miércoles, 22 de mayo de 2013


…per annunciare ad Adamo che ho visto Dio fatto bambino…

            Il quarantesimo giorno dopo l’Epifania è qui celebrato veramente con grande solennità… Così la peregrina Egeria, nella seconda metà del IV secolo, ci dà testimonianza della celebrazione a Gerusalemme, presso la basilica dell’Anastasi (Risurrezione) della festa dell’Incontro del Signore, con la proclamazione della pericope evangelica di Lc 2, 22-40. La festa del 2 febbraio è una delle Dodici Grandi feste dell’anno liturgico, e così la considera la stessa Egeria paragonandola quasi alla Pasqua: valde cum summo honore hic celebrantur… cum summa laetitia ac si per Pascha… Nel V-VI secc. la festa si celebra già ad Alessandria, ad Antiochia e a Costantinopoli e, alla fine del VII secolo viene introdotta a Roma da un papa di origini orientali Sergio I (687-701), che vi introdurrà anche le feste della Natività di Maria (8 settembre), dell’Annunciazione (25 marzo) e della Dormizione della Madre di Dio (15 agosto).

Con il titolo di Incontro (Hypapantì) la Chiesa bizantina in questa festa vuol soprattutto sottolineare l=incontro di Gesù con l=anziano Simeone, cioè l=Uomo nuovo con l=uomo vecchio, e l=adempimento dell=attesa di tutto il popolo di Israele rappresentato nelle figure di Simeone ed Anna. La festa ha un giorno pre festivo (proeortia) e un’ottava (metheortia). L=ufficiatura del giorno, molto ricca a livello cristologico, ha dei tropari di Romano il Melode, Giovanni Damasceno, Andrea di Creta ed altri autori appartenenti alla grande tradizione di innografi bizantini. Sono dei testi che sottolineano il mistero dell’Incontro del Verbo di Dio incarnato con l’uomo, il nuovo Bambino, il Dio prima dei secoli –come lo cantavamo a Natale- viene incontro all’uomo. Uno dei tropari del vespro è entrato anche come canto di offertorio della liturgia romana: Adorna il tuo talamo, o Sion, e accogli il Re Cristo; abbraccia Maria, la celeste porta, perché essa è di­venuta trono di cherubini, essa porta il Re della gloria; è nube di luce la Vergine perché reca in sé, nella carne, il Figlio che è prima della stella del mat­tino... Nei testi dell’ufficiatura ci viene offerta tutta una raccolta di immagini bibliche applicate alla Madre di Dio con un retroterra chiaramente cristologico: essa è celeste porta, trono di cherubini, nube di luce… Troviamo anche le tipiche e bellissime confessioni cristologiche adoperate per via di contrasto: Colui che portano i cherubini e cantano i serafini... ecco nelle braccia di Maria... nelle mani del santo vegliardo... E in riferimento a costui, a Simeone, troviamo ancora: ...portando la Vita, chiede di essere sciolto dalla vita... Inoltre questo stesso tropario si conclude con un riferimento direttamente pasquale: Lascia che io me ne vada, o Sovrano, per annunciare ad Adamo che ho visto il Dio che è prima dei secoli fatto bambino…
L’ufficiatura del vespro prevede anche tre letture veterotestamentarie, prese la prima da Es 13 e Lv 12: la presentazione e consacrazione a Dio dei primogeniti, collegandola proprio alla festa della presentazione di Gesù nel tempio al quarantesimo giorno dalla sua nascita. Le altre due letture sono prese ambedue del profeta Isaia; dal capo 6 l=una, che narra la prima teofania che si manifesta al profeta con il tema della santità di Dio e l=acclamazio­ne dell=inno tre volte santo, e quindi la purificazione delle labbra di Isaia con il carbone preso dall=altare; ed infine la terza lettura, presa dal capo 12 di Isaia, con il riferimento all=uomo e all=altare messi tra gli egiziani -simbolo dei popoli pagani- e che porteranno -l=uomo e l=altare- la salvezza di Dio.

La stessa icona della festa ha come retroterra i testi di Es 13, la presentazione dei primogeniti, e soprattutto Lc 2,22-39: l=incontro di Gesù con Simeone. L=icona mette in luce particolarmente l=incontro di Dio con l=uomo e manifesta ancora una volta il mistero dell=Incarnazione. La distribuzione iconografia è molto chiara: Gesù bambino in centro, poi ai lati in un primo livello Maria e Simeone, ed in un secondo livello Giuseppe ed Anna. In fondo l=altare ed il baldacchino che lo copre, riprendendo la distribuzione tipica dell=altare cristiano: baldacchino, altare ed evangeliario sopra. Da sottolineare ancora la somiglianza di Simeone ed Anna, come disposizione e caratteristiche iconografiche, ad Adamo ed Eva nell=icona pasquale della discesa di Cristo agli inferi, con gli stessi sguardi di Simeone ed Adamo, e di Anna ed Eva verso Cristo sia nell’una che nell’altra delle icone. In quella del 2 febbraio è Simeone che si china per accogliere / abbracciare Cristo, in quella di Pasqua è Cristo che si china per accogliere / abbracciare Adamo. L=icona della festa dell=Incontro diventa l=annuncio dell=altro grande Incontro, quando l=Uomo nuovo, Cristo scende nell’Ade per prenderne l=uomo vecchio, Adamo.

