domingo, 17 de septiembre de 2017

La festa del Natale nel canone di Cosma di Maiouma
Oggi la Vergine estingue la sete di Adamo.
            L’ufficiatura bizantina del 25 dicembre raccoglie nei tropari la testimonianza di diversi innografi bizantini: Romano il Melodo (VI sec.), Germano di Costantinopoli (VIII sec.), Cosma di Maiouma (VII-VIII secc.), e la monaca innografa Cassianì (IX sec.). Il canone del mattutino della festa è di Cosma di Maiouma, innografo bizantino nato a Damasco verso il 675, vescovo di Maiouma a Gaza nel 734 e morto il 752. Fratello adottivo di Giovanni Damasceno, con lui fu strenuo difensore della venerazione delle icone; come innografo si colloca nella scia di Gregorio di Nazianzo e Romano il Melodo. Le nove odi del canone contemplano il mistero del Verbo di Dio incarnato che nasce nella carne dalla vergine Maria. Il primo tropario di ognuna delle odi raccoglie i diversi temi teologici legati alla festa del Natale, prendendo spunto dal cantico dell'Antico Testamento previsto per ognuna delle parti: l’incarnazione del Verbo di Dio, la sua discesa –umiliazione- tra gli uomini, la verginità di Maria: “Cristo nasce, rendete gloria; Cristo scende dai cieli, anda­tegli incontro; Cristo è sulla terra, elevatevi… Al Figlio che prima dei secoli immutabilmente dal Padre è stato generato, e negli ultimi tempi dalla Ver­gine, senza seme, si è incarnato, al Cristo Dio acclamiamo… Virgulto dalla radice di Iesse, e fiore che da essa proce­de, o Cristo, dalla Vergine sei ger­mo­glia­to dal boscoso monte adombrato, o degno di lo­de: sei venuto incar­nato da una Vergine ignara d’uomo, tu, immateriale e Dio”.
            La nascita di Cristo, Cosma la canta come una nuova creazione, un riplasmare nell’uomo la bellezza della prima immagine: “Colui che, fatto a immagine di Dio, era perito per la tra­sgressione, divenendo del tutto preda della cor­ru­zione, decaduto dalle altezze della vita divina, il sa­pien­te Artefice di nuovo lo plasma… Il Creatore, vedendo perdersi l’uomo che con le sue mani aveva fatto, piegati i cieli, discende, e ne assume tutta la so­stanza dalla divina Vergine pura, prendendo veramente carne… Il Cristo Dio, sapienza, Verbo, potenza, Figlio e splen­dore del Padre, fatto uomo ci ha ria­c­quistati…”. Lo stesso tema lo ritroviamo nella quarta delle odi, dove l’innografo prende spunto dal cantico del capitolo terzo del libro di Abacuc con l’immagine del boscoso monte adombrato che la tradizione cristiana ha interpretato come prefigurazione dell'incarnazione del Verbo e della sua nascita dalla Vergine: “Il profeta Abacuc, con i suoi canti, prediceva un tempo la riplasmazione della stirpe umana, fatto degno di vederla in figura, ineffabilmente. Come bimbo neonato è u­sci­to infatti il Verbo dalla montagna della Vergine per riplasmare i popoli”.
            Il poema, con una professione di fede cristologica chiaramente calcedoniana, sottolinea come Cristo nella sua nascita si fa simile ad Adamo, partecipando pienamente alla natura umana, per portarla alla comunione con la natura divina: “L’Adamo fatto di terra, che aveva partecipato di quel soffio superiore, ma era caduto nella corruzione, sedotto dalla donna, scorgendo il Cristo nato di donna, grida: O tu che per me sei divenuto come me, santo tu sei, Signore. Tu che ti sei reso simile a un vile oggetto di fango, o Cristo; tu che, partecipando della realtà inferiore della carne, ci hai dato di comunicare alla divina natura, divenendo uomo e rimanendo Dio…”. Notiamo anche il parallelo che il testo fa tra Adamo sedotto dalla donna e Cristo nato da donna. L’invocazione di Adamo: “O tu che per me sei divenuto come me…”, la ritroviamo molto simile in uno dei tropari della festa dell'Ascensione del Signore: “O tu che per me come me ti sei fatto povero…”, quasi a mettere in parallelo la sua Nascita (discesa sulla terra) e la sua Ascensione (salita in cielo).
