incarnato che si avvia a ricevere il battesimo da Giovanni.
L’icona della festa ci presenta la figura di Cristo nel centro dell’immagine, immerso da Giovanni nel fiume Giordano. Questo, rappresentato con toni oscuri, accoglie Colui che è la luce del mondo e come tale si manifesta. A un lato dell’icona troviamo Giovanni Battista che battezza Cristo imponendogli la sua mano destra sulla testa. All’altro lato dell’icona troviamo delle figure angeliche chine verso Cristo in atteggiamento di adorazione e pronte ad accoglierlo quando esce dall’acqua. Nella parte superiore troviamo a volte la mano benedicente del Padre da cui parte lo Spirito Santo a forma di colomba che scende verso Cristo, oppure un raggio di luce che si posa sul capo di Cristo.
Nella sua sobrietà, l’icona mette in rilievo come nel battesimo di Cristo è tutta la creazione che si fa presente, cielo e terra, angeli e uomini: «Oggi la creazione viene illuminata, oggi tutto è nella gioia, gli esseri celesti e quelli terrestri. Angeli e uomini si uniscono insieme, poiché dove è presente il Re, là è anche il suo seguito».
I testi dell’ufficiatura della festa nella tradizione bizantina diventano allora un commento vero e proprio della rappresentazione iconografica e viceversa. Il battesimo di Cristo è visto come una nuova creazione di Adamo; il Signore stesso ricrea l’immagine rovinata dal peccato: «Nei flutti del Giordano il Re dei secoli, il Signore, riplasma Adamo che si era corrotto, spezza le teste dei draghi ivi annidati (...) Gesù, autore della vita, è venuto a sciogliere la condanna di Adamo, il primo creato: lui che non ha bisogno di purificazione, come Dio, nel Giordano si purifica per l’uomo caduto, e uccidendo là l’inimicizia, dona la pace che oltrepassa ogni intelligenza».
Il battesimo di Cristo e dei cristiani è presentato anche come una nuova nascita nella Chiesa: «Sterile un tempo, amaramente priva di prole, rallégrati oggi, o Chiesa di Cristo: poiché dall’acqua e dallo Spirito ti sono stati generati dei figli che con fede acclamano: Non c’è santo come il nostro Dio, e non c’è giusto all’infuori di te, Signore».
Infine, il battesimo è manifestazione, epifania della divinità; e per questo nell’icona il posto centrale è quello di Cristo incarnato e battezzato, ponte tra il cielo e la terra: «Ha udito, Signore, la tua voce, colui che hai chiamato “voce di uno che grida nel deserto”, quando tu hai tuonato sulle grandi acque, per rendere testimonianza al Figlio tuo; e, tutto posseduto dallo Spirito lì presente, ha gridato: “Tu sei il Cristo, sapienza e potenza di Dio”».
Il battesimo di Cristo è ancora illuminazione per tutto il mondo. Nell’icona troviamo volutamente il contrasto tra il buio del Giordano, rappresentato anche col Leviatan e i diversi mostri marini, e l’illuminazione del mondo e di coloro che sono in esso; la figura centrale di Cristo nell’icona è la fonte della luce per il mondo: «Il Signore che lava la sozzura degli uomini, purificandosi nel Giordano per loro, a cui si è volontariamente assimilato pur restando ciò che era, illumina quanti sono nella tenebra». Il battesimo come illuminazione lo troviamo ancora mirabilmente cantato in uno dei tropari del mattutino, attribuito a Romano il Melodo (vi secolo); in esso, a partire dal testo di Isaia, 8-9, l’innografo canta tutto il mistero della redenzione adoperata da Cristo: «Per la Galilea delle genti, per la regione di Zabulon e per la terra di Neftali, come disse il profeta, una grande luce è rifulsa, Cristo: per chi era nelle tenebre è apparso quale fulgido splendore, sfolgorante a Betlemme; o piuttosto, nascendo da Maria, il Signore, il sole di giustizia, su tutta la terra fa sorgere i suoi raggi. Venite, figli di Adamo rimasti nudi, venite tutti, rivestiamoci di lui per esserne riscaldati: sì, come riparo per gli ignudi, come luce per gli ottenebrati, tu sei venuto, sei apparso, o luce inaccessibile».
Diversi tropari si trattengono sulla figura di Giovanni Battista. Nell’iconografia della festa lo troviamo sempre raffigurato nella parte sinistra, con l’atteggiamento di imporre la mano sul capo di Cristo, quasi a invocare su di lui lo Spirito Santo. I testi liturgici danno a Giovanni dei titoli sempre in rapporto con Cristo stesso e la sua missione: «La voce del Verbo, la lampada della luce, la stella che precede l’aurora, il precursore del sole, grida a tutti i popoli nel deserto: “Convertitevi, e cominciate a purificarvi: ecco, è giunto il Cristo, per riscattare dalla corruzione il mondo”».
Direttamente sotto la figura di Giovanni, l’icona dell’Epifania rappresenta anche — in riferimento al testo di Matteo, 3, 10 — la scure messa alla radice dell’albero, nella profezia fatta dal Battista. Tra Cristo e Giovanni i tropari intrecciano il rapporto tra Creatore e creatura: «I flutti del Giordano hanno accolto te, la sorgente, e il Paraclito è sceso in forma di colomba; china il capo colui che ha inclinato i cieli; grida l’argilla a chi l’ha plasmato, ed esclama: “Perché mi comandi ciò che mi oltrepassa? Sono io ad aver bisogno del tuo battesimo. O Cristo senza peccato, Dio nostro, gloria a te”».
Nell’icona vediamo anche la presenza degli angeli a destra dell’immagine. Essi hanno un atteggiamento di adorazione verso Colui che è battezzato, verso Colui che si manifesta come Dio e Signore: «Come nel cielo, stavano al Giordano con tremore e stupore le potenze angeliche, considerando l’abbassamento tanto grande di Dio: perché colui che tiene in suo potere le acque al di sopra del cielo, stava, rivestito di un corpo, tra le acque, il Dio dei padri nostri».
Icona dell’epifania trinitaria, icona della manifestazione della vera incarnazione del Verbo di Dio, icona della restaurazione della bella immagine dell’uomo in Cristo Signore battezzato nel Giordano.

  Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma