jueves, 29 de septiembre de 2016

Oggi nasce Giovanni, il messaggero del Dio Verbo.
L’innografia di san Giovanni Damasceno per la nascita di san Giovanni Battista
            La figura del “profeta e precursore” (pròdromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica delle Chiese di Oriente. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione il 23 settembre, la nascita il 24 giugno, e la morte (il martirio, la decollazione) il 29 agosto. Inoltre Giovanni Battista viene celebrato anche il 7 gennaio, immediatamente dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno dopo una grande festa celebra il personaggio per mezzo di cui Dio porta a termine il suo mistero di salvezza. L’ufficiatura della festa raccoglie dei tropari composti dai grandi innografi bizantini: Giovanni Damasceno (+ 750), Andrea di Creta (+ 740), e la monaca Cassianì (IX sec.) che è l’unico esempio di donna innografa nella tradizione bizantina, e che ci ha tramandato anche dei bellissimi testi per il Mercoledì Santo e per il Sabato Santo. I tropari del vespro della festa cantano Giovanni Battista come colui che: “Oggi è apparso, il grande precursore, il profeta più grande di tutti i profeti: poiché alla lampada del precursore succede la luce sfolgorante, alla voce, il Verbo, e lo sposo al para­ninfo che prepara al Signore un popolo di suo peculiare possesso e in anticipo lo purifica mediante l’acqua, in vista dello Spirito. Questi è il germo­glio di Zacca­ria, l’ottimo figlio del deserto, l’a­raldo della conver­sione, la purifi­cazione dei delitti, colui che annuncia nell’ade la risurrezione dai morti e intercede per le anime nostre”. I testi dell'ufficiatura della festa ritornano molto spesso su questi ruoli del Battista come precursore e annunciatore della nascita e della risurrezione di Cristo, e come intercessore per il popolo.
Il cànone del mattutino della festa, composizione poetica in nove odi, è di Giovanni Damasceno, e in esso si snoda la contemplazione della figura del precursore di Cristo. La prima delle strofe di ognuna delle odi è sempre riferita a Cristo e costituisce la chiave di lettura cristologica del testo del cantico biblico a cui l’ode stessa poggia e si ispira: “O tu che sei stato partorito dalla Vergine, sommergi, ti prego, come forti capitani scelti (cf., Es 15,1-19), nell’abisso del­l’impassibili­tà, le tre parti dell’anima, affinché io con la morti­ficazione del corpo, come con un timpa­no ti canti un inno di vittoria”. “Non ci gloriamo né nella sapienza né nella potenza o nella ricchezza ma in te, o Cristo, sapienza di Dio Padre: perché non c’è santo all’in­fuo­ri di te, amico degli uomini (cf., 1Sa 2,1-10)”. Colui che siede nella gloria sul trono della divi­ni­tà, Gesù, Dio trascendente ogni pensiero, è venuto su nube leggera (cf., Ab 3,1-19), con la sua forza immacolata, e ha salvato quanti acclama­no: Glo­ria, o Cristo, alla tua potenza”. “O Cristo benefattore onnipotente, con la tua discesa hai irrorato di rugiada coloro che in mezzo alla fiamma avevano mostrato la loro pietà, e hai insegnato a canta­re: Opere tutte, benedite e celebrate il Signo­re (cf., Dn 3,57-88)”. Il mistero della concezione e della nascita di Cristo viene quasi contrapposto a quello di Giovanni Battista: la concezione verginale di Cristo e quella di Giovanni da due anziani; e ancora la sterilità di Elisabetta che dà il suo frutto nella nascita e in qualche modo nel ministero di predicatore del Battista: “Celebriamo il precursore del Signore, che Elisabet­ta ha partorito al sacerdote da matrice sterile, ma non senza seme: Cristo solo, infatti ha attraversato una terra non percorribile e senza seme. Giovanni, lo ha gene­rato una steri­le, ma non senza uomo lo ha partorito; Gesù, lo ha partorito una Vergine pura adombrata dal Padre e dallo Spirito di Dio. Ma di colui che nasce dalla Vergi­ne, è divenuto profeta e insieme araldo e precursore colui che è nato dalla sterile”.
In diverse delle strofe Giovanni Damasceno si compiace a sottolineare con immagini contrastanti Zaccaria che diventa muto e Giovanni Battista che diventa voce e annunziatore: “Zaccaria, udite le parole di Gabriele, si mostrò incredulo di fronte al messaggio divino, e fu condannato al silenzio: ma da esso viene subitamente sciolto, perché è nata la voce, Giovanni, il precursore del Verbo… Come sole raggiante è sorto per noi dal grembo di Elisa­betta il figlio di Zaccaria: egli scioglie la lingua muta del padre e grida a tutti i popoli con grande franchezza: Raddrizzate le vie del Signore…”. Lungo tutto il cànone sono diversi i titoli che l’autore dà al Battista, titoli legati sempre al suo ruolo in rapporto a Cristo: “Nobile alba che precorre il sole, il germo­glio della sterile…; vero profeta dell’Altissimo…; l’araldo veracissimo, la voce che annuncia il Figlio della Vergine…; veracissima lampada di Cristo…; angelo terrestre e mortale celeste…”.
Elisabetta viene anche contemplata nel testo liturgico sotto diversi aspetti. La sua sterilità è sempre collegata con la verginità di Maria, viste ambedue come due fatti prodigiosi anch’essi precursore l’uno dell'altro, allo stesso modo che Giovanni lo sarà di Cristo: “Si compie da una Vergine la nascita del Sovrano; ma quella del servo e amico, da madre anziana e steri­le: convenientemente un prodigio precorre il prodigio… l’anziana rugosa e sterile saluta la Vergine madre, sapendo con tutta certezza che grazie al parto di costei sono stati sciolti i vincoli della sua steri­lità…”. Il parto prodigioso di Elisabetta inoltre rende affidabile quello di Maria: “Sono nato per servire come schiavo al Sovrano: per questo vengo per annunciare il suo avvento, tanto che una donna vecchia e sterile, che ha prodi­gio­sa­mente generato, rende credibile il parto della Vergine”. Lungo tutto il cànone, Giovanni Damasceno vuol mettere in rilievo che la coppia Giovanni-Cristo, voce-parola, viene preceduta dalla coppia Elisabetta-Maria, sterilità-verginità. La sterilità di Elisabetta, inoltre, viene presentata nel testo come luogo di guarigione e di grazia: “La tua gloriosa nascita dalla sterile ha risanato tutta la natura malata, insegnando, o precursore, a cantare: Benedetto tu sei, Signore, Dio dei padri nostri… Da una sterile sei nato, o precursore: sì, nella sterilità della legge, davvero è giunta la grazia…”.
Alcuni dei tropari del vespro e lo stesso cànone del Damasceno danno a Giovanni Battista il titolo di “ottimo figlio del deserto”, oppure fanno riferimento al “luogo deserto” collegato con la sterilità di Elisabetta da una parte, e dall’altra con il ruolo che Giovanni ha come colui che ha vissuto nel deserto, e facendone un precursore sia di Colui che vi soggiornerà durante quaranta giorni, sia di coloro che lo sceglieranno come luogo e modo di vita: “Da grembo deserto, il precurso­re di Cristo viene come tortora, condotta dunque alla Chiesa quasi da bosco piantato da Dio, e canta: Opere tutte, bene­dite e celebrate il Signo­re. Popolo teòforo, nazione santa, imita la tortora di Cristo, e canta con voce soave, vivendo in castità: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore”.



