miércoles, 19 de julio de 2017

Sollevate o porte i vostri capi, perché oggi entra la Madre del Re
L’omelia di Giacomo di Sarug per la festa della Dormizione della Madre di Dio
            Giacomo di Sarug è assieme ad Efrem di Nisibi una delle grandi figure della letteratura siriaca. Vissuto nella Mesopotamia tra il 451 circa ed il 521, fu monaco e quindi vescovo di Sarug nei dintorni di Edessa. Di lui si sono conservate una grande quantità di omelie in prosa o in verso, su svariati argomenti molti di essi riguardanti aspetti legati alle feste dell'anno liturgico. Sei omelie di Giacomo trattano della figura della Madre di Dio, di cui una sulla sua morte e la sua sepoltura, composta servendosi della prosa poetica.
            L’inizio del testo è una lunga invocazione a Cristo il Figlio di Dio incarnatosi di Maria, invocazione fatta a modo quasi di professione di fede: “O Figlio, che per il tuo amore hai lasciato l’altezza e ti sei umiliato e sei disceso sulla terra. Hai rivestito un corpo e dalla figlia di Davide ti sei fatto uomo. O Figlio unigenito che dal nulla hai creato Adamo… e hai dato a lui lo Spirito di vita…”. Si tratta di una invocazione indirizzata al Figlio con la richiesta di poter lodare e cantare la sepoltura della madre: “Tu che ci hai visitati e hai voluto compiere tutta l’economia di salvezza, concedimi di cantare la sepoltura di colei che è stata fedele”. Giacomo in primo luogo associa Maria alla morte e alla sepoltura di suo Figlio: “Molti dolori soffrì la madre tua per te quando fosti crocefisso… i suoi occhi versarono lacrime quando ti vide sospeso sulla croce, squarciato dalla lancia… e quando ti seppellirono”. Maria percorre il cammino verso la morte, come l’hanno percorso tutti i santi e giusti iniziando da quelli dell’Antico Testamento: “E anche alla madre giunse la fine, per emigrare nel mondo pieno di beni. Venne il tempo di camminare sulla via di tutte le generazioni che sono dipartite e sono arrivate alla meta”.
Giacomo di Sarug si trattiene poi ad enumerare tutti quelli che sono morti, da Adamo fino a tutti i profeti; per ognuno di essi l’autore ne sottolinea un aspetto che lo contraddistingue: “In quella via camminò Adamo, primo delle generazioni, e Seth il buono, pure la generazione di Noè il giusto…; ed anche Abramo ed Isacco buoni operai, e Giacobbe giusto e umile…; e l’uomo di desiderio Daniele, ed Ezechiele delle profezie mirabili…, ed Isaia, l’uomo della parola di verità”. Giacomo prosegue con la descrizione di tutta l’economia di Cristo: “Discese ed abitò nel seno puro della vergine, una storia che vogliamo raccontare…”; e l’autore si sofferma nei momenti fondamentali del mistero della salvezza di Cristo: la sua incarnazione e nascita da Maria, il battesimo, i miracoli, la scelta dei dodici, fino alla sua passione, morte e risurrezione: “Poi il Signore nostro venne messo a morte, e morì e ci liberò e risuscitò dal sepolcro e ci sollevò con se”. La morte arriva anche a Maria affinché anche lei partecipasse alla passione del Figlio: “Anche alla madre di Gesù Cristo, Figlio di Dio la morte arrivò, affinché gustasse il suo calice”. Anche altri autori orientali trattando la festa del transito di Maria sottolineano la sua morte come partecipazione piena alla passione, morte e risurrezione del Figlio.
Giacomo di Sarug enumera tutti coloro che si radunano per celebrare la morte di Maria, raduno, celebrazione, che anche nell’iconografia della festa ha un carattere chiaramente di celebrazione liturgica. Iniziano le figure veterotestamentarie: “Il Signore comandò agli angeli, e discesero a torme e cantarono i loro giubili di gloria… Convennero i giusti ed i patriarchi dall’antichità, i profeti, i sacerdoti e i figli di Levi…”. Infine sono gli apostoli che diventano i veri celebranti di questa liturgia che unisce il cielo alla terra: “Pure il coro dei dodici apostoli eletti, che seppellisce il corpo della vergine sempre benedetta”. L’autore poi si trattiene a fare un parallelo tra la sepoltura di Cristo e quella della Madre di Dio: “Il corpo del Figlio seppellì Nicodemo il giusto, ed il corpo della vergine Giovanni l’eletto figlio del tuono… In una caverna di pietra, in un sepolcro nuovo, introdussero e posero il Figlio della Benedetta. E pure la Madre del Figlio di Dio, nella caverna, nel sepolcro roccioso introdussero e deposero…”. La presenza di Cristo stesso e le schiere celesti alla sepoltura di Maria viene paragonata ancora a quella di Mosè, pure lui sepolto da Dio: “Il Signore discese per seppellire il suo servo Mosè; così anche assieme ali angeli egli seppellì la madre secondo il corpo. Mosè il profeta fu da Dio sepolto sul vertice del monte; anche Dio con gli angeli seppellisce Maria sul monte degli ulivi”.
Tutta la creazione si raccoglie meravigliata nel giorno della sepoltura di Maria; in questo modo Giacomo di Sarug associa in un’unica liturgia quella della terra, nella sepoltura di Maria, e quella del cielo nella sua piena glorificazione: “Quando il Maestro seppellì sua madre, si raccolse tutto il coro degli apostoli, e con essi i serafini di fuoco, ed i cherubini terribili associati al suo trono, e Gabriele e Michele con le loro schiere… tutti gli uccelli e tutti gli animali cantarono la gloria… tutti gli alberi con i loro frutti stillarono odore… le acque ed i pesci conobbero questo giorno”.
Infine con una lunga serie di versetti che iniziano tutti con la parola “oggi”, Giacomo di Sarug contempla la morte e la glorificazione di Maria, questo giorno che si celebra, come annuncio di salvezza per tutte le genti, iniziando da quei patriarchi e profeti che all’inizio dell'omelia Giacomo stesso ha elencato come passati anche loro per la morte: “Oggi Adamo ed Eva godono perché la loro figlia abita con loro… Oggi i giusti Noè ed Abramo godono perché la loro figlia li ha visitati… Oggi gode Giacobbe perché la figlia che germinò dalla sua radice lo ha chiamato a vita… Oggi godono Ezechiele ed Isaia perché colei che profetarono li visita nel luogo dei morti…”. Giacomo conclude l’omelia sottolineando il carattere pasquale della festa applicando anche a Maria il testo del salmo 23: “E i serafini di fuoco con grande voce dicono: «Sollevate o porte i vostri capi, perché vuol entrare la Madre del Re» Oggi il nome del Re Messia che sul Golgota fu crocefisso, concede ed effonde vita e misericordia a chi l’invoca”.
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma





L’omelia di Giacomo di Sarug per la Dormizione di Maria
Spalancatevi porte
entra la Madre del Re
Di Giacomo di Sarug — monaco siriaco (451-521) vissuto in Mesopotamia e poi vescovo di Sarug presso Edessa — si sono conservate molte omelie. Sei sono dedicate alla Madre di Dio, di cui una sulla sua morte e sepoltura. Il testo invoca innanzi tutto Cristo: «O Figlio, che per il tuo amore hai lasciato l’altezza e ti sei umiliato e sei disceso sulla terra, hai rivestito un corpo e dalla figlia di Davide ti sei fatto uomo, o Figlio unigenito che dal nulla hai creato Adamo e hai dato a lui lo Spirito di vita». Ma il Figlio è invocato per poter lodare la madre: «Tu che ci hai visitati e hai voluto compiere tutta l’economia di salvezza, concedimi di cantare la sepoltura di colei che è stata fedele».