La festa del 2 febbraio è una festa che ha un senso fortemente pasquale, e ne è un annunzio evidente. Gioisci, Madre-di-Dio Vergine piena di grazia: da te infatti è sorto il sole di giustizia, Cristo Dio no­stro, che illumina quanti sono nelle tenebre. Gioisci anche tu, o giusto vegliardo, accogliendo fra le braccia il libe­ratore delle anime nostre che ci dona anche la risurrezione. Questo tropario della festa che si conclude con la frase: ci dona anche la risurrezione, è molto vicino alla conclusione del tropario pasquale: ...e a coloro che sono nei sepolcri ha fatto il dono della vita. Icona / Festa dell=Incontro di Gesù bambino con l=anziano Simeone; icona / festa dell=Incontro di Dio, per mezzo dell=Incar­nazione del Figlio, con l=umanità, con ogni uomo, incontro che ha luogo nel Tempio, nella vita ecclesiale di ogni cristiano, di ognuno di noi.

P. Manuel Nin osb
Rettore
Pontificio Collegio Greco
Nota: Pubblicato aull’Osservatore Romano del 2 febbraio 2009

domingo, 12 de mayo de 2013


Nato senza padre dalla Madre
e senza madre dal Padre

di Manuel Nin
In tutte le tradizioni cristiane d'Oriente l'Epifania celebra la manifestazione del Verbo di Dio incarnato, in un contesto trinitario e cristologico. I testi liturgici riassumono in qualche modo i principali misteri della fede cristiana:  il mistero trinitario, l'incarnazione del Verbo di Dio e la redenzione ricevuta nel battesimo, evento celebrato durante la grande benedizione delle acque che ricorda il battesimo di Cristo e quello di ognuno dei fedeli cristiani. Nella tradizione
bizantina l'Epifania è una delle dodici grandi feste, con una "pre-festa" che inizia il 2 gennaio e un'ottava che finisce il 14 gennaio. Questo tempo vuole mostrare come la Chiesa, docile alla liturgia, si prepara alla celebrazione di un grande evento di salvezza e come lo vive per otto giorni che rendono evidente la pienezza del mistero celebrato. 
I testi innologici del vespro e dell'ufficiatura mattutina sono dei grandi innografi bizantini vissuti dal vi al IX secolo - Romano il Melode, Sofronio di Gerusalemme, Germano di Costantinopoli, Andrea di Creta, Giovanni di Damasco, Giuseppe l'Innografo - e sottolineano lo stupore e la meraviglia del Battista e di tutta la creazione (angeli, firmamento, acque del Giordano) di fronte alla manifestazione umile di Cristo che si avvia a ricevere il battesimo. Uno dei testi più significativi è la grande benedizione delle acque, celebrata alla fine del vespro oppure alla fine della divina liturgia del giorno e che si svolge di solito al fonte battesimale della chiesa. La preghiera, attribuita a Sofronio di Gerusalemme, è un lungo testo che costituisce una celebrazione a sé stante, benché si collochi senza soluzione di continuità con il vespro o con la Divina liturgia. 
Dopo il canto dei tropari la celebrazione prosegue con diverse letture dell'Antico e del Nuovo Testamento:  tre brani profetici di Isaia (35, 1-10; 55, 1-13; 12, 3-6), poi san Paolo (1 Corinzi, 10, 1-4), quindi il vangelo di Marco (9, 1-11). Segue la grande litania diaconale con una invocazione dello Spirito Santo per la consacrazione delle acque, perché esse siano fonte di perdono, di purificazione e di vita nuova per i battezzati:  "Affinché sia santificata quest'acqua con la virtù e la potenza e la venuta dello Spirito Santo. Affinché discenda su queste acque l'azione purificatrice della sovrasostanziale Trinità. Affinché noi possiamo essere illuminati con la luce della conoscenza e della pietà per la venuta dello Spirito Santo. Affinché quest'acqua possa divenire dono di santificazione, lavacro dei peccati per la guarigione dell'anima e del corpo". 
La preghiera di consacrazione dell'acqua inizia con una prima parte in cui il sacerdote loda la Trinità divina, come nelle anafore eucaristiche:  "Trinità sovrasostanziale, buonissima, divinissima, onnipotente, onniveggente, invisibile, incomprensibile, creatrice, innata bontà, luce inaccessibile". La preghiera si rivolge poi direttamente a Cristo, con titoli che indicano un contesto chiaramente calcedonese:  "Ti glorifichiamo Signore, amico degli uomini, onnipotente, eterno re, Figlio Unigenito, nato senza padre dalla Madre e senza madre dal Padre. Nella precedente festa infatti ti abbiamo visto bambino, in questa invece ti vediamo perfetto, essendoti manifestato Dio nostro perfetto". 
Il testo prosegue con l'enumerazione dei fatti salvifici celebrati nella festa; nelle ventiquattro invocazioni che iniziano con la parola "oggi" il testo descrive non solo i fatti avvenuti nella storia della salvezza e oggi commemorati, ma la parola "oggi" prende una forza di attualizzazione nella celebrazione e nella vita della Chiesa:  "Oggi la grazia dello Spirito Santo, in forma di colomba, è discesa sulle acque. Oggi l'increato, per sua volontà, viene toccato dalle mani della creatura. Oggi le rive del Giordano vengono tramutate in farmaco per la presenza del Signore. Oggi siamo riscattati dalla tenebra e veniamo resi sfavillanti dalla luce della divina conoscenza". Due frasi del sacerdote invocano per tre volte la santificazione delle acque:  "Tu, Signore, re e amico degli uomini, sii presente anche ora per la venuta del tuo Spirito Santo e santifica quest'acqua. Tu stesso anche ora, o Signore, santifica quest'acqua con il tuo Spirito Santo". 
Finita la preghiera il sacerdote introduce la croce benedizionale con un rametto di erbe aromatiche nell'acqua cantando per tre volte il tropario della festa:  "Al tuo battesimo nel Giordano, Signore, si è manifestata l'adorazione della Trinità:  la voce del Padre ti rendeva infatti testimonianza, chiamandoti "Figlio diletto', e lo Spirito in forma di colomba confermava la sicura verità di questa parola. O Cristo Dio che ti sei manifestato e hai illuminato il mondo, gloria a te". Alla fine i fedeli passano a baciare la croce e sono aspersi con l'acqua consacrata, che poi secondo la tradizione portano a casa. 
Della festa si possono sottolineare tre aspetti. In primo luogo, la manifestazione della divinità in chiave trinitaria:  il battesimo di Cristo nel Giordano manifesta sì la rivelazione del Verbo di Dio, ma include anche quella del Padre e dello Spirito Santo. In secondo luogo, la celebrazione manifesta l'opera salvifica di Cristo, evidenziata nel battesimo e portata a compimento nella sua umiliazione. In terzo luogo, la celebrazione dell'Epifania significa anche la comunicazione agli uomini della grazia dello Spirito Santo per mezzo dell'acqua del battesimo.


P. Manuel Nin osb
Rettore
Pontificio Collegio Greco



…nato senza padre dalla Madre e
senza madre dal Padre…
L’Epifania nella tradizione bizantina.

            L’Epifania è una festa liturgica presente in tutte le tradizioni cristiane di Oriente, che celebra la manifestazione del Verbo di Dio incarnato, in un contesto e trinitario e cristologico. I testi liturgici del 6 gennaio nelle diverse tradizioni orientali riassumono in qualche modo i principali misteri della fede cristiana: il mistero trinitario, l’incarnazione del Verbo di Dio, la redenzione ricevuta nel battesimo, evento quest’ultimo specialmente celebrato durante la grande benedizione delle acque che ricorda e celebra il battesimo di Cristo e di ognuno dei fedeli cristiani.
            Nella tradizione bizantina quella del 6 gennaio è una delle 12 grandi feste, che ha una “pre festa” che inizia il 2 gennaio ed una ottava che finisce il 14 gennaio, che vogliono sottolineare come la Chiesa si prepara, avendo la liturgia come pedagoga, alla celebrazione di un grande evento di salvezza, e come lo vive lungo otto giorni a sottolineare la pienezza a cui il mistero celebrato porta la Chiesa che lo celebra e lo vive.
            I testi innologici del vespro e dell’ufficiatura mattutina appartengono all’opera dei grandi innografi bizantini dal VI al IX secolo: Romano il Melode (+555), Sofronio di Gerusalemme (+638), Germano di Costantinopoli (+733), Andrea di Creta (+ 740), Giovanni Damasceno (+750), Giuseppe l’Innografo (IX sec.). Sono dei testi che sottolineano specialmente lo stupore e la meraviglia del Battista e di tutta la creazione: angeli, firmamento, acque del Giordano… di fronte alla manifestazione umile di Cristo che si avvia a ricevere il battesimo. Uno dei testi più significativi nella celebrazione del 6 gennaio è la grande benedizione delle acque, celebrata alla fine del vespro oppure alla fine della Divina Liturgia del giorno 6 gennaio, e che si celebra di solito nella fonte battesimale della chiesa. Il testo della preghiera di benedizione dell’acqua è attribuito a Sofronio di Gerusalemme,e si tratta di un lungo testo letterariamente e teologicamente con una struttura anaforica molto chiara, e che costituisce una celebrazione a se stante, benché si celebra senza soluzione di continuità col vespro o con la Divina Liturgia. Dopo il canto dei tropari iniziali, la celebrazione prosegue con le diverse letture dell’Antico e del Nuovo Testamento: tre brani profetici: Is 35, 1-10; 55, 1-13; 12, 3-6, presi dalle Grandi Ore vigiliari, poi 1Cor 10, 1-4, quindi la pericope evangelica Mc 9, 1-11. Al vangelo segue la grande litania diaconale in cui ci sono dei testi propri in cui troviamo già una vera e propria invocazione dello Spirito Santo per la consacrazione delle acque, perché esse siano fonte di perdono, di purificazione e di vita nuova per i battezzati: Affinchè sia santificata quest’acqua con la virtù e la potenza e la venuta dello Spirito Santo… Affinchè discenda su queste acque l’azione purificatrice della sovrasostanziale Trinità… Affinchè noi possiamo essere illuminati con la luce della conoscenza e della pietà per la venuta dello Spirito Santo… Affinchè quest’acqua possa divenire dono di santificazione, lavacro dei peccati per la guarigione dell’anima e del corpo
            La preghiera di consacrazione dell’acqua inizia con una prima parte a modo di prefazio in cui il sacerdote enumera nella lode gli attributi della Trinità Divina, attributi che troviamo anche nelle anafore eucaristiche: Trinità sovrasostanziale, buonissima, divinissima, onnipotente, onniveggente, invisibile, incomprensibile, creatrice… innata bontà, luce inaccessibile… La preghiera si dirige poi direttamente a Cristo, con dei titoli cristologici che indicano che è una preghiera sorta in un contesto chiaramente calcedoniano: Ti glorifichiamo Signore, amico degli uomini, onnipotente, eterno Re, Figlio Unigenito, nato senza padre dalla Madre e senza madre dal Padre… Nella precedente festa infatti ti abbiamo visto bambino, in questa invece ti vediamo perfetto, essendoti… manifestato Dio nostro perfetto. Il testo della preghiera di benedizione prosegue con l’enumerazione dei fatti salvifici celebrati nella festa; lungo ventiquattro invocazioni che iniziano con la parola “oggi” il testo descrive non soltanto i fatti avvenuti nella storia della salvezza ed oggi commemorati, ma la parola “oggi” prende una forza di attualizzazione nella celebrazione e nella vita della Chiesa: Oggi la grazia dello Spirito Santo, in forma di colomba, è discesa sulle acque… Oggi l’increato, per sua volontà, viene toccato dalle mani della creatura… Oggi le rive del Giordano vengono tramutate in farmaco per la presenza del Signore… Oggi siamo riscattati dalla tenebra e veniamo resi sfavillanti dalla luce della divina conoscenza… Due frasi del sacerdote con carattere epicletico invocano la santificazione delle acque: Tu, Signore, Re ed amico degli uomini, sii presente anche ora per la venuta del tuo Spirito Santo e santifica quest’acqua (3 volte). Tu stesso anche ora, o Signore, santifica quest’acqua con il tuo Spirito Santo (3 volte).
            Finita la preghiera consacratoria il sacerdote introduce la croce benedizionale con un rametto di erbe aromatiche nell’acqua cantando per tre volte il tropario della festa: Al tuo battesimo nel Giordano, Signore, si è manifestata l’adorazione della Trinità: la voce del Padre ti rendeva infatti testimonianza, chiamandoti ‘Figlio dilet­to’, e lo Spirito in forma di colomba confermava la sicura verità di questa parola. O Cristo Dio che ti sei mani­fe­stato e hai illuminato il mondo, gloria a te. Alla fine i fedeli passano a baciare la croce e sono aspersi con l’acqua consacrata. La tradizione aggiunge il prendere a casa dell’acqua consacrata nella celebrazione.
            Tre aspetti della festa del 6 gennaio si possono sottolineare: in primo luogo la celebrazione dell’Epifania come manifestazione della Divinità in chiave trinitaria; il battesimo di Cristo nel Giordano manifesta sì la rivelazione del Verbo di Dio, ma includendo anche quella del Padre e dello Spirito Santo. In secondo luogo la celebrazione dell’Epifania manifesta già l’opera salvifica di Cristo evidenziata nel battesimo e portata a compimento nella sua umiliazione, cioè la sua incarnazione e la sua venuta nel Giordano viste come kenosi. In terzo luogo la celebrazione dell’Epifania significa anche la comunicazione agli uomini la grazia dello Spirito Santo per mezzo dell’acqua del battesimo.

P. Manuel Nin osb
Rettore
Pontificio Collegio Greco
Nota: Publicato sull’Ossservatore Romano 5/6 gennaio 2009

martes, 30 de abril de 2013


…nuovo bambino, il Dio prima dei secoli…

Le tradizioni liturgiche orientali molto spesso con delle forme letterarie belle e allo stesso tempo contrastanti, ci propongono la contemplazione del mistero della nostra fede. Romano il Melode, teologo-poeta bizantino del VI secolo, nel suo primo kontakion (poema ad uso liturgico), a modo di ritornello ripete il testo: …nuovo bambino, il Dio prima dei secoli…, che riassume il mistero celebrato; il Dio “eterno”, esistente prima dei secoli, diventa “nuovo” nel bambino neonato. La tradizione bizantina nella celebrazione della “Nascita secondo la carne del Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo”, come viene chiamata nei testi liturgici, accosta sia nell’iconografia che nell’eucologia, la celebrazione del Natale a quella della Pasqua. L’icona del Natale mostrandoci il bambino fasciato messo in un sepolcro vuol prefigurare già l’altro sepolcro in cui il Signore, di nuovo fasciato, verrà messo il Venerdì Santo per rissuscitarne glorioso all’alba del giorno di Pasqua. I testi della liturgia, con delle immagini molto profonde e vivaci ci propongono tutto il mistero della nostra salvezza.

Inoltre, nelle settimane precedenti il Natale, senza che ci sia un vero e proprio periodo corrispondente all’Avvento delle tradizioni latine, la tradizione bizantina, attraverso dei bellissimi tropari, ci ha fatto pregustare tutto il mistero dell=Incarnazione: l=attesa fiduciosa, la povertà della grotta –prefigurazione della povertà dell=umanità che accoglie il Verbo di Dio; ed ancora tutta la serie di figure e personaggi che si affacciano nella vita liturgica di questi giorni: i profeti Naum, Abacuc, Sofonia, Ageo, Daniele ed i Tre Fanciulli; tutte le volte che quasi come una personificazione Betlemme viene collegata con l=Eden; Isaia che si rallegra, Maria, la Madre di Dio presentata come “Agnella” cioè colei che porta in seno Cristo l=Agnello di Dio; infine le due domeniche che precedono il Natale, con la celebrazione dei “Progenitori di Dio”, da Adamo fino a Giuseppe, cioè tutta la lunga serie di figure che hanno atteso il Cristo e che ci fanno presente che anche noi siamo parte di una storia, di una umanità che l’accoglie, una storia ed una umanità che l=accoglie nella veglia fiduciosa, ma anche nel buio, nel dubbio, nel peccato.

Tra i molti testi liturgici che troviamo nella liturgia e nella letteratura bizantina sul Natale, vorrei soffermarmi nel secondo dei kontakia  di Romano il Melode. Si tratta di un testo di 18 strofe in cui l’autore sviluppa come argomento il pellegrinaggio, la visita di Adamo ed Eva alla grotta del Neonato ed il dialogo di costoro con Maria. Nelle due prime strofe del testo, Maria canticchia all’orecchio del bambino, canto che sveglia Eva dal sonno eterno ed essa persuade Adamo di recarsi nella grotta per chiarire cos=è quel canto. Nel primo gruppo di strofe, Adamo ed Eva invocano l=intercessione della Madre di Dio per la loro sorte, Maria li rinnova nella fiducia e presso il suo Figlio sostiene la causa dei Progenitori. Nel secondo gruppo di strofe Gesù manifesta a Maria il suo grande amore per gli uomini fino alla morte nella croce. Maria esorta Adamo ed Eva pazienza fiduciosa.

Vorrei unicamente soffermarmi su quattro delle strofe, cioè 4 e 7, il dialogo tra Eva ed Adamo svegliati dal loro sonno; quindi 16-17 dove Gesù svela a Maria l=unico motivo dell=agire -e dell=agire in un certo modo- da parte di Dio: l=amore verso l=uomo.

4. O Adamo, al sentire il grido della rondine che annuncia l’aurora, scuoti il tuo sonno di morte ed alzati. Ascoltami, sono la tua sposa: io, che sono stata la prima a provocare la caduta dei mortali, oggi mi rialzo. Considera i prodigi, mira l’ignara di nozze che guarisce la nostra piaga col frutto del suo parto. Il serpente una volta mi sorprese e si rallegrò, ma al vedere ora la mia discendenza, fuggirà strisciando. Esso aveva alzato il capo contro di me, ma adesso adula servilmente e senza voglia di schernire, per il timore che gli incute la Piena di grazia.

7. Riconosco la primavera, o donna, e aspiro le delizie da cui decademmo allora. Scorgo un nuovo, diverso paradiso: la Vergine che porta in grembo l’albero di vita, lo stesso albero sacro che custodivano i cherubini per impedirci di toccarlo. Ebbene, guardando crescere questo intoccabile albero, ho avvertito, o mia sposa, il soffio vivificante che fa di me, polvere e fango immoti, un essere animato. Adesso, rinvigorito dal suo profumo, voglio andare dove cresce il frutto della nostra vita, dalla piena di grazia.

Ascoltami, sono la tua sposa: io, che sono stata la prima a provocare la caduta dei mortali, oggi mi rialzo. È la voce di Eva che parla ad Adamo con una buona novella: oggi mi rialzo. La nascita verginale di Cristo diventa guarigione, salvezza per il genere umano ferito dal peccato: l’ignara di nozze che guarisce la nostra piaga col frutto del suo parto.

Riconosco la primavera, o donna, e aspiro le delizie da cui decademmo allora. Il risveglio di Adamo è una prefigurazione, in quanto costui lo colloca nella primavera, cioè nel contesto pasquale in cui sarà definitivamente riportato in paradiso. Esso è anche cambiato, rinnovato: Scorgo un nuovo, diverso paradiso… che non è altro che il grembo della Vergine che porta il nuovo albero della vita.

16. *Sono sopraffatto dell=amore che sento per l=uomo -risponde il Creatore. Io, o Ancella e Madre mia, non ti rattristerò. Ti farò conoscere tutto ciò che sto per fare ed avrò rispetto per la tua anima, o Maria. Il bambino che ora porti tra le braccia, lo vedrai fra non molto con le mani inchiodate, perché ama la tua stirpe. Colui che tu nutri, altri l=abbevereranno di fiele; colui che tu chiami vita, dovrai tu vederlo appeso alla croce, e di lui piangerai la morte. Ma tu mi stringerai in un abbraccio allorché sarò risuscitato, o Piena di grazia+.

17. Tutto questo sopporterò volentieri, e causa di tutto questo è l=amore che ho sempre sentito e sento tuttora per gli uomini, amore di un Dio che non chiede altro che di poter salvare+. A tale discorso, Maria gridò in un gemito: *O mio grappolo, che gli empi non ti frantumino! Quando sarai cresciuto, o Figlio mio, che io non ti veda immolato!+ Ma egli così aggiunse: *Non piangere Madre, su ciò che non sai: se tutto questo non sarà compiuto, tutti coloro, a favore dei quali mi implori, periranno, o Piena di grazia+.


Perché ama la tua stirpe... un Dio che non chiede altro che di poter salvare... Questa è la realtà, l=unica realtà che celebriamo in questi giorni, che celebriamo nella nostra fede cristiana: l=amore di Dio per gli uomini manifestatosi pienamente in Gesù Cristo. E la celebriamo, la viviamo questa realtà in tutta la nostra vita come cristiani. Come cristiani nel condividere e forse anche nel contrastare la nostra fede con un mondo -almeno quello che ci circonda in modo più immediato- segnato fortemente dall=individualismo, dall=oblio dell=altro, dall=ignoranza degli altri; una fede che dovrà predicare un Dio che è dono gratuito, che perdona, che ama, e perché ama si sacrifica per gli altri, che non chiede altro che poter salvare come ci indicava Romano. Vedendo le folle per le nostre città, dobbiamo chiederci cosa cerca questa umanità? Una cosa è chiara, è a questa umanità che dobbiamo predicare, che Dio ama la sua stirpe, e che non chiede altro che di poter salvare. Lui …nuovo bambino, il Dio prima dei secoli…

Nell’ultima strofa del kontakion è Maria che esorta Adamo ed Eva: “Abbiate ancora pazienza: avete udito ciò che egli si prepara a soffrire per voi, voi che mi acclamate Piena di grazia”.


Adamo ed Eva
alla grotta del nuovo bambino
di Manuel Nin

Le tradizioni liturgiche orientali, molto spesso con forme letterarie belle e nello stesso tempo contrastanti, ci propongono la contemplazione del mistero della nostra fede. Romano il Melode, teologo e poeta bizantino del vi secolo, nel suo primo kontàkion (poema a uso liturgico) come ritornello ripete le parole "nuovo bambino, il Dio prima dei secoli" che riassumono il mistero celebrato:  il Dio eterno, esistente prima dei secoli, diventa nuovo nel bambino neonato. La tradizione bizantina, celebrando la "nascita secondo la carne del Dio e salvatore nostro Gesù Cristo" accosta, sia nell'iconografia che nell'eucologia, la celebrazione del Natale a quella della Pasqua. L'icona del Natale nel bambino fasciato messo in un sepolcro vuole prefigurare già il sepolcro dove il Signore, di nuovo fasciato, verrà messo il Venerdì Santo per risuscitarne glorioso all'alba di Pasqua. I testi della liturgia con immagini molto profonde e vivaci ci propongono così tutto il mistero della nostra salvezza.


Nelle settimane precedenti il Natale, senza un vero e proprio periodo corrispondente all'Avvento delle tradizioni latine, la liturgia bizantina in bellissimi tropari ci ha fatto pregustare tutto il mistero dell'Incarnazione:  l'attesa fiduciosa e la povertà della grotta, prefigurazione della miseria dell'umanità che accoglie il Verbo di Dio; e ancora, tutta la serie di figure e personaggi che si affacciano nella vita liturgica di questi giorni:  i profeti Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Daniele e i Tre Fanciulli; Betlemme, quasi personificata e collegata con l'Eden; Isaia che si rallegra, Maria, la Madre di Dio presentata come "agnella", cioè colei che porta in seno Cristo, l'Agnello di Dio; infine, nelle due domeniche che precedono il Natale, i Progenitori di Dio da Adamo fino a Giuseppe, cioè la lunga serie di figure che hanno atteso il Cristo e che ci ricordano il fatto che anche noi siamo parte di una storia e di una umanità che l'accolgono nella veglia fiduciosa, ma anche nel buio, nel dubbio e nel peccato.
Nel secondo dei kontàkia Romano il Melode narra la visita di Adamo ed Eva alla grotta del neonato. Il canto di Maria all'orecchio del bambino sveglia Eva dal sonno eterno ed essa persuade Adamo di recarsi nella grotta per capire cosa sia quel canto. Nel dialogo tra Eva e Adamo svegliati ormai dal loro sonno la donna gli annuncia la buona notizia:  "Ascoltami, sono la tua sposa:  io, che sono stata la prima a provocare la caduta dei mortali, oggi mi rialzo. Considera i prodigi, guarda l'ignara di nozze che guarisce la nostra piaga con il frutto del suo parto. Il serpente una volta mi sorprese e si rallegrò, ma al vedere ora la mia discendenza fuggirà strisciando". La nascita verginale di Cristo diventa guarigione, salvezza per il genere umano ferito dal peccato.
E le risponde Adamo:  "Riconosco la primavera, o donna, e aspiro le delizie da cui decademmo allora. Scorgo un nuovo, diverso paradiso:  la Vergine che porta in grembo l'albero di vita, lo stesso albero sacro che custodivano i cherubini per impedirci di toccarlo. Ebbene, guardando crescere questo intoccabile albero, ho avvertito, o mia sposa, il soffio vivificante che fa di me, polvere e fango immoti, un essere animato. Adesso, rinvigorito dal suo profumo, voglio andare dove cresce il frutto della nostra vita, dalla Piena di grazia". Il risveglio di Adamo è una prefigurazione, in quanto viene collocato nella primavera, cioè nel contesto pasquale in cui sarà definitivamente riportato in paradiso. E questo è anche cambiato, rinnovato:  "Scorgo un nuovo, diverso paradiso", che altro non è se non il grembo della Vergine che porta il nuovo albero della vita.
"Sono sopraffatto dall'amore che sento per l'uomo" risponde il Creatore. "Io, o ancella e madre mia, non ti rattristerò. Ti farò conoscere tutto ciò che sto per fare e avrò rispetto per la tua anima, o Maria. Il bambino che ora porti tra le braccia, lo vedrai fra non molto con le mani inchiodate, perché ama la tua stirpe. Colui che tu nutri, altri l'abbevereranno di fiele; colui che tu chiami vita, dovrai tu vederlo appeso alla croce, e di lui piangerai la morte. Ma tu mi stringerai in un abbraccio allorché sarò risuscitato, o Piena di grazia. Tutto questo sopporterò volentieri, e causa di tutto questo è l'amore che ho sempre sentito e sento tuttora per gli uomini, amore di un Dio che non chiede altro che di poter salvare". All'udire queste parole Maria grida:  "O mio grappolo, che gli empi non ti frantumino! Quando sarai cresciuto, o Figlio mio, che io non ti veda immolato!". Ma egli risponde:  "Non piangere Madre, su ciò che non sai:  se tutto questo non sarà compiuto, tutti coloro, a favore dei quali mi implori, periranno, o Piena di grazia".

Un Dio il quale "non chiede altro che di poter salvare". Questa è la realtà, l'unica realtà che celebriamo in questi giorni nella nostra fede cristiana:  l'amore di Dio per gli uomini manifestatosi pienamente in Gesù Cristo. E viviamo questa realtà in tutta la nostra vita come cristiani. Come cristiani nel condividere - e forse anche nel mettere in contrasto la nostra fede - con un mondo segnato fortemente dall'individualismo, dall'oblio dell'altro, dall'ignoranza degli altri; una fede che dovrà predicare un Dio che è dono gratuito, che perdona, che ama, e perché ama si sacrifica per gli altri e non chiede altro che poter salvare. Lui "nuovo bambino, il Dio prima dei secoli".

Agradecemos al Padre Manuel Nin osb
Rettore del Pontificio Collegio Greco
Roma
Pubblicato sull’Osservatore Romano del 25 dicembre 2008

jueves, 25 de abril de 2013


La Dormizione della Madre di Dio nella tradizione bizantina

Tutte le liturgie delle Chiese cristiane hanno un senso catechetico / mistagogico molto chiaro. E questo lo vediamo sottolineato chiaramente nelle liturgie dell'Oriente cristiano: la liturgia è un maestro nella fede dei fedeli, essa è impregnata di elementi che gli istruiscono nelle verità della fede.
In modo particolare questa mistagogia / catechesi della liturgia la troviamo nelle celebrazioni della Madre di Dio, di Colei che accolse nel suo grembo il Verbo eterno di Dio. La presenza della Madre di Dio scandisce i diversi momenti dell=anno liturgico delle Chiese di tradizione bizanta: la prima grande festa nel ciclo liturgico è quella dell=8 settembre cioè la Nascita della Madre di Dio, e si chiude con la festa del 15 agosto, la Dormizione della Madre di Dio. Tutto il mistero di Cristo che si celebra lungo l=anno liturgico ha inizio con la nascita di Maria, e si chiude con il suo transito e la sua piena glorificazione. L=amore e la venerazione per la Madre di Dio è l=anima della pietà delle Chiese cristiane di Oriente; è il cuore che ne vivifica la comunità cristiana. L=Oriente cristiano, fin dall=inizio, ha contemplato la Vergine sempre inscindibilmente inserita nel mistero del Verbo incarnato. Le Chiese di Oriente, rivolgendosi alla Madre di Dio, sanno di rivolgersi a colei che intercede presso il suo Figlio.
La festa del 15 agosto, che nei libri liturgici bizantini porta il titolo di “dormizione” della Madre di Dio, ne celebra il transito e la piena glorificazione inquadrandoli nel mistero pasquale di Cristo stesso; essa è una delle feste anche più popolari tra i fedeli. Infatti è preceduta dalla cosiddetta APiccola Quaresima della Madre di Dio@, periodo di preghiera e di digiuno che inizia il primo agosto; in queste due settimane che vanno fino al giorno della festa, la sera viene celebrata l’ufficiatura della Paraclisis (parola che significa “supplica”, “invocazione”, “consolazione”), preghiera della tradizione bizantina indirizzata alla Madre di Dio, ufficiatura molto popolare ed amata dai fedeli. In essa Maria viene invocata coi titoli Madre di Dio, Vergine, Madre del Verbo incarnato, Vergine e Madre divina; titoli questi in rapporto alla sua divina maternità, oppure altri titoli legati alla sua funzione, luogo, nel mistero della redenzione: Potente interceditrice, baluardo inespugnabile, fonte di misericordia, causa di letizia, fonte di incorruttibilità, torre di sicurezza.
          Per quanto riguarda la liturgia del 15 agosto, sia nell’Ufficiatura che nella Divina Liturgia, ci troviamo con dei testi (tropari, kontakia) che sottolineano le espressioni di gioia, di allegrezza. Non il lutto, il pianto per la morte, bensì la celebrazione, nel senso più forte e più liturgico del termine, del transito della Madre di Dio. I testi della festa del 15 agosto incentrano tutto il mistero di Maria nell’economia della redenzione: protettrice, fonte di Vita, trono dell’Altissimo, Madre dell’eterna luce, Madre di Dio; essa è, come le altre creature, sottomessa alla morte, ma la Vita che da lei è nata la fa nascere alla vera vita. La liturgia di questo giorno, con delle espressioni poetiche spesso contrastanti, manifesta, confessa quella che è la fede della Chiesa: la fonte della vita è deposta in un sepolcro; la tomba diviene scala per il cielo. La professione di fede dei primi concili della Chiesa si rispecchia, si confessa nella liturgia odierna: sposa tutta immacolata e Madre del beneplacito del Padre, colei che da Dio è stata prescelta come luogo della sua unione senza confusione, consegna oggi l’anima immacolata a Dio Creatore.
          La liturgia eucaristica del 15 agosto dà ai fedeli due testi del Nuovo Testamento: Fil 2,5-11: il canto dell’umiltà, dell’umiliazione di Dio; per glorificare la sua creatura, cioè l’uomo, il Verbo di Dio si abbassa e si fa uomo; per glorificare, per portare l’uomo alla primitiva gloria, bellezza, il Verbo di Dio si fa uomo. Il brano del Vangelo, poi, nei versetti dai capi 10,38-42 e 11,27-28 di Luca, applicato a Maria, alla Chiesa, ad ognuno dei cristiani, chiamati ad essere fedeli all’ascolto della Parola di Dio. È come se la liturgia bizantina, chiudendo l’anno liturgico –siamo nell’ultima grande festa del calendario- consegnasse alla Chiesa e ad ogni cristiano questa parola del Vangelo: Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica.
          Infine l’icona della Dormizione della Madre di Dio ci propone quasi una “celebrazione” della morte della Madre di Dio. Cristo nel bel mezzo, nel semicerchio, con gli angeli attorno, reggendo nelle sue braccia l’anima di sua Madre. Maria, poi, morta / addormentata, è messa nel bel mezzo dell’icona su un letto. Attorno gli apostoli con delle donne piangenti. Tra gli apostoli chiaramente Pietro e Paolo, cioè tutta la Chiesa. Nell’icona odierna il letto di Maria è anche altare su cui si celebra la liturgia; gli apostoli attorno che celebrano, Cristo nel fondo, nell’abside che presiede. Pietro che incensa al momento del grande ingresso.
          Nella celebrazione della Dormizione della Madre di Dio, Maria diventa prototipo, modello, della salvezza che deve avvenire alla Chiesa, ad ognuno dei cristiani. Maria, la Madre di Dio, accanto al Verbo incarnato; Maria, la Madre di Dio, accanto anche al mistero della Chiesa, al mistero dell=uomo. L’uomo turbato e perso condotto da Maria al porto che è lo stesso Cristo; l=uomo ancora oggetto della misericordia divina per mezzo della Madre di Dio; l=uomo rallegrato da Colei che genera Colui che è la gioia del mondo, Cristo. Quest=uomo viene salvato quindi da Dio per l=incarnazione del Verbo nel seno di Maria.