L’innografia del Damasceno per la nascita di san Giovanni Battista
Oggi è apparsa la lampada del precursore

La figura del profeta e precursore (pròdromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica delle Chiese di oriente. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione (23 settembre), la nascita (24 giugno) e la morte (il martirio, la decollazione, 29 agosto).Inoltre il Battista viene celebrato anche il 7 gennaio, subito dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno successivo a una grande festa celebra il personaggio per mezzo del quale Dio compie il suo mistero di salvezza.
L’ufficiatura della festa raccoglie tropari dei grandi innografi bizantini: Andrea di Creta (+740), Giovanni Damasceno (+750) e la monaca Cassianì (IX secolo), unica donna in questa tradizione, autrice di bellissimi testi per il Mercoledì santo e il Sabato santo. Il vespro canta il Battista come colui che «oggi è apparso, il grande precursore, il profeta più grande di tutti i profeti: poiché alla lampada del precursore succede la luce sfolgorante, alla voce il Verbo. Questi è il germoglio di Zaccaria, l’ottimo figlio del deserto, l’araldo della conversione, la purificazione dei delitti, colui che annuncia nell’ade la risurrezione dai morti e intercede per le anime nostre».
Il canone del mattutino, composizione poetica in nove odi, è di Giovanni Damasceno, e in esso si snoda la contemplazione della figura del precursore. Il mistero della concezione e della nascita di Cristo viene quasi contrapposto a quello del Battista: la concezione verginale di Gesù e quella di Giovanni da due anziani e la sterilità di Elisabetta che dà il suo frutto nella nascita e nel ministero di predicatore del Battista.
In diverse strofe il Damasceno sottolinea con immagini contrastanti Zaccaria che diventa muto e Giovanni che diventa voce e annunziatore: «Zaccaria, udite le parole di Gabriele, si mostrò incredulo di fronte al messaggio divino, e fu condannato al silenzio: ma da esso viene subitamente sciolto, perché è nata la voce, Giovanni, il precursore del Verbo. Come sole raggiante è sorto per noi dal grembo di Elisabetta il figlio di Zaccaria: egli scioglie la lingua muta del padre e grida a tutti i popoli con grande franchezza: Raddrizzate le vie del Signore».
Elisabetta viene contemplata sotto diversi aspetti. La sua sterilità è sempre collegata con la verginità di Maria, viste come due fatti prodigiosi l’uno precursore dell’altro, come Giovanni lo sarà di Cristo: «Sono nato per servire come schiavo al Sovrano: per questo vengo per annunciare il suo avvento, tanto che una donna vecchia e sterile, che ha prodigiosamente generato, rende credibile il parto della Vergine». La sterilità di Elisabetta, inoltre, viene presentata nel testo come luogo di guarigione e di grazia: «La tua gloriosa nascita dalla sterile ha risanato tutta la natura malata, insegnando, o precursore, a cantare: Benedetto tu sei, Signore, Dio dei padri nostri. Da una sterile sei nato, o precursore: sì, nella sterilità della legge, davvero è giunta la grazia».
Alcuni tropari del vespro e il canone danno al Battista il titolo di «ottimo figlio del deserto» o fanno riferimento al «luogo deserto» dove Giovanni ha vissuto, precursore sia di colui che vi soggiornerà per quaranta giorni sia di quanti lo sceglieranno come luogo e modo di vita: «Da grembo deserto, il precursore di Cristo viene come tortora, condotta dunque alla Chiesa quasi da bosco piantato da Dio, e canta: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore. Popolo teoforo, nazione santa, imita la tortora di Cristo, e canta con voce soave, vivendo in castità: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore».
 P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma
25 giugno 2011


lunes, 22 de agosto de 2016


Oggi nasce Giovanni, il messaggero del Dio Verbo.
L’innografia di san Giovanni Damasceno
per la nascita di san Giovanni Battista
            La figura del “profeta e precursore” (pròdromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica delle Chiese di Oriente. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione il 23 settembre, la nascita il 24 giugno, e la morte (il martirio, la decollazione) il 29 agosto. Inoltre Giovanni Battista viene celebrato anche il 7 gennaio, immediatamente dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno dopo una grande festa celebra il personaggio per mezzo di cui Dio porta a termine il suo mistero di salvezza. L’ufficiatura della festa raccoglie dei tropari composti dai grandi innografi bizantini: Giovanni Damasceno (+ 750), Andrea di Creta (+ 740), e la monaca Cassianì (IX sec.) che è l’unico esempio di donna innografa nella tradizione bizantina, e che ci ha tramandato anche dei bellissimi testi per il Mercoledì Santo e per il Sabato Santo. I tropari del vespro della festa cantano Giovanni Battista come colui che: “Oggi è apparso, il grande precursore, il profeta più grande di tutti i profeti: poiché alla lampada del precursore succede la luce sfolgorante, alla voce, il Verbo, e lo sposo al para­ninfo che prepara al Signore un popolo di suo peculiare possesso e in anticipo lo purifica mediante l’acqua, in vista dello Spirito. Questi è il germo­glio di Zacca­ria, l’ottimo figlio del deserto, l’a­raldo della conver­sione, la purifi­cazione dei delitti, colui che annuncia nell’ade la risurrezione dai morti e intercede per le anime nostre”. I testi dell'ufficiatura della festa ritornano molto spesso su questi ruoli del Battista come precursore e annunciatore della nascita e della risurrezione di Cristo, e come intercessore per il popolo.
Il cànone del mattutino della festa, composizione poetica in nove odi, è di Giovanni Damasceno, e in esso si snoda la contemplazione della figura del precursore di Cristo. La prima delle strofe di ognuna delle odi è sempre riferita a Cristo e costituisce la chiave di lettura cristologica del testo del cantico biblico a cui l’ode stessa poggia e si ispira: “O tu che sei stato partorito dalla Vergine, sommergi, ti prego, come forti capitani scelti (cf., Es 15,1-19), nell’abisso del­l’impassibili­tà, le tre parti dell’anima, affinché io con la morti­ficazione del corpo, come con un timpa­no ti canti un inno di vittoria”. “Non ci gloriamo né nella sapienza né nella potenza o nella ricchezza ma in te, o Cristo, sapienza di Dio Padre: perché non c’è santo all’in­fuo­ri di te, amico degli uomini (cf., 1Sa 2,1-10)”. Colui che siede nella gloria sul trono della divi­ni­tà, Gesù, Dio trascendente ogni pensiero, è venuto su nube leggera (cf., Ab 3,1-19), con la sua forza immacolata, e ha salvato quanti acclama­no: Glo­ria, o Cristo, alla tua potenza”. “O Cristo benefattore onnipotente, con la tua discesa hai irrorato di rugiada coloro che in mezzo alla fiamma avevano mostrato la loro pietà, e hai insegnato a canta­re: Opere tutte, benedite e celebrate il Signo­re (cf., Dn 3,57-88)”. Il mistero della concezione e della nascita di Cristo viene quasi contrapposto a quello di Giovanni Battista: la concezione verginale di Cristo e quella di Giovanni da due anziani; e ancora la sterilità di Elisabetta che dà il suo frutto nella nascita e in qualche modo nel ministero di predicatore del Battista: “Celebriamo il precursore del Signore, che Elisabet­ta ha partorito al sacerdote da matrice sterile, ma non senza seme: Cristo solo, infatti ha attraversato una terra non percorribile e senza seme. Giovanni, lo ha gene­rato una steri­le, ma non senza uomo lo ha partorito; Gesù, lo ha partorito una Vergine pura adombrata dal Padre e dallo Spirito di Dio. Ma di colui che nasce dalla Vergi­ne, è divenuto profeta e insieme araldo e precursore colui che è nato dalla sterile”.
In diverse delle strofe Giovanni Damasceno si compiace a sottolineare con immagini contrastanti Zaccaria che diventa muto e Giovanni Battista che diventa voce e annunziatore: “Zaccaria, udite le parole di Gabriele, si mostrò incredulo di fronte al messaggio divino, e fu condannato al silenzio: ma da esso viene subitamente sciolto, perché è nata la voce, Giovanni, il precursore del Verbo… Come sole raggiante è sorto per noi dal grembo di Elisa­betta il figlio di Zaccaria: egli scioglie la lingua muta del padre e grida a tutti i popoli con grande franchezza: Raddrizzate le vie del Signore…”. Lungo tutto il cànone sono diversi i titoli che l’autore dà al Battista, titoli legati sempre al suo ruolo in rapporto a Cristo: “Nobile alba che precorre il sole, il germo­glio della sterile…; vero profeta dell’Altissimo…; l’araldo veracissimo, la voce che annuncia il Figlio della Vergine…; veracissima lampada di Cristo…; angelo terrestre e mortale celeste…”.
Elisabetta viene anche contemplata nel testo liturgico sotto diversi aspetti. La sua sterilità è sempre collegata con la verginità di Maria, viste ambedue come due fatti prodigiosi anch’essi precursore l’uno dell'altro, allo stesso modo che Giovanni lo sarà di Cristo: “Si compie da una Vergine la nascita del Sovrano; ma quella del servo e amico, da madre anziana e steri­le: convenientemente un prodigio precorre il prodigio… l’anziana rugosa e sterile saluta la Vergine madre, sapendo con tutta certezza che grazie al parto di costei sono stati sciolti i vincoli della sua steri­lità…”. Il parto prodigioso di Elisabetta inoltre rende affidabile quello di Maria: “Sono nato per servire come schiavo al Sovrano: per questo vengo per annunciare il suo avvento, tanto che una donna vecchia e sterile, che ha prodi­gio­sa­mente generato, rende credibile il parto della Vergine”. Lungo tutto il cànone, Giovanni Damasceno vuol mettere in rilievo che la coppia Giovanni-Cristo, voce-parola, viene preceduta dalla coppia Elisabetta-Maria, sterilità-verginità. La sterilità di Elisabetta, inoltre, viene presentata nel testo come luogo di guarigione e di grazia: “La tua gloriosa nascita dalla sterile ha risanato tutta la natura malata, insegnando, o precursore, a cantare: Benedetto tu sei, Signore, Dio dei padri nostri… Da una sterile sei nato, o precursore: sì, nella sterilità della legge, davvero è giunta la grazia…”.
Alcuni dei tropari del vespro e lo stesso cànone del Damasceno danno a Giovanni Battista il titolo di “ottimo figlio del deserto”, oppure fanno riferimento al “luogo deserto” collegato con la sterilità di Elisabetta da una parte, e dall’altra con il ruolo che Giovanni ha come colui che ha vissuto nel deserto, e facendone un precursore sia di Colui che vi soggiornerà durante quaranta giorni, sia di coloro che lo sceglieranno come luogo e modo di vita: “Da grembo deserto, il precurso­re di Cristo viene come tortora, condotta dunque alla Chiesa quasi da bosco piantato da Dio, e canta: Opere tutte, bene­dite e celebrate il Signo­re. Popolo teòforo, nazione santa, imita la tortora di Cristo, e canta con voce soave, vivendo in castità: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore”.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