Subito Giacomo associa Maria alla morte di Cristo: «Molti dolori soffrì la madre tua per te quando fosti crocefisso, i suoi occhi versarono lacrime quando ti vide sospeso sulla croce, squarciato dalla lancia, e quando ti seppellirono». Maria percorre il cammino come tutti i santi e giusti: «E anche alla madre giunse la fine, per emigrare nel mondo pieno di beni. Venne il tempo di camminare sulla via di tutte le generazioni che sono dipartite e sono arrivate alla meta».
L’omelia enumera quanti sono morti, da Adamo ai profeti: «In quella via camminò Adamo, primo delle generazioni, e Seth il buono; e anche Abramo e Isacco buoni operai, e Giacobbe giusto e umile; e l’uomo di desiderio Daniele ed Ezechiele dalle profezie mirabili, e Isaia, l’uomo della parola di verità». Giacomo descrive poi l’economia di Cristo, che «discese e abitò nel seno puro della Vergine», e i suoi momenti fondamentali: incarnazione e nascita da Maria, battesimo, miracoli, scelta dei Dodici, fino alla passione, morte e risurrezione.
La morte giunge anche per Maria, che partecipa alla passione del Figlio, come sottolineano pure altri autori orientali: «Anche alla madre di Gesù Cristo, Figlio di Dio, la morte arrivò, affinché gustasse il suo calice». Sono quindi nominati coloro che si radunano per celebrare la morte di Maria, celebrazione che anche nell’iconografia della festa ha carattere liturgico: angeli, giusti e patriarchi, profeti, sacerdoti e leviti, e infine gli apostoli, i veri celebranti di questa liturgia che unisce cielo e terra: «Pure il coro dei dodici apostoli eletti, che seppellisce il corpo della vergine sempre benedetta».
Giacomo fa un parallelo tra la sepoltura di Cristo e quella di Maria: «Il corpo del Figlio seppellì Nicodemo il giusto, e il corpo della Vergine Giovanni l’eletto figlio del tuono. In una caverna di pietra, in un sepolcro nuovo, introdussero e posero il Figlio della Benedetta. E pure la Madre del Figlio di Dio nella caverna, nel sepolcro roccioso, introdussero e deposero». La sepoltura di Maria è paragonata anche a quella di Mosè: «Il Signore discese per seppellire il suo servo Mosè; così anche assieme agli angeli egli seppellì la madre secondo il corpo. Mosè il profeta fu da Dio sepolto sul vertice del monte; anche Dio con gli angeli seppellisce Maria sul monte degli Ulivi».
E in un’unica liturgia tra terra e cielo la creazione si raccoglie meravigliata: «Quando il Maestro seppellì sua madre, si raccolse tutto il coro degli apostoli, e con essi i serafini di fuoco, e i cherubini terribili associati al suo trono, e Gabriele e Michele con le loro schiere; tutti gli uccelli e tutti gli animali cantarono la gloria, tutti gli alberi con i loro frutti stillarono odore, le acque e i pesci conobbero questo giorno».
L’autore contempla infine la morte e la glorificazione di Maria, nel giorno che si celebra come annuncio di salvezza per tutte le genti: «Oggi Adamo ed Eva godono perché la loro figlia abita con loro. Oggi i giusti Noè ed Abramo godono perché la loro figlia li ha visitati. Oggi gode Giacobbe perché la figlia che germinò dalla sua radice lo ha chiamato a vita. Oggi godono Ezechiele e Isaia perché colei che profetarono li visita nel luogo dei morti». Giacomo conclude l’omelia applicando a Maria il salmo 23: «E i serafini di fuoco con grande voce dicono: Sollevate, o porte, i vostri capi, perché vuole entrare la Madre del re. Oggi il nome del re Messia, che sul Golgota fu crocefisso, concede ed effonde vita e misericordia a chi l’invoca».
  Manuel Nin
14 agosto 2011
[parola chiave: Mariologia]


viernes, 14 de julio de 2017

Oggi le lacrime degli uomini commuovono l’Amico degli uomini…
L’innografia di Romano il Melodo per la festa del profeta Elia
            Le liturgie cristiane di Oriente e di Occidente celebrano il giorno 20 luglio la festa del profeta Elia il Tesbita. La liturgia bizantina ce lo presenta come il grande intercessore per il popolo, l'uomo pieno di zelo per il Signore. Romano il Melodo ha un kontakion dedicato al profeta Elia, formato da ben 33 strofe; le due prime strofe di questo testo sono entrate inoltre nell’ufficiatura del mattutino della tradizione bizantina . Lungo tutto il poema, Romano snoda un dialogo –si direbbe quasi la lotta in alcune delle strofe- tra la misericordia e la magnanimità di Dio verso il popolo peccatore da una parte e lo zelo e l’ira di Elia nei confronti di costui dall’altra. “Dio, il solo amico degli uomini” sarà il ritornello che concluderà ognuna delle 33 strofe del poema.
È la prima strofa del testo che riassume il contenuto di tutto il testo: “Vedendo le molte trasgressioni degli uomini  e il grande amore di Dio per loro, Elia fu sconvolto dall’ira e al Pietoso rivolse parole senza pietà: «Fa’ sentire la tua collera a quanti ora ti offendono, giudice giusto!» Ma non poté indurre in alcun modo la misericordia del Buono a punire quelli che lo offendevano, perché sempre attende il ravvedimento di tutti, il solo amico degli uomini”. Di fronte alla pazienza di Dio, il profeta quindi decide di agire per conto proprio; addirittura sa che Dio è “facile” a commuovere, e cerca di impegnarlo con un giuramento. Toccanti sono le espressioni che Romano mette in bocca del profeta che sa di conoscere la magnanimità di Dio: “Vedendo il profeta tutta la terra nell’empietà e l’Altissimo che sopportava e non si adirava, si infuriò e dichiarò all’Altissimo: «Agirò io d’autorità e punirò quelli che ti offendono… essi non si danno pensiero della tua grande pazienza, Padre misericordioso! Ora farò io da giudice per conto del Creatore… Ma mi preoccupa la divina indulgenza: per commuovere l’amico degli uomini bastano poche lacrime! Fermerò la sua pietà rafforzando la decisione con un giuramento…»”. Romano, lungo tutto il poema, sottolineerà questo quasi scontro tra lo zelo del profeta Elia: “il Giusto, rispettando il giuramento, non cancellerà il suo decreto…”, e la magnanimità di Dio: “Se vedrò sgorgare pentimento e lacrime, non potrò non elargire agli uomini la mia pietà, io, il solo amico degli uomini”.
            Il dilemma, quasi l’imbarazzo di Dio tra misericordia e giustizia lo porta a far sperimentare anche al profeta stesso la fame e la sete del popolo punito: “…gli abitanti della terra deperivano gemendo e tendendo le mani al misericordioso. E Lui era in preda a un dilemma: desideroso di aprire il suo cuore a coloro che lo invocavano e di cedere alla pietà, ma provando vergogna per il profeta e per il giuramento da lui fatto”. Romano mette in luce come Elia riesce a vincere la fame e la sete a cui Dio stesso lo sottopone, perché il suo zelo e la stessa ira verso il popolo diventano per lui quasi un nutrimento: “Il tesbita era gonfio d’ira contro i suoi simili… e come pietra insensibile resisteva la fame, perché in luogo del cibo si nutriva del suo fermo proposito”. Le strofe 10 ed 11 del poema costituiscono uno dei momenti più forti dello scontro tra Dio ed il profeta: “Dio disse ad Elia: «La tua grande devozione per me, non deve provocare in te verso gli uomini un sentimento cattivo… Io onoro la tua amicizia e non annullo il tuo decreto, ma non riesco a sostenere il pianto e l’angoscia di tutti gli uomini che ho creato!» Ed Elia rispose al Signore: «Preferisco morire di fame, o Santissimo! Se solo riuscirò a punire gli empi, sarà per me un gran sollievo… perciò non avere pietà di me… ma soltanto stermina gli empi sulla terra»”.
            Romano il Melodo dedica quindi dieci strofe all’incontro di Elia con la vedova di Sarepta, donna straniera con un figlio. Essa muove il profeta alla misericordia verso di lei, malgrado essere pagana, ma non verso il popolo: “Nei confronti di tutti gli altri sono stato insensibile, ma nei confronti di costei mi trasformerò: abituerò la mia natura a rallegrarsi delle opere di misericordia…”. Con delle immagini molto belle, Romano presenta la morte del figlio della vedova come una pedagogia di Dio stesso per portare Elia alla compassione verso il suo popolo: “«Io credo, O Salvatore», disse Elia, «che la morte di questo ragazzo sia un espediente della tua saggezza… per costringermi alla misericordia. Così quando io ti chiederò: “Risuscita il figlio della vedova che è morto”, tu subito risponderai: “Abbi pietà del mio figlio Israele…”». La risposta di Dio al profeta diventa un annuncio della sua misericordia, della sua magnificenza, una buona novella al profeta e a tutti gli uomini: “Il Misericordioso rispose ad Elia: «Ora presta orecchio alle mie parole: io soffro e voglio adoperarmi perché la punizione finisca, perché sono misericordioso. Da padre io mi piego ai torrenti di lacrime… voglio che i peccatori si salvino… E adesso profeta ascoltami, voglio che tu sappia bene che tutti gli uomini hanno la garanzia della mia compassione…». E Romano, con l’immagine di un accordo, descrive la fine dello scontro tra Dio ed il profeta e la fine anche della punizione del popolo: “Dio disse ad Elia: «Ti propongo un accordo. Tu sei stato turbato soltanto dalle lacrime di una vedova, io invece per tutti gli uomini…». Ed Elia disse: «Sia fatta la tua volontà! Elargisci la pioggia e dona al morto la vita. Poiché tu, o Dio, sei vita, resurrezione e redenzione…»”.
            Quasi una ripresa dell'argomento centrale del poema, cioè lo scontro tra lo zelo del profeta e la misericordia di Dio, Romano lo ripropone in vista però alla conclusione “cristologica” delle ultime strofe: “Quando poi molto tempo fu trascorso, Elia vide la malvagità degli uomini e pensò di rendere più grave il castigo. Ma il Misericordioso si rivolse al profeta dicendo: «Io conosco lo zelo che hai per quel che è giusto… ma ho compassione dei peccatori… tu ti adiri perché sei irreprensibile… io invece non sopporto che qualcuno si perda…»”. Quindi Dio, nel suo amore per gli uomini e quasi stanco dello zelo di Elia, decide di prendere con se il profeta, senza farlo passare per la morte, e scendere lui stesso, incarnandosi, facendosi uno tra gli uomini, capace di sopportare le loro colpe e liberarli da esse: “Dio disse ad Elia: «Lascia, amico mio, la dimora degli uomini, e scenderò io facendomi uomo nella mia misericordia… io che sono dal cielo, starò insieme ai peccatori e li libererò dalle loro colpe… scendo io che so prendere sulle mie spalle la pecora smarrita».
            La strofa conclusiva è un parallelo tra Elia e Cristo stesso: “Elia fu sollevato su un carro di fuoco, mentre il Cristo fu innalzato fra le nuvole e le potestà; quello dall’alto mandò il mantello ad Eliseo, mentre Cristo mandò ai suoi apostoli il santo Paraclito che tutti noi abbiamo ricevuto col battesimo…”.

P. Manuel Nin osb
Pontificio Collegio Greco
Roma


Romano il Melodo per la festa del profeta Elia
Le lacrime commuovono
l’amico degli uomini
Le liturgie cristiane di oriente e occidente celebrano il 20 luglio la festa del profeta Elia il tesbita. Quella bizantina lo presenta come il grande intercessore per il popolo, pieno di zelo per il Signore. Romano il Melodo ha un kontàkion dedicato al profeta di 33 strofe, dialogo — in alcuni momenti, quasi una lotta — tra la misericordia e la magnanimità di Dio e lo zelo e l’ira di Elia. «Dio, il solo amico degli uomini» è il ritornello che lo scandisce.
La prima strofa del testo lo riassume tutto: «Vedendo le molte trasgressioni degli uomini e il grande amore di Dio per loro, Elia fu sconvolto dall’ira e al Pietoso rivolse parole senza pietà: Fa’ sentire la tua collera a quanti ora ti offendono, giudice giusto! Ma non poté indurre in alcun modo la misericordia del Buono a punire quelli che lo offendevano, perché sempre attende il ravvedimento di tutti, il solo amico degli uomini». Di fronte alla pazienza di Dio, il profeta decide di agire per conto proprio. 
Toccanti sono le espressioni del profeta: «Vedendo il profeta tutta la terra nell’empietà e l’Altissimo che sopportava e non si adirava, si infuriò e dichiarò: Agirò io d’autorità e punirò quelli che ti offendono; essi non si danno pensiero della tua grande pazienza, Padre misericordioso! Ora farò io da giudice per conto del Creatore. Ma mi preoccupa la divina indulgenza: per commuovere l’amico degli uomini bastano poche lacrime! Fermerò la sua pietà rafforzando la decisione con un giuramento». Romano sottolinea questo quasi scontro tra lo zelo di Elia e la magnanimità di Dio: «Se vedrò sgorgare pentimento e lacrime, non potrò non elargire agli uomini la mia pietà, io, il solo amico degli uomini».
Il dilemma di Dio tra misericordia e giustizia lo porta a far sperimentare anche al profeta la fame e la sete del popolo punito: «Gli abitanti della terra deperivano gemendo e tendendo le mani al misericordioso. E Lui era in preda a un dilemma: desideroso di aprire il suo cuore a coloro che lo invocavano e di cedere alla pietà, ma provando vergogna per il profeta e per il giuramento da lui fatto». Romano mette in luce come Elia vince la fame e la sete a cui Dio stesso lo sottopone, perché lo zelo e l’ira verso il popolo diventano per lui quasi un nutrimento: «Il tesbita era gonfio d’ira contro i suoi simili, e come pietra insensibile sopportava la fame, perché in luogo del cibo si nutriva del suo fermo proposito».
Viene poi uno dei momenti più forti dello scontro tra Dio e il profeta: «Dio disse a Elia: La tua grande devozione per me, non deve provocare in te verso gli uomini un sentimento cattivo. Io onoro la tua amicizia e non annullo il tuo decreto, ma non riesco a sostenere il pianto e l’angoscia di tutti gli uomini che ho creato! Ed Elia rispose al Signore: Preferisco morire di fame, o Santissimo! Se solo riuscirò a punire gli empi, sarà per me un gran sollievo; perciò non avere pietà di me, ma soltanto stermina gli empi sulla terra».
L’incontro del profeta con la vedova di Sarepta, donna pagana con un figlio, lo muove alla misericordia: «Nei confronti di tutti gli altri sono stato insensibile, ma nei confronti di costei mi trasformerò: abituerò la mia natura a rallegrarsi delle opere di misericordia». Con immagini molto belle, Romano presenta la morte del figlio della vedova come una pedagogia di Dio stesso per portare Elia alla compassione verso il suo popolo: «Io credo, o Salvatore, disse Elia, che la morte di questo ragazzo sia un espediente della tua saggezza per costringermi alla misericordia. Così quando io ti chiederò: Risuscita il figlio della vedova che è morto, tu subito risponderai: Abbi pietà del mio figlio Israele».
La risposta di Dio al profeta diventa un annuncio della sua misericordia: «Il Misericordioso rispose a Elia: Ora presta orecchio alle mie parole: io soffro e voglio adoperarmi perché la punizione finisca, perché sono misericordioso. Da padre io mi piego ai torrenti di lacrime, voglio che i peccatori si salvino. E adesso profeta ascoltami, voglio che tu sappia bene che tutti gli uomini hanno la garanzia della mia compassione». E Romano, con l’immagine di un accordo, descrive la fine dello scontro tra Dio e il profeta e della punizione del popolo: «Dio disse a Elia: Ti propongo un accordo. Tu sei stato turbato soltanto dalle lacrime di una vedova, io invece per tutti gli uomini. Ed Elia disse: Sia fatta la tua volontà! Elargisci la pioggia e dona al morto la vita. Poiché tu, o Dio, sei vita, risurrezione e redenzione».
Alla fine Dio, quasi stanco dello zelo di Elia, decide di prenderlo con sé, senza farlo passare per la morte, e di incarnarsi: «Dio disse a Elia: Lascia, amico mio, la dimora degli uomini, e scenderò io facendomi uomo nella mia misericordia; io che sono dal cielo, starò insieme ai peccatori e li libererò dalle loro colpe; scendo io che so prendere sulle mie spalle la pecora smarrita».
La conclusione è un parallelo tra il profeta e Cristo stesso: «Elia fu sollevato su un carro di fuoco, mentre il Cristo fu innalzato fra le nuvole e le potestà; quello dall’alto mandò il mantello a Eliseo, mentre Cristo mandò ai suoi apostoli il santo Paraclito che tutti noi abbiamo ricevuto col battesimo».
  MANUEL NIN
Pontificio Collegio Greco
20 luglio 2011
Roma


jueves, 29 de septiembre de 2016

Oggi nasce Giovanni, il messaggero del Dio Verbo.
L’innografia di san Giovanni Damasceno per la nascita di san Giovanni Battista
            La figura del “profeta e precursore” (pròdromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica delle Chiese di Oriente. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione il 23 settembre, la nascita il 24 giugno, e la morte (il martirio, la decollazione) il 29 agosto. Inoltre Giovanni Battista viene celebrato anche il 7 gennaio, immediatamente dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno dopo una grande festa celebra il personaggio per mezzo di cui Dio porta a termine il suo mistero di salvezza. L’ufficiatura della festa raccoglie dei tropari composti dai grandi innografi bizantini: Giovanni Damasceno (+ 750), Andrea di Creta (+ 740), e la monaca Cassianì (IX sec.) che è l’unico esempio di donna innografa nella tradizione bizantina, e che ci ha tramandato anche dei bellissimi testi per il Mercoledì Santo e per il Sabato Santo. I tropari del vespro della festa cantano Giovanni Battista come colui che: “Oggi è apparso, il grande precursore, il profeta più grande di tutti i profeti: poiché alla lampada del precursore succede la luce sfolgorante, alla voce, il Verbo, e lo sposo al para­ninfo che prepara al Signore un popolo di suo peculiare possesso e in anticipo lo purifica mediante l’acqua, in vista dello Spirito. Questi è il germo­glio di Zacca­ria, l’ottimo figlio del deserto, l’a­raldo della conver­sione, la purifi­cazione dei delitti, colui che annuncia nell’ade la risurrezione dai morti e intercede per le anime nostre”. I testi dell'ufficiatura della festa ritornano molto spesso su questi ruoli del Battista come precursore e annunciatore della nascita e della risurrezione di Cristo, e come intercessore per il popolo.
Il cànone del mattutino della festa, composizione poetica in nove odi, è di Giovanni Damasceno, e in esso si snoda la contemplazione della figura del precursore di Cristo. La prima delle strofe di ognuna delle odi è sempre riferita a Cristo e costituisce la chiave di lettura cristologica del testo del cantico biblico a cui l’ode stessa poggia e si ispira: “O tu che sei stato partorito dalla Vergine, sommergi, ti prego, come forti capitani scelti (cf., Es 15,1-19), nell’abisso del­l’impassibili­tà, le tre parti dell’anima, affinché io con la morti­ficazione del corpo, come con un timpa­no ti canti un inno di vittoria”. “Non ci gloriamo né nella sapienza né nella potenza o nella ricchezza ma in te, o Cristo, sapienza di Dio Padre: perché non c’è santo all’in­fuo­ri di te, amico degli uomini (cf., 1Sa 2,1-10)”. Colui che siede nella gloria sul trono della divi­ni­tà, Gesù, Dio trascendente ogni pensiero, è venuto su nube leggera (cf., Ab 3,1-19), con la sua forza immacolata, e ha salvato quanti acclama­no: Glo­ria, o Cristo, alla tua potenza”. “O Cristo benefattore onnipotente, con la tua discesa hai irrorato di rugiada coloro che in mezzo alla fiamma avevano mostrato la loro pietà, e hai insegnato a canta­re: Opere tutte, benedite e celebrate il Signo­re (cf., Dn 3,57-88)”. Il mistero della concezione e della nascita di Cristo viene quasi contrapposto a quello di Giovanni Battista: la concezione verginale di Cristo e quella di Giovanni da due anziani; e ancora la sterilità di Elisabetta che dà il suo frutto nella nascita e in qualche modo nel ministero di predicatore del Battista: “Celebriamo il precursore del Signore, che Elisabet­ta ha partorito al sacerdote da matrice sterile, ma non senza seme: Cristo solo, infatti ha attraversato una terra non percorribile e senza seme. Giovanni, lo ha gene­rato una steri­le, ma non senza uomo lo ha partorito; Gesù, lo ha partorito una Vergine pura adombrata dal Padre e dallo Spirito di Dio. Ma di colui che nasce dalla Vergi­ne, è divenuto profeta e insieme araldo e precursore colui che è nato dalla sterile”.
In diverse delle strofe Giovanni Damasceno si compiace a sottolineare con immagini contrastanti Zaccaria che diventa muto e Giovanni Battista che diventa voce e annunziatore: “Zaccaria, udite le parole di Gabriele, si mostrò incredulo di fronte al messaggio divino, e fu condannato al silenzio: ma da esso viene subitamente sciolto, perché è nata la voce, Giovanni, il precursore del Verbo… Come sole raggiante è sorto per noi dal grembo di Elisa­betta il figlio di Zaccaria: egli scioglie la lingua muta del padre e grida a tutti i popoli con grande franchezza: Raddrizzate le vie del Signore…”. Lungo tutto il cànone sono diversi i titoli che l’autore dà al Battista, titoli legati sempre al suo ruolo in rapporto a Cristo: “Nobile alba che precorre il sole, il germo­glio della sterile…; vero profeta dell’Altissimo…; l’araldo veracissimo, la voce che annuncia il Figlio della Vergine…; veracissima lampada di Cristo…; angelo terrestre e mortale celeste…”.
Elisabetta viene anche contemplata nel testo liturgico sotto diversi aspetti. La sua sterilità è sempre collegata con la verginità di Maria, viste ambedue come due fatti prodigiosi anch’essi precursore l’uno dell'altro, allo stesso modo che Giovanni lo sarà di Cristo: “Si compie da una Vergine la nascita del Sovrano; ma quella del servo e amico, da madre anziana e steri­le: convenientemente un prodigio precorre il prodigio… l’anziana rugosa e sterile saluta la Vergine madre, sapendo con tutta certezza che grazie al parto di costei sono stati sciolti i vincoli della sua steri­lità…”. Il parto prodigioso di Elisabetta inoltre rende affidabile quello di Maria: “Sono nato per servire come schiavo al Sovrano: per questo vengo per annunciare il suo avvento, tanto che una donna vecchia e sterile, che ha prodi­gio­sa­mente generato, rende credibile il parto della Vergine”. Lungo tutto il cànone, Giovanni Damasceno vuol mettere in rilievo che la coppia Giovanni-Cristo, voce-parola, viene preceduta dalla coppia Elisabetta-Maria, sterilità-verginità. La sterilità di Elisabetta, inoltre, viene presentata nel testo come luogo di guarigione e di grazia: “La tua gloriosa nascita dalla sterile ha risanato tutta la natura malata, insegnando, o precursore, a cantare: Benedetto tu sei, Signore, Dio dei padri nostri… Da una sterile sei nato, o precursore: sì, nella sterilità della legge, davvero è giunta la grazia…”.
Alcuni dei tropari del vespro e lo stesso cànone del Damasceno danno a Giovanni Battista il titolo di “ottimo figlio del deserto”, oppure fanno riferimento al “luogo deserto” collegato con la sterilità di Elisabetta da una parte, e dall’altra con il ruolo che Giovanni ha come colui che ha vissuto nel deserto, e facendone un precursore sia di Colui che vi soggiornerà durante quaranta giorni, sia di coloro che lo sceglieranno come luogo e modo di vita: “Da grembo deserto, il precurso­re di Cristo viene come tortora, condotta dunque alla Chiesa quasi da bosco piantato da Dio, e canta: Opere tutte, bene­dite e celebrate il Signo­re. Popolo teòforo, nazione santa, imita la tortora di Cristo, e canta con voce soave, vivendo in castità: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore”.



L’innografia del Damasceno per la nascita di san Giovanni Battista
Oggi è apparsa la lampada del precursore

La figura del profeta e precursore (pròdromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica delle Chiese di oriente. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione (23 settembre), la nascita (24 giugno) e la morte (il martirio, la decollazione, 29 agosto).Inoltre il Battista viene celebrato anche il 7 gennaio, subito dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno successivo a una grande festa celebra il personaggio per mezzo del quale Dio compie il suo mistero di salvezza.
L’ufficiatura della festa raccoglie tropari dei grandi innografi bizantini: Andrea di Creta (+740), Giovanni Damasceno (+750) e la monaca Cassianì (IX secolo), unica donna in questa tradizione, autrice di bellissimi testi per il Mercoledì santo e il Sabato santo. Il vespro canta il Battista come colui che «oggi è apparso, il grande precursore, il profeta più grande di tutti i profeti: poiché alla lampada del precursore succede la luce sfolgorante, alla voce il Verbo. Questi è il germoglio di Zaccaria, l’ottimo figlio del deserto, l’araldo della conversione, la purificazione dei delitti, colui che annuncia nell’ade la risurrezione dai morti e intercede per le anime nostre».
Il canone del mattutino, composizione poetica in nove odi, è di Giovanni Damasceno, e in esso si snoda la contemplazione della figura del precursore. Il mistero della concezione e della nascita di Cristo viene quasi contrapposto a quello del Battista: la concezione verginale di Gesù e quella di Giovanni da due anziani e la sterilità di Elisabetta che dà il suo frutto nella nascita e nel ministero di predicatore del Battista.
In diverse strofe il Damasceno sottolinea con immagini contrastanti Zaccaria che diventa muto e Giovanni che diventa voce e annunziatore: «Zaccaria, udite le parole di Gabriele, si mostrò incredulo di fronte al messaggio divino, e fu condannato al silenzio: ma da esso viene subitamente sciolto, perché è nata la voce, Giovanni, il precursore del Verbo. Come sole raggiante è sorto per noi dal grembo di Elisabetta il figlio di Zaccaria: egli scioglie la lingua muta del padre e grida a tutti i popoli con grande franchezza: Raddrizzate le vie del Signore».
Elisabetta viene contemplata sotto diversi aspetti. La sua sterilità è sempre collegata con la verginità di Maria, viste come due fatti prodigiosi l’uno precursore dell’altro, come Giovanni lo sarà di Cristo: «Sono nato per servire come schiavo al Sovrano: per questo vengo per annunciare il suo avvento, tanto che una donna vecchia e sterile, che ha prodigiosamente generato, rende credibile il parto della Vergine». La sterilità di Elisabetta, inoltre, viene presentata nel testo come luogo di guarigione e di grazia: «La tua gloriosa nascita dalla sterile ha risanato tutta la natura malata, insegnando, o precursore, a cantare: Benedetto tu sei, Signore, Dio dei padri nostri. Da una sterile sei nato, o precursore: sì, nella sterilità della legge, davvero è giunta la grazia».
Alcuni tropari del vespro e il canone danno al Battista il titolo di «ottimo figlio del deserto» o fanno riferimento al «luogo deserto» dove Giovanni ha vissuto, precursore sia di colui che vi soggiornerà per quaranta giorni sia di quanti lo sceglieranno come luogo e modo di vita: «Da grembo deserto, il precursore di Cristo viene come tortora, condotta dunque alla Chiesa quasi da bosco piantato da Dio, e canta: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore. Popolo teoforo, nazione santa, imita la tortora di Cristo, e canta con voce soave, vivendo in castità: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore».
 P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma
25 giugno 2011