(testo rivisto e pubblicato)

La festa della Dormizione della Madre di Dio
Una tomba che diviene scala per il cielo
di Manuel Nin*

Tutte le liturgie delle Chiese cristiane hanno un senso pedagogico – o, meglio, mistagogico – molto chiaro. Questo aspetto è sottolineato chiaramente nelle liturgie dell’Oriente cristiano: la liturgia è come un maestro nella fede, impregnata com’è di elementi che istruiscono i fedeli nelle verità della fede. Troviamo questa dimensione della liturgia in particolare nelle celebrazioni della Madre di Dio, colei che accolse nel suo grembo il Verbo eterno di Dio. La presenza di Maria scandisce i diversi momenti dell’anno liturgico delle Chiese di tradizione bizantina: la prima grande festa nel ciclo liturgico è quella dell’8 settembre, cioè la nascita della Madre di Dio, e si chiude con la festa del 15 agosto, la sua Dormizione. Tutto il mistero di Cristo che si celebra lungo l’anno liturgico ha inizio con la nascita di Maria e si chiude con il suo transito e la sua piena glorificazione.
L’amore e la venerazione per la Madre di Dio è l’anima della pietà delle Chiese cristiane di Oriente e il cuore che vivifica la comunità cristiana. L’Oriente cristiano, fin dall’inizio, ha contemplato la Vergine sempre inscindibilmente inserita nel mistero del Verbo incarnato. Le Chiese di Oriente, rivolgendosi alla Madre di Dio, sanno di rivolgersi a colei che intercede presso suo Figlio.
La festa del 15 agosto, che nei libri liturgici bizantini porta il titolo di “dormizione” della Madre di Dio, celebra il suo transito e piena glorificazione inquadrandoli nel mistero pasquale di Cristo, ed è anche una delle feste più popolari tra i fedeli. Infatti è preceduta dalla cosiddetta “piccola quaresima della Madre di Dio”, periodo di preghiera e di digiuno che inizia il primo agosto; in queste due settimane che arrivano al giorno della festa, la sera viene celebrata l’ufficiatura della Paràklisis (“supplica”, “invocazione”, “consolazione”), una preghiera alla Madre di Dio molto popolare e amata dai fedeli. In essa Maria viene invocata come Madre di Dio, Vergine, Madre del Verbo incarnato, Vergine e Madre divina, titoli in rapporto alla sua divina maternità, oppure con altri legati alla sua funzione nel mistero della redenzione: potente nell’intercessione, baluardo inespugnabile, fonte di misericordia, causa di letizia, fonte di incorruttibilità, torre di sicurezza.
Nella liturgia del 15 agosto i testi dell’ufficiatura e della Divina liturgia (tropari, kontàkia) sottolineano la gioia e l’allegrezza. Non il lutto, il pianto per la morte, bensì la celebrazione, nel senso più forte e più liturgico del termine, del transito della Madre di Dio. I testi della festa incentrano tutto il mistero di Maria nell’economia della redenzione: protettrice, fonte di Vita, trono dell’Altissimo, Madre dell’eterna luce, Madre di Dio; essa è, come le altre creature, sottomessa alla morte, ma la Vita che da lei è nata la fa nascere alla vera vita.
La liturgia di questo giorno, con delle espressioni poetiche spesso contrastanti, manifesta e confessa quella che è la fede della Chiesa: “La fonte della vita è deposta in un sepolcro; la tomba diviene scala per il cielo”. La professione di fede dei primi concili della Chiesa si rispecchia nella liturgia odierna: “Sposa tutta immacolata e Madre del beneplacito del Padre, colei che da Dio è stata prescelta come luogo della sua unione senza confusione, consegna oggi l’anima immacolata a Dio creatore”.
La liturgia eucaristica dà ai fedeli due testi neotestamentari. Il primo (Filippesi, 2, 5-11)  è il canto dell’umiliazione di Dio: per glorificare e portare l’uomo sua creatura alla primitiva gloria e bellezza il Verbo di Dio si abbassa e si fa uomo. Il brano del Vangelo (Luca, 10, 38-42 e 11, 27-28) è applicato a Maria, alla Chiesa e a ognuno dei cristiani chiamati a essere fedeli all’ascolto della Parola di Dio. È come se la liturgia bizantina, chiudendo l’anno liturgico – siamo nell’ultima grande festa del calendario – consegnasse alla Chiesa e a ogni cristiano questa parola del Vangelo: “Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”.
Infine l’icona della Dormizione della Madre di Dio ci propone quasi una celebrazione della morte della Madre di Dio. Cristo in mezzo a un semicerchio, con gli angeli attorno, regge nelle sue braccia l’anima di sua Madre. Maria, poi – morta, o meglio addormentata – è messa nel mezzo dell’icona su un letto. Attorno gli apostoli con delle donne piangenti. Tra essi, Pietro e Paolo, cioè tutta la Chiesa. Nell’icona odierna il letto di Maria è anche altare su cui si celebra la liturgia: gli apostoli attorno che celebrano, Cristo sul fondo, nell’abside, che presiede, Pietro che incensa al momento del grande ingresso.
Nella celebrazione della Dormizione, Maria diventa così prototipo, cioè modello, della salvezza per la Chiesa e per ognuno dei cristiani. Maria, la Madre di Dio, accanto al Verbo incarnato, accanto al mistero della Chiesa, accanto al mistero dell’uomo: l’uomo turbato e perso condotto da Maria al porto che è lo stesso Cristo; l’uomo oggetto della misericordia divina per mezzo della Madre di Dio; l’uomo rallegrato da colei che genera colui che è la gioia del mondo, Cristo; l’uomo salvato da Dio per l’incarnazione del Verbo nel seno di Maria.

*Benedettino
Rettore del Pontificio Collegio Greco

Nota: Agradecemos al Padre Manuel Nim. Publicato all’Osservatore Romano del 15 agosto 2008