            Nella sesta ode Cosma sviluppa il suo canto a partire del cantico del capitolo 2 del libro di Giona. Il profeta nel ventre del mostro marino è tipo e figura di tutta l’economia di Cristo, dalla sua nascita alla sua risurrezione: “Il mostro marino, dalle sue viscere, ha espulso come embrione Giona, quale lo aveva ricevuto; il Verbo, dopo aver dimorato nella Vergine e avere assunto la carne, da lei è uscito, custodendola incorrotta… È venuto incarnato, il Cristo Dio nostro, che il Padre genera prima della stella del mattino; colui che tiene le re­dini delle potenze immacolate, è deposto nella man­gia­toia… Il Figlio è stato partorito come un neonato dall’argilla di Adamo, ed è stato dato ai fedeli. Egli è padre e principe del secolo futuro, ed è chiamato an­gelo del gran consiglio…”.
            Sempre partendo dall’immagine che trova nel cantico biblico del profeta Daniele, Cosma nell’ode settima accosta i tre fanciulli nella fornace con i pastori, tutti loro attorniati dalla gloria di Dio: “I fanciulli allevati nella pietà, disprezzando un empio comando, non si lasciarono atterrire dalla minaccia del fuoco, ma stando tra le fiamme cantavano: O Dio dei padri, tu sei benedetto… I pastori che vegliavano nei campi ricevettero una luminosa visione che li lasciò sbigottiti: la gloria di Dio ri­fulse intorno a loro, e un angelo gridava: Inneggiate, per­ché il Cristo è nato… Che discorso è questo?, si dissero i pastori; andiamo a vedere l’evento, il Cristo divino…”.
            Nell’ode nona, prendendo spunto dalla prima frase dal cantico della Madre di Dio nel vangelo di Luca, Cosma per sette volte canta il mistero dell'’Incarnazione del Verbo di Dio: “Magnifica, anima mia, colei che è più venerabile e gloriosa delle superne schiere… Magnifica, anima mia, il Dio che nella carne dalla Ver­gine è stato partorito…. Magnifica, anima mia, il Re partorito nella grotta… Magnifica, anima mia, il Dio adorato dai magi… Magnifica, anima mia, la forza della Divinità… Magnifica, anima mia, colei che ci ha riscattati dalla ma­ledizione… Magnifica, anima mia, colei che è più venerabile e gloriosa delle superne schiere”.
            Tra la sesta e la settima delle odi troviamo l’inserzione di due tropari di Romano il Melodo; nel secondo, con delle immagini prese dall’Antico Testamento, il poeta canta con sublime bellezza il mistero della nascita verginale di Cristo: “Betlemme ha aperto l’Eden, venite a vedere: troviamo nel nascondimento le delizie; venite, rice­viamo nella grotta le gioie del paradiso. Là è apparsa la radice non innaffiata che fa germogliare il perdono; là si è trovato il pozzo da nes­suno scavato, a cui Davide un tempo aveva desiderato bere: là è la Vergine che, partorito il bambino, ha súbito estinto la sete di Adamo e di Davide: affrettiamoci dunque al luogo dove è stato partorito piccolo bimbo, il Dio che è pri­ma dei secoli”.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma




Oggi la Vergine
estingue la sete di Adamo
di MANUEL NIN
Nell'ufficiatura bizantina del Natale sono raccolti tropari di diversi innografi tra VI e IX secolo. Il canone del mattutino è di Cosma, nato a Damasco verso il 675, vescovo di Maiouma a Gaza dal 734 e morto nel 752. Fratello adottivo di Giovanni Damasceno, con lui fu strenuo difensore della venerazione delle icone. Le nove odi del canone contemplano il mistero del Verbo di Dio che nasce nella carne dalla vergine Maria. Il primo tropario presenta i temi teologici del Natale: "Cristo nasce, rendete gloria; Cristo scende dai cieli, andategli incontro; Cristo è sulla terra, elevatevi. Al Figlio che prima dei secoli immutabilmente dal Padre è stato generato, e negli ultimi tempi dalla Vergine, senza seme, si è incarnato, al Cristo Dio acclamiamo. Virgulto dalla radice di Iesse, e fiore che da essa procede, o Cristo, dalla Vergine sei germogliato dal boscoso monte adombrato, o degno di lode: sei venuto incarnato da una Vergine ignara d'uomo, tu, immateriale e Dio".Cosma canta la nascita di Cristo come nuova creazione: "Colui che, fatto a immagine di Dio, era perito per la trasgressione, divenendo del tutto preda della corruzione, decaduto dalle altezze della vita divina, il sapiente artefice di nuovo lo plasma. Il Creatore, vedendo perdersi l'uomo che con le sue mani aveva fatto, piegati i cieli, discende, e ne assume tutta la sostanza dalla divina Vergine pura, prendendo veramente carne".

Il poema sottolinea come Cristo nella sua nascita si fa simile ad Adamo, partecipando pienamente alla natura umana, per portarla alla comunione con la natura divina: "L'Adamo fatto di terra, che aveva partecipato di quel soffio superiore, ma era caduto nella corruzione, sedotto dalla donna, scorgendo il Cristo nato di donna, grida: O tu che per me sei divenuto come me, santo tu sei, Signore". Il testo mette in parallelo Adamo sedotto dalla donna e Cristo nato da donna, e l'invocazione di Adamo si ritrova molto simile in un tropario dell'Ascensione del Signore ("o tu che per me come me ti sei fatto povero"), collegando la sua discesa sulla terra alla sua ascensione.
Nella sesta ode Cosma evoca Giona, figura di tutta l'economia di Cristo, dalla nascita alla risurrezione: "Il mostro marino, dalle sue viscere, ha espulso come embrione Giona, quale lo aveva ricevuto; il Verbo, dopo aver dimorato nella Vergine e avere assunto la carne, da lei è uscito, custodendola incorrotta. È venuto incarnato, il Cristo Dio nostro, che il Padre genera prima della stella del mattino; colui che tiene le redini delle potenze immacolate, è deposto nella mangiatoia. Il Figlio è stato partorito come un neonato dall'argilla di Adamo, ed è stato dato ai fedeli. Egli è padre e principe del secolo futuro, ed è chiamato angelo del gran consiglio".
Sulla base del libro di Daniele, Cosma nell'ode settima accosta i tre fanciulli nella fornace ai pastori di Betlemme: "I fanciulli allevati nella pietà, disprezzando un empio comando, non si lasciarono atterrire dalla minaccia del fuoco, ma stando tra le fiamme cantavano: O Dio dei padri, tu sei benedetto. I pastori che vegliavano nei campi ricevettero una luminosa visione che li lasciò sbigottiti: la gloria di Dio rifulse intorno a loro, e un angelo gridava: Inneggiate, perché il Cristo è nato. Che discorso è questo, si dissero i pastori; andiamo a vedere l'evento, il Cristo divino".
Nell'ode nona, prendendo spunto dal cantico della Madre di Dio nel vangelo di Luca, Cosma per sette volte canta il mistero dell'incarnazione: "Magnifica, anima mia, colei che è più venerabile e gloriosa delle superne schiere. Magnifica, anima mia, il Dio che nella carne dalla Vergine è stato partorito. Magnifica, anima mia, il re partorito nella grotta. Magnifica, anima mia, il Dio adorato dai magi. Magnifica, anima mia, la forza della divinità. Magnifica, anima mia, colei che ci ha riscattati dalla maledizione. Magnifica, anima mia, colei che è più venerabile e gloriosa delle superne schiere".
Infine, in un tropario di Romano il Melodo, con immagini prese dall'Antico Testamento, il poeta canta il mistero della nascita verginale di Cristo: "Betlemme ha aperto l'Eden, venite a vedere: troviamo nel nascondimento le delizie; venite, riceviamo nella grotta le gioie del paradiso. Là è apparsa la radice non innaffiata che fa germogliare il perdono; là si è trovato il pozzo da nessuno scavato, a cui Davide un tempo aveva desiderato bere: là è la Vergine che, partorito il bambino, ha subito estinto la sete di Adamo e di Davide: affrettiamoci dunque al luogo dove è stato partorito, piccolo bimbo, il Dio che è prima dei secoli".
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma
(©L'Osservatore Romano 25 dicembre 2011)


jueves, 17 de agosto de 2017

La festa dell’Ingresso della Madre di Dio nel Tempio.
Oggi la sposa di Dio rifulge nella casa del Signore.
            Il 21 del mese di novembre le Chiese cristiane celebrano una delle dodici grandi feste, cioè l’Ingresso della Madre di Dio nel tempio. È una festa che ha un’origine gerosolimitana, legata a la dedicazione di una chiesa nella Città Santa di Gerusalemme. Molti degli aspetti della festa, presenti nei testi liturgici, ci vengono dal Protovangelo di Giacomo, un apocrifo che ha un influsso notevole su diverse feste liturgiche in Oriente ed in Occidente. L’icona stessa della festa mette in evidenza i diversi aspetti che poi troviamo presenti nei testi liturgici: il corteo delle dieci fanciulle che accompagnano Maria, con un chiaro riferimento anche a Mt 25: “vergini recanti lampade, facendo lietamente strada alla sempre Vergine…”; ancora Zaccaria che introduce Maria nel tempio e nel Santo dei Santi: “Oggi è condotto al tempio del Signore il tempio che accoglie Dio, la Madre di Dio, e Zaccaria la riceve…”; infine il cibo con cui Maria è alimentata dall’arcangelo Gabriele, prefigurazione del cibo che è la Parola di Dio e i Santi Doni che si ricevono nel tempio, cioè nella Chiesa: “Nutrita fedelmente con pane celeste, o Vergine, nel tempio del Signore, tu hai generato al mondo il Verbo, pane di vita…”.
       Il cànone del mattutino è attribuito a Giorgio (+860), metropolita di Nicomedia e autori di diversi testi entrati nella liturgia bizantina. Lungo tutte le nove odi del mattutino si snoda, a partire dai titoli dati alla Madre di Dio, il tema centrale della festa: Maria entra nel tempio di Dio per diventare lei stessa Tempio del Verbo di Dio. In primo luogo Maria viene invocata come abitazione e dimora di Dio: “Tu, divenuta più elevata dei cieli, o tutta pura, sei riposta nel tempio di Dio, per essergli prepa­ra­ta come divina abitazione per il suo avvento… Santuario glorioso e sacra offerta, la Vergine puris­sima, riposta oggi nel tempio di Dio, qui è custodita per divenire dimora del Re dell’u­niverso, unico Dio nostro”. A partire dall’immagine veterotestamentaria dell'arca dell'alleanza, Maria è anche chiamata arca, ricettacolo di Colui che è la vera alleanza tra Dio e l’uomo: “Come tempio vivente, arca di Dio, mai accada che mano di profani la tocchi… Meravigliosamente, o pura, la Legge ti ha prefi­gurata come tenda e urna divina, come singolare ar­ca, velo e ver­ga, tempio indissolubile e porta di Dio…”. Ancora troviamo il titolo di tabernacolo, in riferimento a Cristo stesso: “Oggi è condotta al tempio la Vergine tutta imma­colata, per divenire tabernacolo di Dio, Re dell’u­ni­verso…; mentre è ancora bambina nella carne; e il gran­de sacerdote Zaccaria lieto l’ac­coglie come tabernacolo di Dio...; celebriamo spiritualmente una festa solenne, e piamente accla­miamo la Vergine, figlia di Dio e Madre-di-Dio, che viene condotta al tempio del Signore: lei che è stata prescelta da tutte le generazioni, per essere tabernacolo del Cristo, Sovrano universale e Dio di tutte le cose”.
            Il titolo più presente in tutto il canone della festa è quello di tempio. Essa è il tempio che accoglie Dio stesso: “Oggi il tempio vivente della santa gloria del Cristo Dio nostro, la pura, la sola benedetta tra le donne, è presen­tata al tempio della Legge per dimorare nel santo dei santi… È posto all’interno del tempio di Dio il tempio che accoglie Dio, la Vergine santissima…”. Il titolo di tempio associato anche a quello di reggia: “Apparsa come tempio, reggia e vivente cielo del Re, o spo­sa di Dio, oggi sei consacrata nel tempio della Legge…”. Inoltre accogliendo Maria il titolo di tempio collegato all’incarnazione in lei del Verbo eterno di Dio, gli vengono associati anche gli appellativi di immacolato, vivente e indissolubile: “Meravigliosamente, o pura, la Legge ti ha prefi­gurata come tenda e urna divina, come singolare ar­ca, velo e ver­ga, tempio indissolubile e porta di Dio…”. Finalmente legato e alla verginità di Maria e alla sua dimensione sponsale, essa è lodata anche come talamo: “Il purissimo tempio del Salvatore, il talamo pre­­ziosissimo e verginale, il tesoro sacro della gloria di Dio, è oggi introdotto nella casa del Signore…; oggi il tempio è divenuto come amabile paraninfo della Vergine, e stanza nuziale che riceve il vivente talamo di Dio, puro e immacolato, più fulgido di ogni creatura”.
            L’innografo Giorgio, a partire dall’immagine della porta del tempio invalicabile presa dal profeta Ezechiele cap. 44, vede ancora Maria che diventa lei stessa anche porta invalicabile nella sua verginità, entrata del Verbo di Dio nel mondo nella sua incarnazione: “La porta gloriosa, inaccessibile ai pensieri, var­cate le porte del tempio di Dio, ci invita ora a riunirci godere del­le sue divine meraviglie…; la Legge ti ha prefi­gurata come tenda e urna divina, come singolare ar­ca, velo e ver­ga, tempio indissolubile e porta di Dio…; vedendoti profeticamente Salomone come colei che avrebbe accolto Dio, ti chiamò con parole enigmatiche porta del Re, vivente fonte sigillata, o Madre-di-Dio, dal­­la quale è sgorgata l’acqua limpida…”.
            Ognuna delle odi del canone di Giorgio di Nicomedia si chiude con una strofa che dà la chiave cristologica di tutto il testo: ”Cristo nasce, rendete gloria; Cristo scende dai cieli, andategli incontro; Cristo è sulla terra, elevatevi…; al Figlio che prima dei secoli immutabilmente dal Padre è stato generato, e negli ultimi tempi dalla Vergine, senza seme, si è incarnato…; virgulto dalla radice di Iesse, e fiore che da essa procede, o Cristo, dalla Vergine sei germogliato, dal boscoso monte adombrato, o degno di lo­de…; il mostro marino, dalle sue viscere, ha espulso come embrione Giona, quale lo aveva ricevuto; il Verbo, dopo aver dimorato nella Vergine e avere assunto la carne, da lei è uscito, custodendola incorrotta…”.
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


Oggi la sposa di Dio rifulge nella casa del Signore
di MANUEL NIN
Il 21 novembre le Chiese cristiane celebrano una delle dodici grandi feste, l'Ingresso della Madre di Dio nel tempio. È una festa legata alla dedicazione di una chiesa nella città santa di Gerusalemme. Molti degli aspetti presenti nei testi liturgici, vengono dal Protovangelo di Giacomo, un apocrifo che ha un influsso notevole su diverse feste in oriente e occidente.L'icona stessa della ricorrenza mette in evidenza i diversi aspetti presenti nei testi liturgici: il corteo delle dieci fanciulle che accompagnano Maria, con riferimento al vangelo di Matteo ("vergini recanti lampade, facendo lietamente strada alla sempre Vergine"); Zaccaria che introduce Maria nel tempio e nel Santo dei Santi: "Oggi è condotto al tempio del Signore il tempio che accoglie Dio, la Madre di Dio"; infine il cibo con cui Maria è alimentata dall'arcangelo Gabriele, prefigurazione del cibo che è la Parola di Dio e i santi doni che si ricevono nella Chiesa.
Il canone del mattutino è attribuito a Giorgio (+860), metropolita di Nicomedia, autore di diversi testi entrati nella liturgia bizantina. Lungo le nove odi del mattutino si snoda, a partire dai titoli dati alla Madre di Dio, il tema centrale della festa: Maria entra nel tempio di Dio per diventare lei stessa tempio del Verbo di Dio.
A partire dall'immagine veterotestamentaria dell'arca dell'alleanza, Maria è anche chiamata arca, ricettacolo di colui che è la vera alleanza tra Dio e l'uomo: "Come tempio vivente, arca di Dio, mai accada che mano di profani la tocchi. Meravigliosamente, o pura, la Legge ti ha prefigurata come tenda e urna divina, come singolare arca, velo e verga, tempio indissolubile e porta di Dio". Il titolo di tabernacolo si riferisce poi a Cristo stesso: "Oggi è condotta al tempio la Vergine tutta immacolata, per divenire tabernacolo di Dio, re dell'universo; mentre è ancora bambina nella carne; e il grande sacerdote Zaccaria lieto l'accoglie come tabernacolo di Dio, la Vergine, figlia di Dio e Madre di Dio, che viene condotta al tempio del Signore: lei che è stata prescelta da tutte le generazioni, per essere tabernacolo del Cristo, sovrano universale e Dio di tutte le cose".
Il titolo più presente in tutto il canone della festa è quello di tempio. Essa è il tempio che accoglie Dio stesso: "Oggi il tempio vivente della santa gloria del Cristo Dio nostro, la pura, la sola benedetta tra le donne, è presentata al tempio della Legge per dimorare nel santo dei santi. È posto all'interno del tempio di Dio il tempio che accoglie Dio, la Vergine santissima".
L'innografo Giorgio, a partire dall'immagine della porta del tempio invalicabile presa dal profeta Ezechiele (44, 1-3), vede Maria che diventa lei stessa anche porta invalicabile nella sua verginità, entrata del Verbo di Dio nel mondo nella sua incarnazione: "La porta gloriosa, inaccessibile ai pensieri, varcate le porte del tempio di Dio, ci invita ora a riunirci a godere delle sue divine meraviglie; la Legge ti ha prefigurata come tenda e urna divina, come singolare arca, velo e verga, tempio indissolubile e porta di Dio; vedendoti profeticamente Salomone come colei che avrebbe accolto Dio, ti chiamò con parole enigmatiche porta del re, vivente fonte sigillata, o Madre di Dio, dalla quale è sgorgata l'acqua limpida".
Ognuna delle odi del canone di Giorgio di Nicomedia si chiude con una strofa che dà la chiave cristologica di tutto il testo: "Cristo nasce, rendete gloria; Cristo scende dai cieli, andategli incontro; Cristo è sulla terra, elevatevi; al Figlio che prima dei secoli immutabilmente dal Padre è stato generato, e negli ultimi tempi dalla Vergine, senza seme, si è incarnato; virgulto dalla radice di Iesse, e fiore che da essa procede, o Cristo, dalla Vergine sei germogliato".
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


miércoles, 9 de agosto de 2017

Oggi l’albero della croce ci riveste dell'abito della vita
Il cànone di Cosma di Maiouma per la festa della Esaltazione della santa Croce
L’innografia cristiana orientale, specialmente quella di tradizione siriaca e quella di tradizione bizantina, hanno molti testi liturgici in cui si canta la croce di Cristo. Essa viene sempre presentata come luogo di vittoria: di Cristo sulla morte, della vita sulla morte, luogo di morte della morte. Vorrei soffermarmi nel cànone di Cosma di Maiouma (675–752) che troviamo nell’ufficiatura mattutina di tradizione bizantina per la festa dell'esaltazione della Santa Croce il 14 settembre. Cosma era originario di Damasco; preso in adozione nella famiglia di Giovanni Damasceno fu educato assieme a lui e divenne monaco nel monastero di San Sabba. Fu eletto poi vescovo di Maiouma, vicino a Gaza. È autore di diverse composizioni liturgiche entrate a far parte dell'eucologia di tradizione bizantina.