lunes, 22 de agosto de 2016


Oggi nasce Giovanni, il messaggero del Dio Verbo.
L’innografia di san Giovanni Damasceno
per la nascita di san Giovanni Battista
            La figura del “profeta e precursore” (pròdromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica delle Chiese di Oriente. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione il 23 settembre, la nascita il 24 giugno, e la morte (il martirio, la decollazione) il 29 agosto. Inoltre Giovanni Battista viene celebrato anche il 7 gennaio, immediatamente dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno dopo una grande festa celebra il personaggio per mezzo di cui Dio porta a termine il suo mistero di salvezza. L’ufficiatura della festa raccoglie dei tropari composti dai grandi innografi bizantini: Giovanni Damasceno (+ 750), Andrea di Creta (+ 740), e la monaca Cassianì (IX sec.) che è l’unico esempio di donna innografa nella tradizione bizantina, e che ci ha tramandato anche dei bellissimi testi per il Mercoledì Santo e per il Sabato Santo. I tropari del vespro della festa cantano Giovanni Battista come colui che: “Oggi è apparso, il grande precursore, il profeta più grande di tutti i profeti: poiché alla lampada del precursore succede la luce sfolgorante, alla voce, il Verbo, e lo sposo al para­ninfo che prepara al Signore un popolo di suo peculiare possesso e in anticipo lo purifica mediante l’acqua, in vista dello Spirito. Questi è il germo­glio di Zacca­ria, l’ottimo figlio del deserto, l’a­raldo della conver­sione, la purifi­cazione dei delitti, colui che annuncia nell’ade la risurrezione dai morti e intercede per le anime nostre”. I testi dell'ufficiatura della festa ritornano molto spesso su questi ruoli del Battista come precursore e annunciatore della nascita e della risurrezione di Cristo, e come intercessore per il popolo.
Il cànone del mattutino della festa, composizione poetica in nove odi, è di Giovanni Damasceno, e in esso si snoda la contemplazione della figura del precursore di Cristo. La prima delle strofe di ognuna delle odi è sempre riferita a Cristo e costituisce la chiave di lettura cristologica del testo del cantico biblico a cui l’ode stessa poggia e si ispira: “O tu che sei stato partorito dalla Vergine, sommergi, ti prego, come forti capitani scelti (cf., Es 15,1-19), nell’abisso del­l’impassibili­tà, le tre parti dell’anima, affinché io con la morti­ficazione del corpo, come con un timpa­no ti canti un inno di vittoria”. “Non ci gloriamo né nella sapienza né nella potenza o nella ricchezza ma in te, o Cristo, sapienza di Dio Padre: perché non c’è santo all’in­fuo­ri di te, amico degli uomini (cf., 1Sa 2,1-10)”. Colui che siede nella gloria sul trono della divi­ni­tà, Gesù, Dio trascendente ogni pensiero, è venuto su nube leggera (cf., Ab 3,1-19), con la sua forza immacolata, e ha salvato quanti acclama­no: Glo­ria, o Cristo, alla tua potenza”. “O Cristo benefattore onnipotente, con la tua discesa hai irrorato di rugiada coloro che in mezzo alla fiamma avevano mostrato la loro pietà, e hai insegnato a canta­re: Opere tutte, benedite e celebrate il Signo­re (cf., Dn 3,57-88)”. Il mistero della concezione e della nascita di Cristo viene quasi contrapposto a quello di Giovanni Battista: la concezione verginale di Cristo e quella di Giovanni da due anziani; e ancora la sterilità di Elisabetta che dà il suo frutto nella nascita e in qualche modo nel ministero di predicatore del Battista: “Celebriamo il precursore del Signore, che Elisabet­ta ha partorito al sacerdote da matrice sterile, ma non senza seme: Cristo solo, infatti ha attraversato una terra non percorribile e senza seme. Giovanni, lo ha gene­rato una steri­le, ma non senza uomo lo ha partorito; Gesù, lo ha partorito una Vergine pura adombrata dal Padre e dallo Spirito di Dio. Ma di colui che nasce dalla Vergi­ne, è divenuto profeta e insieme araldo e precursore colui che è nato dalla sterile”.
In diverse delle strofe Giovanni Damasceno si compiace a sottolineare con immagini contrastanti Zaccaria che diventa muto e Giovanni Battista che diventa voce e annunziatore: “Zaccaria, udite le parole di Gabriele, si mostrò incredulo di fronte al messaggio divino, e fu condannato al silenzio: ma da esso viene subitamente sciolto, perché è nata la voce, Giovanni, il precursore del Verbo… Come sole raggiante è sorto per noi dal grembo di Elisa­betta il figlio di Zaccaria: egli scioglie la lingua muta del padre e grida a tutti i popoli con grande franchezza: Raddrizzate le vie del Signore…”. Lungo tutto il cànone sono diversi i titoli che l’autore dà al Battista, titoli legati sempre al suo ruolo in rapporto a Cristo: “Nobile alba che precorre il sole, il germo­glio della sterile…; vero profeta dell’Altissimo…; l’araldo veracissimo, la voce che annuncia il Figlio della Vergine…; veracissima lampada di Cristo…; angelo terrestre e mortale celeste…”.
Elisabetta viene anche contemplata nel testo liturgico sotto diversi aspetti. La sua sterilità è sempre collegata con la verginità di Maria, viste ambedue come due fatti prodigiosi anch’essi precursore l’uno dell'altro, allo stesso modo che Giovanni lo sarà di Cristo: “Si compie da una Vergine la nascita del Sovrano; ma quella del servo e amico, da madre anziana e steri­le: convenientemente un prodigio precorre il prodigio… l’anziana rugosa e sterile saluta la Vergine madre, sapendo con tutta certezza che grazie al parto di costei sono stati sciolti i vincoli della sua steri­lità…”. Il parto prodigioso di Elisabetta inoltre rende affidabile quello di Maria: “Sono nato per servire come schiavo al Sovrano: per questo vengo per annunciare il suo avvento, tanto che una donna vecchia e sterile, che ha prodi­gio­sa­mente generato, rende credibile il parto della Vergine”. Lungo tutto il cànone, Giovanni Damasceno vuol mettere in rilievo che la coppia Giovanni-Cristo, voce-parola, viene preceduta dalla coppia Elisabetta-Maria, sterilità-verginità. La sterilità di Elisabetta, inoltre, viene presentata nel testo come luogo di guarigione e di grazia: “La tua gloriosa nascita dalla sterile ha risanato tutta la natura malata, insegnando, o precursore, a cantare: Benedetto tu sei, Signore, Dio dei padri nostri… Da una sterile sei nato, o precursore: sì, nella sterilità della legge, davvero è giunta la grazia…”.
Alcuni dei tropari del vespro e lo stesso cànone del Damasceno danno a Giovanni Battista il titolo di “ottimo figlio del deserto”, oppure fanno riferimento al “luogo deserto” collegato con la sterilità di Elisabetta da una parte, e dall’altra con il ruolo che Giovanni ha come colui che ha vissuto nel deserto, e facendone un precursore sia di Colui che vi soggiornerà durante quaranta giorni, sia di coloro che lo sceglieranno come luogo e modo di vita: “Da grembo deserto, il precurso­re di Cristo viene come tortora, condotta dunque alla Chiesa quasi da bosco piantato da Dio, e canta: Opere tutte, bene­dite e celebrate il Signo­re. Popolo teòforo, nazione santa, imita la tortora di Cristo, e canta con voce soave, vivendo in castità: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore”.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