L’innografia del Damasceno per la nascita di san Giovanni Battista
Oggi è apparsa la lampada del precursore
La figura del profeta e precursore (pròdromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica delle Chiese di oriente. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione (23 settembre), la nascita (24 giugno) e la morte (il martirio, la decollazione, 29 agosto).
Inoltre il Battista viene celebrato anche il 7 gennaio, subito dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno successivo a una grande festa celebra il personaggio per mezzo del quale Dio compie il suo mistero di salvezza.
L’ufficiatura della festa raccoglie tropari dei grandi innografi bizantini: Andrea di Creta (+740), Giovanni Damasceno (+750) e la monaca Cassianì (IX secolo), unica donna in questa tradizione, autrice di bellissimi testi per il Mercoledì santo e il Sabato santo. Il vespro canta il Battista come colui che «oggi è apparso, il grande precursore, il profeta più grande di tutti i profeti: poiché alla lampada del precursore succede la luce sfolgorante, alla voce il Verbo. Questi è il germoglio di Zaccaria, l’ottimo figlio del deserto, l’araldo della conversione, la purificazione dei delitti, colui che annuncia nell’ade la risurrezione dai morti e intercede per le anime nostre».
Il canone del mattutino, composizione poetica in nove odi, è di Giovanni Damasceno, e in esso si snoda la contemplazione della figura del precursore. Il mistero della concezione e della nascita di Cristo viene quasi contrapposto a quello del Battista: la concezione verginale di Gesù e quella di Giovanni da due anziani e la sterilità di Elisabetta che dà il suo frutto nella nascita e nel ministero di predicatore del Battista.
In diverse strofe il Damasceno sottolinea con immagini contrastanti Zaccaria che diventa muto e Giovanni che diventa voce e annunziatore: «Zaccaria, udite le parole di Gabriele, si mostrò incredulo di fronte al messaggio divino, e fu condannato al silenzio: ma da esso viene subitamente sciolto, perché è nata la voce, Giovanni, il precursore del Verbo. Come sole raggiante è sorto per noi dal grembo di Elisabetta il figlio di Zaccaria: egli scioglie la lingua muta del padre e grida a tutti i popoli con grande franchezza: Raddrizzate le vie del Signore».
Elisabetta viene contemplata sotto diversi aspetti. La sua sterilità è sempre collegata con la verginità di Maria, viste come due fatti prodigiosi l’uno precursore dell’altro, come Giovanni lo sarà di Cristo: «Sono nato per servire come schiavo al Sovrano: per questo vengo per annunciare il suo avvento, tanto che una donna vecchia e sterile, che ha prodigiosamente generato, rende credibile il parto della Vergine». La sterilità di Elisabetta, inoltre, viene presentata nel testo come luogo di guarigione e di grazia: «La tua gloriosa nascita dalla sterile ha risanato tutta la natura malata, insegnando, o precursore, a cantare: Benedetto tu sei, Signore, Dio dei padri nostri. Da una sterile sei nato, o precursore: sì, nella sterilità della legge, davvero è giunta la grazia».
Alcuni tropari del vespro e il canone danno al Battista il titolo di «ottimo figlio del deserto» o fanno riferimento al «luogo deserto» dove Giovanni ha vissuto, precursore sia di colui che vi soggiornerà per quaranta giorni sia di quanti lo sceglieranno come luogo e modo di vita: «Da grembo deserto, il precursore di Cristo viene come tortora, condotta dunque alla Chiesa quasi da bosco piantato da Dio, e canta: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore. Popolo teoforo, nazione santa, imita la tortora di Cristo, e canta con voce soave, vivendo in castità: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore».

  Manuel Nin
25 giugno 2011



Oggi nasce Giovanni, il messaggero del Dio Verbo.
L’innografia di san Giovanni Damasceno
per la nascita di san Giovanni Battista
            La figura del “profeta e precursore” (pròdromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica delle Chiese di Oriente. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione il 23 settembre, la nascita il 24 giugno, e la morte (il martirio, la decollazione) il 29 agosto. Inoltre Giovanni Battista viene celebrato anche il 7 gennaio, immediatamente dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno dopo una grande festa celebra il personaggio per mezzo di cui Dio porta a termine il suo mistero di salvezza. L’ufficiatura della festa raccoglie dei tropari composti dai grandi innografi bizantini: Giovanni Damasceno (+ 750), Andrea di Creta (+ 740), e la monaca Cassianì (IX sec.) che è l’unico esempio di donna innografa nella tradizione bizantina, e che ci ha tramandato anche dei bellissimi testi per il Mercoledì Santo e per il Sabato Santo. I tropari del vespro della festa cantano Giovanni Battista come colui che: “Oggi è apparso, il grande precursore, il profeta più grande di tutti i profeti: poiché alla lampada del precursore succede la luce sfolgorante, alla voce, il Verbo, e lo sposo al para­ninfo che prepara al Signore un popolo di suo peculiare possesso e in anticipo lo purifica mediante l’acqua, in vista dello Spirito. Questi è il germo­glio di Zacca­ria, l’ottimo figlio del deserto, l’a­raldo della conver­sione, la purifi­cazione dei delitti, colui che annuncia nell’ade la risurrezione dai morti e intercede per le anime nostre”. I testi dell'ufficiatura della festa ritornano molto spesso su questi ruoli del Battista come precursore e annunciatore della nascita e della risurrezione di Cristo, e come intercessore per il popolo.
Il cànone del mattutino della festa, composizione poetica in nove odi, è di Giovanni Damasceno, e in esso si snoda la contemplazione della figura del precursore di Cristo. La prima delle strofe di ognuna delle odi è sempre riferita a Cristo e costituisce la chiave di lettura cristologica del testo del cantico biblico a cui l’ode stessa poggia e si ispira: “O tu che sei stato partorito dalla Vergine, sommergi, ti prego, come forti capitani scelti (cf., Es 15,1-19), nell’abisso del­l’impassibili­tà, le tre parti dell’anima, affinché io con la morti­ficazione del corpo, come con un timpa­no ti canti un inno di vittoria”. “Non ci gloriamo né nella sapienza né nella potenza o nella ricchezza ma in te, o Cristo, sapienza di Dio Padre: perché non c’è santo all’in­fuo­ri di te, amico degli uomini (cf., 1Sa 2,1-10)”. Colui che siede nella gloria sul trono della divi­ni­tà, Gesù, Dio trascendente ogni pensiero, è venuto su nube leggera (cf., Ab 3,1-19), con la sua forza immacolata, e ha salvato quanti acclama­no: Glo­ria, o Cristo, alla tua potenza”. “O Cristo benefattore onnipotente, con la tua discesa hai irrorato di rugiada coloro che in mezzo alla fiamma avevano mostrato la loro pietà, e hai insegnato a canta­re: Opere tutte, benedite e celebrate il Signo­re (cf., Dn 3,57-88)”. Il mistero della concezione e della nascita di Cristo viene quasi contrapposto a quello di Giovanni Battista: la concezione verginale di Cristo e quella di Giovanni da due anziani; e ancora la sterilità di Elisabetta che dà il suo frutto nella nascita e in qualche modo nel ministero di predicatore del Battista: “Celebriamo il precursore del Signore, che Elisabet­ta ha partorito al sacerdote da matrice sterile, ma non senza seme: Cristo solo, infatti ha attraversato una terra non percorribile e senza seme. Giovanni, lo ha gene­rato una steri­le, ma non senza uomo lo ha partorito; Gesù, lo ha partorito una Vergine pura adombrata dal Padre e dallo Spirito di Dio. Ma di colui che nasce dalla Vergi­ne, è divenuto profeta e insieme araldo e precursore colui che è nato dalla sterile”.
In diverse delle strofe Giovanni Damasceno si compiace a sottolineare con immagini contrastanti Zaccaria che diventa muto e Giovanni Battista che diventa voce e annunziatore: “Zaccaria, udite le parole di Gabriele, si mostrò incredulo di fronte al messaggio divino, e fu condannato al silenzio: ma da esso viene subitamente sciolto, perché è nata la voce, Giovanni, il precursore del Verbo… Come sole raggiante è sorto per noi dal grembo di Elisa­betta il figlio di Zaccaria: egli scioglie la lingua muta del padre e grida a tutti i popoli con grande franchezza: Raddrizzate le vie del Signore…”. Lungo tutto il cànone sono diversi i titoli che l’autore dà al Battista, titoli legati sempre al suo ruolo in rapporto a Cristo: “Nobile alba che precorre il sole, il germo­glio della sterile…; vero profeta dell’Altissimo…; l’araldo veracissimo, la voce che annuncia il Figlio della Vergine…; veracissima lampada di Cristo…; angelo terrestre e mortale celeste…”.
Elisabetta viene anche contemplata nel testo liturgico sotto diversi aspetti. La sua sterilità è sempre collegata con la verginità di Maria, viste ambedue come due fatti prodigiosi anch’essi precursore l’uno dell'altro, allo stesso modo che Giovanni lo sarà di Cristo: “Si compie da una Vergine la nascita del Sovrano; ma quella del servo e amico, da madre anziana e steri­le: convenientemente un prodigio precorre il prodigio… l’anziana rugosa e sterile saluta la Vergine madre, sapendo con tutta certezza che grazie al parto di costei sono stati sciolti i vincoli della sua steri­lità…”. Il parto prodigioso di Elisabetta inoltre rende affidabile quello di Maria: “Sono nato per servire come schiavo al Sovrano: per questo vengo per annunciare il suo avvento, tanto che una donna vecchia e sterile, che ha prodi­gio­sa­mente generato, rende credibile il parto della Vergine”. Lungo tutto il cànone, Giovanni Damasceno vuol mettere in rilievo che la coppia Giovanni-Cristo, voce-parola, viene preceduta dalla coppia Elisabetta-Maria, sterilità-verginità. La sterilità di Elisabetta, inoltre, viene presentata nel testo come luogo di guarigione e di grazia: “La tua gloriosa nascita dalla sterile ha risanato tutta la natura malata, insegnando, o precursore, a cantare: Benedetto tu sei, Signore, Dio dei padri nostri… Da una sterile sei nato, o precursore: sì, nella sterilità della legge, davvero è giunta la grazia…”.
Alcuni dei tropari del vespro e lo stesso cànone del Damasceno danno a Giovanni Battista il titolo di “ottimo figlio del deserto”, oppure fanno riferimento al “luogo deserto” collegato con la sterilità di Elisabetta da una parte, e dall’altra con il ruolo che Giovanni ha come colui che ha vissuto nel deserto, e facendone un precursore sia di Colui che vi soggiornerà durante quaranta giorni, sia di coloro che lo sceglieranno come luogo e modo di vita: “Da grembo deserto, il precurso­re di Cristo viene come tortora, condotta dunque alla Chiesa quasi da bosco piantato da Dio, e canta: Opere tutte, bene­dite e celebrate il Signo­re. Popolo teòforo, nazione santa, imita la tortora di Cristo, e canta con voce soave, vivendo in castità: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore”.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


L’innografia del Damasceno per la nascita di san Giovanni Battista
Oggi è apparsa la lampada del precursore
La figura del profeta e precursore (pròdromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica delle Chiese di oriente. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione (23 settembre), la nascita (24 giugno) e la morte (il martirio, la decollazione, 29 agosto).
Inoltre il Battista viene celebrato anche il 7 gennaio, subito dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno successivo a una grande festa celebra il personaggio per mezzo del quale Dio compie il suo mistero di salvezza.
L’ufficiatura della festa raccoglie tropari dei grandi innografi bizantini: Andrea di Creta (+740), Giovanni Damasceno (+750) e la monaca Cassianì (IX secolo), unica donna in questa tradizione, autrice di bellissimi testi per il Mercoledì santo e il Sabato santo. Il vespro canta il Battista come colui che «oggi è apparso, il grande precursore, il profeta più grande di tutti i profeti: poiché alla lampada del precursore succede la luce sfolgorante, alla voce il Verbo. Questi è il germoglio di Zaccaria, l’ottimo figlio del deserto, l’araldo della conversione, la purificazione dei delitti, colui che annuncia nell’ade la risurrezione dai morti e intercede per le anime nostre».
Il canone del mattutino, composizione poetica in nove odi, è di Giovanni Damasceno, e in esso si snoda la contemplazione della figura del precursore. Il mistero della concezione e della nascita di Cristo viene quasi contrapposto a quello del Battista: la concezione verginale di Gesù e quella di Giovanni da due anziani e la sterilità di Elisabetta che dà il suo frutto nella nascita e nel ministero di predicatore del Battista.
In diverse strofe il Damasceno sottolinea con immagini contrastanti Zaccaria che diventa muto e Giovanni che diventa voce e annunziatore: «Zaccaria, udite le parole di Gabriele, si mostrò incredulo di fronte al messaggio divino, e fu condannato al silenzio: ma da esso viene subitamente sciolto, perché è nata la voce, Giovanni, il precursore del Verbo. Come sole raggiante è sorto per noi dal grembo di Elisabetta il figlio di Zaccaria: egli scioglie la lingua muta del padre e grida a tutti i popoli con grande franchezza: Raddrizzate le vie del Signore».
Elisabetta viene contemplata sotto diversi aspetti. La sua sterilità è sempre collegata con la verginità di Maria, viste come due fatti prodigiosi l’uno precursore dell’altro, come Giovanni lo sarà di Cristo: «Sono nato per servire come schiavo al Sovrano: per questo vengo per annunciare il suo avvento, tanto che una donna vecchia e sterile, che ha prodigiosamente generato, rende credibile il parto della Vergine». La sterilità di Elisabetta, inoltre, viene presentata nel testo come luogo di guarigione e di grazia: «La tua gloriosa nascita dalla sterile ha risanato tutta la natura malata, insegnando, o precursore, a cantare: Benedetto tu sei, Signore, Dio dei padri nostri. Da una sterile sei nato, o precursore: sì, nella sterilità della legge, davvero è giunta la grazia».
Alcuni tropari del vespro e il canone danno al Battista il titolo di «ottimo figlio del deserto» o fanno riferimento al «luogo deserto» dove Giovanni ha vissuto, precursore sia di colui che vi soggiornerà per quaranta giorni sia di quanti lo sceglieranno come luogo e modo di vita: «Da grembo deserto, il precursore di Cristo viene come tortora, condotta dunque alla Chiesa quasi da bosco piantato da Dio, e canta: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore. Popolo teoforo, nazione santa, imita la tortora di Cristo, e canta con voce soave, vivendo in castità: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore».

  Manuel Nin
25 giugno 2011



Oggi nasce Giovanni, il messaggero del Dio Verbo.
L’innografia di san Giovanni Damasceno
per la nascita di san Giovanni Battista
            La figura del “profeta e precursore” (pròdromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica delle Chiese di Oriente. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione il 23 settembre, la nascita il 24 giugno, e la morte (il martirio, la decollazione) il 29 agosto. Inoltre Giovanni Battista viene celebrato anche il 7 gennaio, immediatamente dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno dopo una grande festa celebra il personaggio per mezzo di cui Dio porta a termine il suo mistero di salvezza. L’ufficiatura della festa raccoglie dei tropari composti dai grandi innografi bizantini: Giovanni Damasceno (+ 750), Andrea di Creta (+ 740), e la monaca Cassianì (IX sec.) che è l’unico esempio di donna innografa nella tradizione bizantina, e che ci ha tramandato anche dei bellissimi testi per il Mercoledì Santo e per il Sabato Santo. I tropari del vespro della festa cantano Giovanni Battista come colui che: “Oggi è apparso, il grande precursore, il profeta più grande di tutti i profeti: poiché alla lampada del precursore succede la luce sfolgorante, alla voce, il Verbo, e lo sposo al para­ninfo che prepara al Signore un popolo di suo peculiare possesso e in anticipo lo purifica mediante l’acqua, in vista dello Spirito. Questi è il germo­glio di Zacca­ria, l’ottimo figlio del deserto, l’a­raldo della conver­sione, la purifi­cazione dei delitti, colui che annuncia nell’ade la risurrezione dai morti e intercede per le anime nostre”. I testi dell'ufficiatura della festa ritornano molto spesso su questi ruoli del Battista come precursore e annunciatore della nascita e della risurrezione di Cristo, e come intercessore per il popolo.
Il cànone del mattutino della festa, composizione poetica in nove odi, è di Giovanni Damasceno, e in esso si snoda la contemplazione della figura del precursore di Cristo. La prima delle strofe di ognuna delle odi è sempre riferita a Cristo e costituisce la chiave di lettura cristologica del testo del cantico biblico a cui l’ode stessa poggia e si ispira: “O tu che sei stato partorito dalla Vergine, sommergi, ti prego, come forti capitani scelti (cf., Es 15,1-19), nell’abisso del­l’impassibili­tà, le tre parti dell’anima, affinché io con la morti­ficazione del corpo, come con un timpa­no ti canti un inno di vittoria”. “Non ci gloriamo né nella sapienza né nella potenza o nella ricchezza ma in te, o Cristo, sapienza di Dio Padre: perché non c’è santo all’in­fuo­ri di te, amico degli uomini (cf., 1Sa 2,1-10)”. Colui che siede nella gloria sul trono della divi­ni­tà, Gesù, Dio trascendente ogni pensiero, è venuto su nube leggera (cf., Ab 3,1-19), con la sua forza immacolata, e ha salvato quanti acclama­no: Glo­ria, o Cristo, alla tua potenza”. “O Cristo benefattore onnipotente, con la tua discesa hai irrorato di rugiada coloro che in mezzo alla fiamma avevano mostrato la loro pietà, e hai insegnato a canta­re: Opere tutte, benedite e celebrate il Signo­re (cf., Dn 3,57-88)”. Il mistero della concezione e della nascita di Cristo viene quasi contrapposto a quello di Giovanni Battista: la concezione verginale di Cristo e quella di Giovanni da due anziani; e ancora la sterilità di Elisabetta che dà il suo frutto nella nascita e in qualche modo nel ministero di predicatore del Battista: “Celebriamo il precursore del Signore, che Elisabet­ta ha partorito al sacerdote da matrice sterile, ma non senza seme: Cristo solo, infatti ha attraversato una terra non percorribile e senza seme. Giovanni, lo ha gene­rato una steri­le, ma non senza uomo lo ha partorito; Gesù, lo ha partorito una Vergine pura adombrata dal Padre e dallo Spirito di Dio. Ma di colui che nasce dalla Vergi­ne, è divenuto profeta e insieme araldo e precursore colui che è nato dalla sterile”.
In diverse delle strofe Giovanni Damasceno si compiace a sottolineare con immagini contrastanti Zaccaria che diventa muto e Giovanni Battista che diventa voce e annunziatore: “Zaccaria, udite le parole di Gabriele, si mostrò incredulo di fronte al messaggio divino, e fu condannato al silenzio: ma da esso viene subitamente sciolto, perché è nata la voce, Giovanni, il precursore del Verbo… Come sole raggiante è sorto per noi dal grembo di Elisa­betta il figlio di Zaccaria: egli scioglie la lingua muta del padre e grida a tutti i popoli con grande franchezza: Raddrizzate le vie del Signore…”. Lungo tutto il cànone sono diversi i titoli che l’autore dà al Battista, titoli legati sempre al suo ruolo in rapporto a Cristo: “Nobile alba che precorre il sole, il germo­glio della sterile…; vero profeta dell’Altissimo…; l’araldo veracissimo, la voce che annuncia il Figlio della Vergine…; veracissima lampada di Cristo…; angelo terrestre e mortale celeste…”.
Elisabetta viene anche contemplata nel testo liturgico sotto diversi aspetti. La sua sterilità è sempre collegata con la verginità di Maria, viste ambedue come due fatti prodigiosi anch’essi precursore l’uno dell'altro, allo stesso modo che Giovanni lo sarà di Cristo: “Si compie da una Vergine la nascita del Sovrano; ma quella del servo e amico, da madre anziana e steri­le: convenientemente un prodigio precorre il prodigio… l’anziana rugosa e sterile saluta la Vergine madre, sapendo con tutta certezza che grazie al parto di costei sono stati sciolti i vincoli della sua steri­lità…”. Il parto prodigioso di Elisabetta inoltre rende affidabile quello di Maria: “Sono nato per servire come schiavo al Sovrano: per questo vengo per annunciare il suo avvento, tanto che una donna vecchia e sterile, che ha prodi­gio­sa­mente generato, rende credibile il parto della Vergine”. Lungo tutto il cànone, Giovanni Damasceno vuol mettere in rilievo che la coppia Giovanni-Cristo, voce-parola, viene preceduta dalla coppia Elisabetta-Maria, sterilità-verginità. La sterilità di Elisabetta, inoltre, viene presentata nel testo come luogo di guarigione e di grazia: “La tua gloriosa nascita dalla sterile ha risanato tutta la natura malata, insegnando, o precursore, a cantare: Benedetto tu sei, Signore, Dio dei padri nostri… Da una sterile sei nato, o precursore: sì, nella sterilità della legge, davvero è giunta la grazia…”.
Alcuni dei tropari del vespro e lo stesso cànone del Damasceno danno a Giovanni Battista il titolo di “ottimo figlio del deserto”, oppure fanno riferimento al “luogo deserto” collegato con la sterilità di Elisabetta da una parte, e dall’altra con il ruolo che Giovanni ha come colui che ha vissuto nel deserto, e facendone un precursore sia di Colui che vi soggiornerà durante quaranta giorni, sia di coloro che lo sceglieranno come luogo e modo di vita: “Da grembo deserto, il precurso­re di Cristo viene come tortora, condotta dunque alla Chiesa quasi da bosco piantato da Dio, e canta: Opere tutte, bene­dite e celebrate il Signo­re. Popolo teòforo, nazione santa, imita la tortora di Cristo, e canta con voce soave, vivendo in castità: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore”.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


L’innografia del Damasceno per la nascita di san Giovanni Battista
Oggi è apparsa la lampada del precursore
La figura del profeta e precursore (pròdromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica delle Chiese di oriente. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione (23 settembre), la nascita (24 giugno) e la morte (il martirio, la decollazione, 29 agosto).
Inoltre il Battista viene celebrato anche il 7 gennaio, subito dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno successivo a una grande festa celebra il personaggio per mezzo del quale Dio compie il suo mistero di salvezza.
L’ufficiatura della festa raccoglie tropari dei grandi innografi bizantini: Andrea di Creta (+740), Giovanni Damasceno (+750) e la monaca Cassianì (IX secolo), unica donna in questa tradizione, autrice di bellissimi testi per il Mercoledì santo e il Sabato santo. Il vespro canta il Battista come colui che «oggi è apparso, il grande precursore, il profeta più grande di tutti i profeti: poiché alla lampada del precursore succede la luce sfolgorante, alla voce il Verbo. Questi è il germoglio di Zaccaria, l’ottimo figlio del deserto, l’araldo della conversione, la purificazione dei delitti, colui che annuncia nell’ade la risurrezione dai morti e intercede per le anime nostre».
Il canone del mattutino, composizione poetica in nove odi, è di Giovanni Damasceno, e in esso si snoda la contemplazione della figura del precursore. Il mistero della concezione e della nascita di Cristo viene quasi contrapposto a quello del Battista: la concezione verginale di Gesù e quella di Giovanni da due anziani e la sterilità di Elisabetta che dà il suo frutto nella nascita e nel ministero di predicatore del Battista.
In diverse strofe il Damasceno sottolinea con immagini contrastanti Zaccaria che diventa muto e Giovanni che diventa voce e annunziatore: «Zaccaria, udite le parole di Gabriele, si mostrò incredulo di fronte al messaggio divino, e fu condannato al silenzio: ma da esso viene subitamente sciolto, perché è nata la voce, Giovanni, il precursore del Verbo. Come sole raggiante è sorto per noi dal grembo di Elisabetta il figlio di Zaccaria: egli scioglie la lingua muta del padre e grida a tutti i popoli con grande franchezza: Raddrizzate le vie del Signore».
Elisabetta viene contemplata sotto diversi aspetti. La sua sterilità è sempre collegata con la verginità di Maria, viste come due fatti prodigiosi l’uno precursore dell’altro, come Giovanni lo sarà di Cristo: «Sono nato per servire come schiavo al Sovrano: per questo vengo per annunciare il suo avvento, tanto che una donna vecchia e sterile, che ha prodigiosamente generato, rende credibile il parto della Vergine». La sterilità di Elisabetta, inoltre, viene presentata nel testo come luogo di guarigione e di grazia: «La tua gloriosa nascita dalla sterile ha risanato tutta la natura malata, insegnando, o precursore, a cantare: Benedetto tu sei, Signore, Dio dei padri nostri. Da una sterile sei nato, o precursore: sì, nella sterilità della legge, davvero è giunta la grazia».
Alcuni tropari del vespro e il canone danno al Battista il titolo di «ottimo figlio del deserto» o fanno riferimento al «luogo deserto» dove Giovanni ha vissuto, precursore sia di colui che vi soggiornerà per quaranta giorni sia di quanti lo sceglieranno come luogo e modo di vita: «Da grembo deserto, il precursore di Cristo viene come tortora, condotta dunque alla Chiesa quasi da bosco piantato da Dio, e canta: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore. Popolo teoforo, nazione santa, imita la tortora di Cristo, e canta con voce soave, vivendo in castità: Opere tutte, benedite e celebrate il Signore».

  Manuel Nin
25 giugno 2011


miércoles, 13 de julio de 2016

Oggi il Paraclito scende ad abitare in mezzo a noi
La Pentecoste nell’innografia di Romano il Melode
            La Pentecoste come festa liturgica si celebra in tutte le liturgie cristiane cinquanta giorni dopo la Pasqua, ed è una delle feste più antiche del calendario cristiano. Ne parlano Tertulliano ed Origene nel III secolo come festa celebrata annualmente, e già nel IV secolo fa parte del patrimonio teologico/liturgico delle diverse Chiese; Egeria poi ne indica la celebrazione a Gerusalemme nella seconda metà del IV secolo. Romano il Melode ne ha un kontakion di 18 strofe, che segue quasi senza soluzione di continuità quello per la festa dell'Ascensione del Signore. La strofa del proemio di questo inno è quella che è entrata nell’ufficiatura bizantina della Pentecoste; è un testo molto bello in cui Romano mette in parallelo da una parte la confusione delle lingue e dei popoli a Babele (Gen 11, 5-7), e dall’altra l’unità e l’unisono creatisi tra gli uomini e i popoli dopo il dono dello Spirito Santo: “Quando discese a confondere le lingue, l’Altissimo divise le genti; quando distribuì le lingue di fuoco, convocò tutti all’unità. E noi glorifichiamo ad una sola voce il santissimo Spirito”.
               Le due prime strofe del testo di Romano sono una accorata preghiera indirizzata a Cristo dalla bocca della Chiesa nell’attesa del dono dello Spirito. Cristo è invocato come colui che consola, che assiste la comunità dei fedeli, come lui stesso ha loro promesso dopo la sua Ascensione: “Non mi separo da voi. Io sono con voi e nessuno sarà contro di voi”; è una preghiera a colui che è sempre presente nella vita dei discepoli: “…non allontanarti dalle anime nostre. Avvicinati a noi, avvicinati tu che sei ovunque! Come sei rimasto per sempre insieme ai tuoi apostoli…”. Asceso in cielo, il Signore continua sempre presente nelle anime degli apostoli, dei battezzati: “…dopo essere assunto lassù, tu continui ad abbracciare il mondo di quaggiù. Neppure un luogo è privo di te, o Infinito… poiché sei tu a sorreggere l’universo riempiendo ogni cosa…”. Queste due strofe iniziali hanno dei temi che dopo verranno raccolti in uno dei tropari del vespro della ufficiatura di Pentecoste bizantina, e che poi diventerà preghiera iniziale di tutte le ufficiature bizantine lungo l’anno, come invocazione allo Spirito Santo: “Re celeste, Paraclito, Spirito della verità, tu che ovunque sei e tutto riempi, tesoro dei beni e datore di vita, vieni ed abita in mezzo a noi, purificaci da ogni macchia e salva, o buono, le anime nostre”.
               Il kontakion continua con altre cinque strofe che mettono in rilievo la figura di Pietro tra gli apostoli. È lui che li raduna e che dirige la loro preghiera; Romano lo presenta come il primo tra gli apostoli, come il pastore in mezzo agli agnelli: “…tra i discepoli Cefa, come primo nel rango ad essi parlò…; Pietro li fece alzare per la preghiera…, e insieme a lui si radunarono come agnelli intorno al pastore…”. L’esortazione di Pietro alla preghiera inoltre ha un’indicazione chiara all’alzarsi e inginocchiarsi, che fa pensare a un collegamento del nostro testo con le “preghiere delle genuflessioni” fatte nella tradizione bizantina in ginocchio la sera della Pentecoste o immediatamente dopo la Divina Liturgia della festa: “Pietro li fece alzare per la preghiera e in mezzo a loro parlò dicendo: «Preghiamo, inginocchiamoci, supplichiamo: facciamo di questa camera una chiesa… Cantiamo e imploriamo rivolti a Dio…»”. Romano vede la preghiera degli apostoli quasi come un documento firmato e sigillato che sale fino a Cristo Signore che, accogliendola, manda sui discepoli lo Spirito Santo; inoltre l’autore sottolinea come lo Spirito Santo discende su di essi per decisione e volontà proprie, indipendentemente dal Figlio. Si tratta di una strofa che ha ancora un sapore anti ariano, collegato sicuramente alla professione di fede del concilio di Costantinopoli del 381: “Completate le loro suppliche, subito le firmarono, le sigillarono con la fede e le inviarono lassù. Il Maestro le lesse e disse: «Discendi, consolatore sovrano, non per mio ordine ma per tua volontà: ti aspettano ormai i discepoli che io ho radunato per te e per il Padre…»”.
               La discesa dello Spirito Santo Romano la descrive in altre cinque strofe, facendo una parafrasi del testo di Att 2,1ss. Il luogo dove si trovano i discepoli riuniti, scosso dal vento tempestoso, l’autore lo paragona a una barca scossa dalla tempesta nel mare e la accosta alla pericope di Mt 8,23ss dove si narra la tempesta nel mare di Galilea, calmata dal Signore: “…vi fu un suono all’improvviso come di vento forte risonante dal cielo, riempì tutta la stanza di fuoco… Gli eletti, perciò, vedendo la stanza scossa come una barca, esclamarono: «Signore, fa’ cessare la tempesta e manda il santissimo Spirito»”. Inoltre Romano sottolinea come le lingue di fuoco mandate dal cielo non bruciano i discepoli, bensì illuminano loro la mente: “Lingue di fuoco li lambirono e andarono a posarsi sulle teste degli eletti, senza bruciare i capelli ma illuminando le menti: le aveva mandate per lavare e purificare il santissimo Spirito”. Ed è ancora Pietro che in mezzo ai discepoli prende la parola per introdurre loro al significato del prodigio che si compie in mezzo a loro; li esorta a un atteggiamento di fiducia e non di paura, anche se la sua comprensione supera la loro intelligenza: “Pietro disse: «Fratelli, rispettiamo ciò che vediamo senza porre domande! Nessuno dica: che cosa è questo che vediamo?, poiché quello che si stà compiendo supera l’intelligenza e sopravanza la comprensione»”.
Il fuoco mandato dall’alto non brucia né consuma coloro su cui riposa, come un tempo i tre fanciulli nella fornace di Babilonia: “Non abbiate paura, i carboni non bruciano! Non spaventatevi: questo fuoco non consuma!... ricordate che una volta il fuoco accolse i tre fanciulli e non bruciò i loro corpi…”. Inoltre le immagini del carbone che non brucia ci riporta l’immagine del carbone ardente con cui le liturgie orientali indicano i santi Doni eucaristici.
               La discesa dello Spirito Santo sui discepoli si manifesta nel dono delle lingue, nella loro capacità di farsi eloquenti a tutte le nazioni: “Ripieni all’improvviso dello Spirito, tutti incominciarono a parlare agli ascoltatori nel modo in cui questi potevano udirli…”. La molteplicità delle lingue, pero, non toglie la semplicità e la chiarezza della parola degli apostoli nell’annunciare l’unico Dio: “Quelli che prima cucivano le reti ora disfano e vanificano le trame dei retori con la loro più semplice parola. Essi proferiscono un solo Verbo in luogo di molti, essi proclamano un solo Dio… Essi adorano l’Uno in quanto unico, il Padre incomprensibile, il Figlio consustanziale e indivisibile e, uguale ad essi, il santissimo Spirito”. La strofa conclusiva, di straordinaria bellezza, è un canto all’annuncio della buona novella che i discepoli proclamano, e che Romano riassume nell’intera economia della salvezza adoperata dal Signore Gesù Cristo: “Celebriamo, fratelli, le lingue dei discepoli perché non con un discorso elegante ma con la potenza divina hanno catturato noi tutti. Hanno preso la croce di lui come canna, hanno usato le parole come filo ed hanno catturato il mondo. Hanno avuto il Verbo come amo appuntito, la carne del Signore dell'’universo è diventata come un’esca, che non conduce alla morte, ma trae alla vita quelli che tributano venerazione e gloria al santissimo Spirito”.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco




La Pentecoste nell’innografia di Romano il Melode
Oggi il Paraclito scende
ad abitare in mezzo a noi
La Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua, è una delle feste più antiche del calendario cristiano: già Tertulliano e Origene ne parlano nella prima metà del III secolo. Romano il Melode ha un kontàkion di 18 strofe, che segue quello per l’Ascensione. All’inizio il poeta mette in parallelo la confusione delle lingue e dei popoli a Babele con l’unità e l’unisono dopo il dono dello Spirito Santo: «Quando discese a confondere le lingue, l’Altissimo divise le genti; quando distribuì le lingue di fuoco, convocò tutti all’unità. E noi glorifichiamo a una sola voce il santissimo Spirito».
Le due prime strofe sono un’accorata preghiera a Cristo, che consola e assiste la comunità dei fedeli, come ha promesso dopo la sua ascensione: «Non mi separo da voi. Io sono con voi e nessuno sarà contro di voi».
Ed è una preghiera a colui Icona della Pentecoste, secolo XVIII, Livornoche è sempre presente nella vita dei discepoli: «Non allontanarti dalle anime nostre. Avvicinati a noi, avvicinati tu che sei ovunque!». Asceso in cielo, il Signore resta sempre nelle anime degli apostoli e dei battezzati: «Tu continui ad abbracciare il mondo di quaggiù. Neppure un luogo è privo di te, o Infinito poiché sei tu a sorreggere l’universo riempiendo ogni cosa». Come si canta nel vespro e per tutto l’anno, invocando lo Spirito Santo: «Re celeste, Paraclito, Spirito della verità, tu che ovunque sei e tutto riempi, tesoro dei beni e datore di vita, vieni ed abita in mezzo a noi, purificaci da ogni macchia e salva, o buono, le anime nostre».
Il kontàkion mette poi in rilievo la figura di Pietro: «Tra i discepoli Cefa, come primo nel rango a essi parlò; li fece alzare per la preghiera, e insieme a lui si radunarono come agnelli intorno al pastore». Con un’esortazione che fa pensare a un collegamento con le «preghiere delle genuflessioni» fatte in ginocchio la sera della Pentecoste o dopo la Divina liturgia della festa. Romano vede la preghiera degli apostoli quasi come un documento firmato e sigillato che sale fino a Cristo Signore che, accogliendola, manda sui discepoli lo Spirito Santo.
Il luogo dove si trovano i discepoli riuniti, scosso dal vento tempestoso, è paragonato a una barca nella tempesta, con un accostamento all’episodio della tempesta sedata (Matteo, 8, 23-27): «Vi fu un suono all’improvviso come di vento forte risonante dal cielo, riempì tutta la stanza di fuoco. Gli eletti, perciò, vedendo la stanza scossa come una barca, esclamarono: Signore, fa’ cessare la tempesta e manda il santissimo Spirito». Inoltre Romano sottolinea come le lingue di fuoco mandate dal cielo non bruciano i discepoli, bensì illuminano loro la mente: «Lingue di fuoco li lambirono e andarono a posarsi sulle teste degli eletti, senza bruciare i capelli ma illuminando le menti: le aveva mandate per lavare e purificare il santissimo Spirito». Ed è ancora Pietro che in mezzo ai discepoli prende la parola per spiegare il prodigio: «Fratelli, rispettiamo ciò che vediamo senza porre domande! Nessuno dica: che cosa è questo che vediamo, poiché quello che si sta compiendo supera l’intelligenza e sopravanza la comprensione».
La straordinaria strofa conclusiva è un canto all’annuncio della buona novella: «Celebriamo, fratelli, le lingue dei discepoli perché non con un discorso elegante ma con la potenza divina hanno catturato noi tutti. Hanno preso la croce di lui come canna, hanno usato le parole come filo e hanno catturato il mondo. Hanno avuto il Verbo come amo appuntito, la carne del Signore dell’universo è diventata come un’esca, che non conduce alla morte, ma trae alla vita quelli che tributano venerazione e gloria al santissimo Spirito».

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma

(©L'Osservatore Romano 12 giugno 2011)

lunes, 6 de junio de 2016

alziamo lo sguardo e i sensi verso le porte celesti…
L’Ascensione del Signore nell’innografia di Romano il Melode
         L’Ascensione del Signore, celebrata il quarantesimo giorno dopo la Risurrezione, è una delle grandi feste comuni a tutte le Chiese Cristiane. Testimoniata già dal IV secolo in Eusebio di Cesarea attorno al 325; la peregrina Egeria invece parla di una celebrazione il quarantesimo giorno dopo Pasqua ma che si fa a Betlemme e non sul Monte degli Ulivi da dove il Signore ascende in cielo. Inoltre, sempre secondo Egeria, il raduno dei fedeli col vescovo nel luogo dell'Ascensione e la lettura della pericope del vangelo viene fatta la vigilia della Pentecoste. Gregorio di Nissa e Giovanni Crisostomo hanno delle omelie per l’Ascensione, ed anche Agostino di Ippona in ambito latino. Nella tradizione bizantina, festa dell’Ascensione, si prolunga per una settimana nella sua ottava. Due tropari del mattutino della festa nella tradizione bizantina sono dell'innografo Romano il Melode (+555). Questi due tropari raccolti nell’ufficiatura, sono i due iniziali del lungo kontakion (inno) di diciotto strofe che Romano compone per la festa, in cui snodano i diversi aspetti teologici che compongono la celebrazione del quarantesimo giorno dopo la Risurrezione, che porta nei libri liturgici bizantini il titolo di “Ascensione del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo”.
Romano parte dalla narrazione biblica dell'ascensione nel vangelo di Luca e negli Atti degli Apostoli, e la sviluppa lungo tutto il poema; ognuna delle strofe inoltre si conclude sempre con lo stesso versetto: “Non mi separo da voi. Io sono con voi e nessuno sarà contro di voi”, che riprende tre testi biblici: Ageo 1,8; Matteo 28,20 e Romani 8,31. Tutta l’economia della salvezza portata a termine da Cristo, dalla sua incarnazione alla sua risurrezione ed ascensione nei cieli, è vista da Romano in questo inno come la restaurazione della piena comunione tra il cielo e la terra di cui l’ascensione ne diventa il sigillo: “Compiuta l=economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi”. L’ascensione del Signore, inoltre, non è un allontanarsi dagli uomini, un lasciarli da soli, bensì un pegno del suo amore, della sua consolazione: “…eleviamoci, leviamo in alto occhi e mente, alziamo lo sguardo e i sensi verso le porte celesti, pur essendo mortali; immaginiamo di andare al monte degli Ulivi e di vedere il Redentore portato da una nube: …di là, lui che ama donare, ha distribuito doni ai suoi apostoli, consolandoli come un padre, guidandoli come figli e dicendo loro: Non mi separo da voi: io sono con voi e nessuno è contro di voi”.
            Romano si trattiene ancora lungo tutto i testo innografico sul tema della protezione, della cura che il Signore ha avuto ed ha sui suoi discepoli, sulla sua Chiesa. Nelle strofe iniziali che contengono il discorso di commiato di Cristo ai suoi discepoli radunati nel monte degli Ulivi, l’autore adopera delle immagini che hanno una dimensione allo stesso tempo e cristologica ed ecclesiologica. Con un’immagine presa da Deuteronomio 32,11, Cristo sul monte dell'ascensione è paragonato all’aquila che dall’alto sorveglia e protegge la sua nidiata, immagine che la tradizione bizantina poi applica anche alla cura del vescovo verso la sua chiesa: “… i discepoli, condotti sul monte degli Ulivi, circondavano il loro benefattore, e lui stendendo le mani come ali, coprì come un’aquila il nido affidato alle sue cure e disse ai suoi uccellini: «Vi ho protetti da ogni male: amatevi dunque come io vi ho amati. Non mi separo da voi: io sono con voi e nessuno sarà contro di voi»”. Anche la benedizione di Cristo sui suoi discepoli con le mani stese è paragonata da Romano da una parte con le mani stese di Cristo sulla croce, e dall’altra con l’imposizione delle mani nel battesimo, quasi la scena sul monte degli Ulivi fosse per i discepoli il loro battesimo: “Come Dio e Creatore dell'universo io stendo sopra di voi le mie mani… quelle legate ed inchiodate sul legno… Nel chinare il vostro capo sotto queste mani voi riconoscete quel che faccio: io impongo su voi le mie mani come battezzandovi e vi mando pieni di luce e di saggezza…”.
            L’ascensione del Signore provoca la tristezza ed il lamento degli apostoli che presentano a Cristo l’elenco di tutto quello che ognuno di essi ha fatto e lasciato al momento del loro incontro con Cristo, quasi un modello delle condizioni richieste al cristiano che si pone alla sequela di Cristo: “Abbiamo rinunciato a tutta la nostra vita… siamo diventati stranieri e pellegrini sulla terra… Pietro, il primo tra di noi a farsi tuo seguace, si privò di tutti i suoi averi… Andrea suo fratello abbandonò i suoi beni terreni e si caricò sulle spalle la tua croce… Tu vuoi trascurare e disdegnare l’amore dei figli di Zebedeo? Essi ti anteposero perfino il loro padre… e Matteo che desiderava la tua ricchezza… e Tommaso che disprezzò pure la vita… Noi amiamo te più di ogni altro…”. La risposta rassicurante data da Cristo ai suoi discepoli è che l’ascensione non deve essere vissuta come causa di pianto ma di gioia, e nella strofa nona, nel bel mezzo di tutto l’inno, Romano presenta una bellissima confessione di fede cristologica e soteriologica: “Levatevi in piedi e contemplate questa ascensione con occhio incontaminato: essa è del copro e non della divinità. La carne che vedete è quella che andrà lassù, poiché della mia divinità ogni luogo è pervaso… insieme a questo corpo visibile che si innalza, anche l’invisibile si solleva: io sono uno, invisibile e visibile… sono immortale e simile a voi, al di sopra di voi e in mezzo a voi…”.
Romano descrive ancora l’ascensione di Cristo con profusione di dettagli, servendosi di tutta una serie di versetti salmici che legge in chiave cristologica: “…Dio fece segno ai santi angeli che preparassero per i suoi santi piedi la salita, ed essi gridarono a tutti i principati celesti: «Sollevate i cancelli e spalancate le gloriose porte celesti per il Signore della gloria! (Sal 23,7-9). O nubi, distendetevi sotto colui che avanza (Sal 17,10). Signore il tuo trono è pronto… innalzati, vola sulle ali del vento (Sal 92,2; 103,3)»”. È da notare ancora il collegamento fatto dall’autore tra la nube che copre e nasconde Cristo allo sguardo degli apostoli e Maria sua madre: “La nuvola discese ad accogliere colui che è il condottiero delle nubi… lo prese e lo sorresse: o piuttosto fu sorretta, poiché quello stesso che era portato portava colei che lo reggeva, come una volta Maria. La Scrittura allude a Maria chiamandola nuvola (Is 19,1), ella che fu custodita da lui mentre dimorava in lei…”.
Anche all’ascensione sono gli angeli i veri annunciatori dei misteri della redenzione di Cristo agli uomini; essi, i suoi testimoni in cielo lo diventano per la Chiesa anche sulla terra: “Sono davvero testimoni fedeli dell'ascensione di Cristo costoro, poiché sono creature del cielo! Se non l’avessero visto lassù, non sarebbero discesi quaggiù per annunciarlo… Fu generato e ad annunciare la sua nascita furono gli angeli; risuscitò e ad annunciare la sua resurrezione furono gli angeli; è stato assunto in cielo e per mezzo dei buoni angeli ci ha annunciato la sua splendida ascesa dicendo: Non mi separo da voi: io sono con voi e nessuno sarà contro di voi”.