L’innografia del Damasceno per la nascita di san Giovanni Battista
Oggi è apparsa la lampada del precursore
La figura del profeta e precursore (pròdromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica delle Chiese di oriente. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione (23 settembre), la nascita (24 giugno) e la morte (il martirio, la decollazione, 29 agosto).
Inoltre il Battista viene celebrato anche il 7 gennaio, subito dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno successivo a una grande festa celebra il personaggio per mezzo del quale Dio compie il suo mistero di salvezza.
L’ufficiatura della festa raccoglie tropari dei grandi innografi bizantini: Andrea di Creta (+740), Giovanni Damasceno (+750) e la monaca Cassianì (IX secolo), unica donna in questa tradizione, autrice di bellissimi testi per il Mercoledì santo e il Sabato santo. Il vespro canta il Battista come colui che «oggi è apparso, il grande precursore, il profeta più grande di tutti i profeti: poiché alla lampada del precursore succede la luce sfolgorante, alla voce il Verbo. Questi è il germoglio di Zaccaria, l’ottimo figlio del deserto, l’araldo della conversione, la purificazione dei delitti, colui che annuncia nell’ade la risurrezione dai morti e intercede per le anime nostre».
Il canone del mattutino, composizione poetica in nove odi, è di Giovanni Damasceno, e in esso si snoda la contemplazione della figura del precursore. Il mistero della concezione e della nascita di Cristo viene quasi contrapposto a quello del Battista: la concezione verginale di Gesù e quella di Giovanni da due anziani e la sterilità di Elisabetta che dà il suo frutto nella nascita e nel ministero di predicatore del Battista.
In diverse strofe il Damasceno sottolinea con immagini contrastanti Zaccaria che diventa muto e Giovanni che diventa voce e annunziatore: «Zaccaria, udite le parole di Gabriele, si mostrò incredulo di fronte al messaggio divino, e fu condannato al silenzio: ma da esso viene subitamente sciolto, perché è nata la voce, Giovanni, il precursore del Verbo. Come sole raggiante è sorto per noi dal grembo di Elisabetta il figlio di Zaccaria: egli scioglie la lingua muta del padre e grida a tutti i popoli con grande franchezza: Raddrizzate le vie del Signore».
Elisabetta viene contemplata sotto diversi aspetti. La sua sterilità è sempre collegata con la verginità di Maria, viste come due fatti prodigiosi l’uno precursore dell’altro, come Giovanni lo sarà di Cristo: «Sono nato per servire come schiavo al Sovrano: per questo vengo per annunciare il suo avvento, tanto che una donna vecchia e sterile, che ha prodigiosamente generato, rende credibile il parto della Vergine». La sterilità di Elisabetta, inoltre, viene presentata nel testo come luogo di guarigione e di grazia: «La tua gloriosa nascita dalla sterile ha risanato tutta la natura malata, insegnando, o precursore, a cantare: Benedetto tu sei, Signore, Dio dei padri nostri. Da una sterile sei nato, o precursore: sì, nella sterilità della legge, davvero è giunta la grazia».
Alcuni tropari del vespro e il canone danno al Battista il titolo di «ottimo figlio del deserto» o fanno riferimento al «luogo deserto» dove Giovanni ha vissuto, precursore sia di colui che vi soggiornerà per quaranta giorni sia di quanti lo sceglieranno come luogo e modo di vita: «Da grembo deserto, il precursore di Cristo viene come tortora, condotta dunque alla Chiesa quasi da bosco piantato da Dio, e canta: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore. Popolo teoforo, nazione santa, imita la tortora di Cristo, e canta con voce soave, vivendo in castità: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore».

  Manuel Nin
25 giugno 2011



Oggi nasce Giovanni, il messaggero del Dio Verbo.
L’innografia di san Giovanni Damasceno
per la nascita di san Giovanni Battista
            La figura del “profeta e precursore” (pròdromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica delle Chiese di Oriente. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione il 23 settembre, la nascita il 24 giugno, e la morte (il martirio, la decollazione) il 29 agosto. Inoltre Giovanni Battista viene celebrato anche il 7 gennaio, immediatamente dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno dopo una grande festa celebra il personaggio per mezzo di cui Dio porta a termine il suo mistero di salvezza. L’ufficiatura della festa raccoglie dei tropari composti dai grandi innografi bizantini: Giovanni Damasceno (+ 750), Andrea di Creta (+ 740), e la monaca Cassianì (IX sec.) che è l’unico esempio di donna innografa nella tradizione bizantina, e che ci ha tramandato anche dei bellissimi testi per il Mercoledì Santo e per il Sabato Santo. I tropari del vespro della festa cantano Giovanni Battista come colui che: “Oggi è apparso, il grande precursore, il profeta più grande di tutti i profeti: poiché alla lampada del precursore succede la luce sfolgorante, alla voce, il Verbo, e lo sposo al para­ninfo che prepara al Signore un popolo di suo peculiare possesso e in anticipo lo purifica mediante l’acqua, in vista dello Spirito. Questi è il germo­glio di Zacca­ria, l’ottimo figlio del deserto, l’a­raldo della conver­sione, la purifi­cazione dei delitti, colui che annuncia nell’ade la risurrezione dai morti e intercede per le anime nostre”. I testi dell'ufficiatura della festa ritornano molto spesso su questi ruoli del Battista come precursore e annunciatore della nascita e della risurrezione di Cristo, e come intercessore per il popolo.
Il cànone del mattutino della festa, composizione poetica in nove odi, è di Giovanni Damasceno, e in esso si snoda la contemplazione della figura del precursore di Cristo. La prima delle strofe di ognuna delle odi è sempre riferita a Cristo e costituisce la chiave di lettura cristologica del testo del cantico biblico a cui l’ode stessa poggia e si ispira: “O tu che sei stato partorito dalla Vergine, sommergi, ti prego, come forti capitani scelti (cf., Es 15,1-19), nell’abisso del­l’impassibili­tà, le tre parti dell’anima, affinché io con la morti­ficazione del corpo, come con un timpa­no ti canti un inno di vittoria”. “Non ci gloriamo né nella sapienza né nella potenza o nella ricchezza ma in te, o Cristo, sapienza di Dio Padre: perché non c’è santo all’in­fuo­ri di te, amico degli uomini (cf., 1Sa 2,1-10)”. Colui che siede nella gloria sul trono della divi­ni­tà, Gesù, Dio trascendente ogni pensiero, è venuto su nube leggera (cf., Ab 3,1-19), con la sua forza immacolata, e ha salvato quanti acclama­no: Glo­ria, o Cristo, alla tua potenza”. “O Cristo benefattore onnipotente, con la tua discesa hai irrorato di rugiada coloro che in mezzo alla fiamma avevano mostrato la loro pietà, e hai insegnato a canta­re: Opere tutte, benedite e celebrate il Signo­re (cf., Dn 3,57-88)”. Il mistero della concezione e della nascita di Cristo viene quasi contrapposto a quello di Giovanni Battista: la concezione verginale di Cristo e quella di Giovanni da due anziani; e ancora la sterilità di Elisabetta che dà il suo frutto nella nascita e in qualche modo nel ministero di predicatore del Battista: “Celebriamo il precursore del Signore, che Elisabet­ta ha partorito al sacerdote da matrice sterile, ma non senza seme: Cristo solo, infatti ha attraversato una terra non percorribile e senza seme. Giovanni, lo ha gene­rato una steri­le, ma non senza uomo lo ha partorito; Gesù, lo ha partorito una Vergine pura adombrata dal Padre e dallo Spirito di Dio. Ma di colui che nasce dalla Vergi­ne, è divenuto profeta e insieme araldo e precursore colui che è nato dalla sterile”.
In diverse delle strofe Giovanni Damasceno si compiace a sottolineare con immagini contrastanti Zaccaria che diventa muto e Giovanni Battista che diventa voce e annunziatore: “Zaccaria, udite le parole di Gabriele, si mostrò incredulo di fronte al messaggio divino, e fu condannato al silenzio: ma da esso viene subitamente sciolto, perché è nata la voce, Giovanni, il precursore del Verbo… Come sole raggiante è sorto per noi dal grembo di Elisa­betta il figlio di Zaccaria: egli scioglie la lingua muta del padre e grida a tutti i popoli con grande franchezza: Raddrizzate le vie del Signore…”. Lungo tutto il cànone sono diversi i titoli che l’autore dà al Battista, titoli legati sempre al suo ruolo in rapporto a Cristo: “Nobile alba che precorre il sole, il germo­glio della sterile…; vero profeta dell’Altissimo…; l’araldo veracissimo, la voce che annuncia il Figlio della Vergine…; veracissima lampada di Cristo…; angelo terrestre e mortale celeste…”.
Elisabetta viene anche contemplata nel testo liturgico sotto diversi aspetti. La sua sterilità è sempre collegata con la verginità di Maria, viste ambedue come due fatti prodigiosi anch’essi precursore l’uno dell'altro, allo stesso modo che Giovanni lo sarà di Cristo: “Si compie da una Vergine la nascita del Sovrano; ma quella del servo e amico, da madre anziana e steri­le: convenientemente un prodigio precorre il prodigio… l’anziana rugosa e sterile saluta la Vergine madre, sapendo con tutta certezza che grazie al parto di costei sono stati sciolti i vincoli della sua steri­lità…”. Il parto prodigioso di Elisabetta inoltre rende affidabile quello di Maria: “Sono nato per servire come schiavo al Sovrano: per questo vengo per annunciare il suo avvento, tanto che una donna vecchia e sterile, che ha prodi­gio­sa­mente generato, rende credibile il parto della Vergine”. Lungo tutto il cànone, Giovanni Damasceno vuol mettere in rilievo che la coppia Giovanni-Cristo, voce-parola, viene preceduta dalla coppia Elisabetta-Maria, sterilità-verginità. La sterilità di Elisabetta, inoltre, viene presentata nel testo come luogo di guarigione e di grazia: “La tua gloriosa nascita dalla sterile ha risanato tutta la natura malata, insegnando, o precursore, a cantare: Benedetto tu sei, Signore, Dio dei padri nostri… Da una sterile sei nato, o precursore: sì, nella sterilità della legge, davvero è giunta la grazia…”.
Alcuni dei tropari del vespro e lo stesso cànone del Damasceno danno a Giovanni Battista il titolo di “ottimo figlio del deserto”, oppure fanno riferimento al “luogo deserto” collegato con la sterilità di Elisabetta da una parte, e dall’altra con il ruolo che Giovanni ha come colui che ha vissuto nel deserto, e facendone un precursore sia di Colui che vi soggiornerà durante quaranta giorni, sia di coloro che lo sceglieranno come luogo e modo di vita: “Da grembo deserto, il precurso­re di Cristo viene come tortora, condotta dunque alla Chiesa quasi da bosco piantato da Dio, e canta: Opere tutte, bene­dite e celebrate il Signo­re. Popolo teòforo, nazione santa, imita la tortora di Cristo, e canta con voce soave, vivendo in castità: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore”.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


L’innografia del Damasceno per la nascita di san Giovanni Battista
Oggi è apparsa la lampada del precursore
La figura del profeta e precursore (pròdromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica delle Chiese di oriente. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione (23 settembre), la nascita (24 giugno) e la morte (il martirio, la decollazione, 29 agosto).
Inoltre il Battista viene celebrato anche il 7 gennaio, subito dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno successivo a una grande festa celebra il personaggio per mezzo del quale Dio compie il suo mistero di salvezza.
L’ufficiatura della festa raccoglie tropari dei grandi innografi bizantini: Andrea di Creta (+740), Giovanni Damasceno (+750) e la monaca Cassianì (IX secolo), unica donna in questa tradizione, autrice di bellissimi testi per il Mercoledì santo e il Sabato santo. Il vespro canta il Battista come colui che «oggi è apparso, il grande precursore, il profeta più grande di tutti i profeti: poiché alla lampada del precursore succede la luce sfolgorante, alla voce il Verbo. Questi è il germoglio di Zaccaria, l’ottimo figlio del deserto, l’araldo della conversione, la purificazione dei delitti, colui che annuncia nell’ade la risurrezione dai morti e intercede per le anime nostre».
Il canone del mattutino, composizione poetica in nove odi, è di Giovanni Damasceno, e in esso si snoda la contemplazione della figura del precursore. Il mistero della concezione e della nascita di Cristo viene quasi contrapposto a quello del Battista: la concezione verginale di Gesù e quella di Giovanni da due anziani e la sterilità di Elisabetta che dà il suo frutto nella nascita e nel ministero di predicatore del Battista.
In diverse strofe il Damasceno sottolinea con immagini contrastanti Zaccaria che diventa muto e Giovanni che diventa voce e annunziatore: «Zaccaria, udite le parole di Gabriele, si mostrò incredulo di fronte al messaggio divino, e fu condannato al silenzio: ma da esso viene subitamente sciolto, perché è nata la voce, Giovanni, il precursore del Verbo. Come sole raggiante è sorto per noi dal grembo di Elisabetta il figlio di Zaccaria: egli scioglie la lingua muta del padre e grida a tutti i popoli con grande franchezza: Raddrizzate le vie del Signore».
Elisabetta viene contemplata sotto diversi aspetti. La sua sterilità è sempre collegata con la verginità di Maria, viste come due fatti prodigiosi l’uno precursore dell’altro, come Giovanni lo sarà di Cristo: «Sono nato per servire come schiavo al Sovrano: per questo vengo per annunciare il suo avvento, tanto che una donna vecchia e sterile, che ha prodigiosamente generato, rende credibile il parto della Vergine». La sterilità di Elisabetta, inoltre, viene presentata nel testo come luogo di guarigione e di grazia: «La tua gloriosa nascita dalla sterile ha risanato tutta la natura malata, insegnando, o precursore, a cantare: Benedetto tu sei, Signore, Dio dei padri nostri. Da una sterile sei nato, o precursore: sì, nella sterilità della legge, davvero è giunta la grazia».
Alcuni tropari del vespro e il canone danno al Battista il titolo di «ottimo figlio del deserto» o fanno riferimento al «luogo deserto» dove Giovanni ha vissuto, precursore sia di colui che vi soggiornerà per quaranta giorni sia di quanti lo sceglieranno come luogo e modo di vita: «Da grembo deserto, il precursore di Cristo viene come tortora, condotta dunque alla Chiesa quasi da bosco piantato da Dio, e canta: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore. Popolo teoforo, nazione santa, imita la tortora di Cristo, e canta con voce soave, vivendo in castità: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore».

  Manuel Nin
25 giugno 2011