P. Manuel Nin osb
Collegio Greco / Roma
(©L'Osservatore Romano 2 giugno 2011)


Alziamo lo sguardoe i sensi verso le porte celesti

di MANUEL NIN
L'Ascensione, celebrata il quarantesimo giorno dopo la Risurrezione, è una delle grandi feste comuni a tutte le Chiese cristiane. Testimoniata già da Eusebio di Cesarea attorno al 325, nella tradizione bizantina si prolunga per una settimana nella sua ottava. Due tropari del mattutino sono dell'innografo Romano il Melode (+555) e appartengono al lungo kontàkion, inno che Romano compone per la festa e nel quale si snodano i diversi aspetti teologici della celebrazione, che porta nei libri liturgici bizantini il titolo di Ascensione del Signore e Dio e salvatore nostro Gesù Cristo.
Romano parte dalla narrazione biblica dell'ascensione nel vangelo di Luca e negli Atti degli apostoli, e la sviluppa lungo le 18 strofe del poema, ognuna delle quali si conclude sempre con lo stesso versetto: "Non mi separo da voi. Io sono con voi e nessuno sarà contro di voi", che riprende tre testi biblici (Aggeo, 1, 8, Matteo, 28, 20 e soprattutto Romani, 8, 31).
Tutta l'economia della salvezza portata a termine da Cristo è vista da Romano come la restaurazione della piena comunione tra il cielo e la terra, di cui l'Ascensione diventa il sigillo: "Compiuta l'economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi".
L'ascensione del Signore, inoltre, non è un allontanarsi dagli uomini, un lasciarli soli, bensì un pegno del suo amore, della sua consolazione: "Eleviamoci, leviamo in alto occhi e mente, alziamo lo sguardo e i sensi verso le porte celesti, pur essendo mortali; immaginiamo di andare al monte degli Ulivi e di vedere il Redentore portato da una nube: di là, lui che ama donare, ha distribuito doni ai suoi apostoli, consolandoli come un padre, guidandoli come figli e dicendo loro: Non mi separo da voi: io sono con voi e nessuno è contro di voi".
Romano si sofferma poi sulla protezione e la cura che il Signore ha avuto e ha dei discepoli e della Chiesa. Con un'immagine presa dal Deuteronomio (32, 11), Cristo sul monte dell'ascensione è paragonato all'aquila che dall'alto sorveglia e protegge la sua nidiata, immagine che la tradizione bizantina poi applica anche alla cura del vescovo verso la sua chiesa: "I discepoli, condotti sul monte degli Ulivi, circondavano il loro benefattore, e lui stendendo le mani come ali, coprì come un'aquila il nido affidato alle sue cure e disse ai suoi uccellini: Vi ho protetti da ogni male: amatevi dunque come io vi ho amati. Non mi separo da voi: io sono con voi e nessuno sarà contro di voi. Come Dio e Creatore dell'universo io stendo sopra di voi le mie mani, quelle legate e inchiodate sul legno. Nel chinare il vostro capo sotto queste mani voi riconoscete quel che faccio: io impongo su voi le mie mani come battezzandovi e vi mando pieni di luce e di saggezza".
L'ascensione provoca la tristezza e il lamento degli apostoli che presentano a Cristo l'elenco di ciò che ognuno di essi ha fatto e lasciato, quasi un modello delle condizioni richieste al cristiano: "Abbiamo rinunciato a tutta la nostra vita, siamo diventati stranieri e pellegrini sulla terra. Pietro, il primo tra di noi a farsi tuo seguace, si privò di tutti i suoi averi. Andrea suo fratello abbandonò i suoi beni terreni e si caricò sulle spalle la tua croce. Tu vuoi trascurare e disdegnare l'amore dei figli di Zebedeo? Essi ti anteposero perfino il loro padre. Noi amiamo te più di ogni altro".
Romano descrive ancora l'ascensione di Cristo con profusione di dettagli, servendosi di versetti dei Salmi letti in chiave cristologica: "Dio fece segno ai santi angeli che preparassero per i suoi santi piedi la salita, ed essi gridarono a tutti i principati celesti: Sollevate i cancelli e spalancate le gloriose porte celesti per il Signore della gloria! O nubi, distendetevi sotto colui che avanza. Signore, il tuo trono è pronto. Innalzati, vola sulle ali del vento". È da notare ancora il collegamento tra la nube che copre e nasconde Cristo allo sguardo degli apostoli e Maria sua madre: "La nuvola discese ad accogliere colui che è il condottiero delle nubi, lo prese e lo sorresse: o piuttosto fu sorretta, poiché quello stesso che era portato portava colei che lo reggeva, come una volta Maria. La Scrittura allude a Maria chiamandola nuvola [cfr. Isaia 19, 1], ella che fu custodita da lui mentre dimorava in lei".

P. Manuel Nin osb
Collegio Greco / Roma

(©L'Osservatore Romano 2 giugno 2011)