Il cànone è una composizione poetica cantata nell’ufficiatura del mattutino bizantino, che prende il posto dei cantici biblici veterotestamentari previsti per quest’ora di preghiera. Cosma commenta, lungo tutte le otto odi del cànone, i diversi passi dell'Antico Testamento che la tradizione cristiana ha visto e interpretato come prefigurazioni e profezie della croce di Cristo. Nella prima ode è Mosè che, benedicendo il Mar Rosso, prefigura la croce vittoriosa: “Tracciando una croce, Mosè, col bastone ver­ticale, divise il Mar Rosso per Israele che lo passò a piedi asciutti, poi lo riunì su se stesso con frastuono volgendolo contro i carri di faraone, di­segnando, orizzontalmente, l’arma invincibile”. Nell’ode quinta è Giona che pregando con le braccia stese nel ventre del pesce prefigura la passione, la morte e la risurrezione di Cristo stesso: “Nelle viscere del mostro marino, Giona stendendo le palme a forma di croce, chiara­mente prefigurava la salvifica passione: perciò uscendo il terzo giorno, rappre­sentò la risurrezione ultra­mondana del Cristo Dio crocifisso nella carne che con la sua risurrezione il terzo giorno ha illuminato il mondo”.
         Tutta la prima ode, che prende spunto dal cantico di Mosè in Es 15, 1-19, offre a Cosma l’occasione di riprende i grandi momenti della vita del profeta, momenti che tutta la tradizione cristiana ha interpretato come prefigurazioni della croce. Oltre a quello di Mosè benedicente sul Mar Rosso, di cui abbiamo fatto già accenno, troviamo Mosè con le braccia stese contro Amalek; Mosè che innalza il serpente velenoso sul legno; Mosè infine che tocca col bastone la roccia e addolcisce le acque che ne sgorgano: “Stando in mezzo ai due sacerdoti, Mosè prefigurò un tempo in se stesso l’immacolata passione. Atteggiandosi poi a forma di croce, elevò il trofeo con le braccia spalan­cate, annientando il potere del malvagio Amalek… Mosè pose su una colonna il rimedio che salvava dal morso velenoso e distruttore: al legno immagine della croce legò trasversalmente il serpente che striscia per terra, e con questo trionfò del flagello… Un tempo Mosè, con un legno, trasformò nel deserto le sorgenti amare, prefigurando il passaggio delle genti alla pietà, grazie alla croce”.
         Diverse volte lungo tutto il cànone, Cosma ci presenta il parallelo tra la croce e l’albero del paradiso: in esso Adamo si scoprì spogliato; nella Chiesa, grazie all’albero della croce, ogni battezzato si scopre rivestito dell'abito della vita che è Cristo stesso: “Nel paradiso un tempo un albero mi ha spogliato, perché facendomene gustare il frutto, il nemico ha introdotto la morte; ma l’albero della croce, che porta agli uomini l’abito della vita, è stato piantato sulla terra, e tutto il mondo si è riempito di ogni gioia; vedendolo in­nal­­zato, o popoli, con fede acclamiamo concordi a Dio: Piena di gloria è la tua casa”. La croce diventa allora forza ed arma della Chiesa stessa: “Una verga è assunta come figura del mistero… per la Chiesa un tempo sterile, è fiorito ora l’albero della croce, come forza e sostegno… La dura roccia colpita dalla verga, facendo scaturire acqua per un popolo ribelle e duro di cuore, mani­fe­stava il mistero della Chiesa eletta da Dio, di cui la cro­ce è forza e sostegno… Il fianco immacolato colpito dalla lancia fece scaturire acqua e sangue, inaugurando l’alleanza e  lavando i pec­cati: la croce è infatti vanto dei credenti”.
            A partire dell'immagine della croce come albero della vita di cui pende il vero frutto che è lo stesso Cristo, Cosma sviluppa in primo luogo il tema del Cristo crocefisso come esca per “cacciare e far cadere” il nemico che nel paradiso diventa ingannatore con un albero e un frutto: “O albero beatissimo, su cui è stato steso Cristo, Re e Signore! Per te è caduto colui che con un albero aveva ingannato, è stato adescato da Dio che nella carne in te è stato confitto, e che dona la pace alle anime nostre”. Poi Cosma riprende nella stessa quinta ode il tema, comune anche nella tradizione siriaca, della croce come vittoria sul cherubino con in mano la spada fiammeggiante che custodisce l’ingresso del paradiso: “Di fronte a te, albero celebrato su cui fu steso Cristo, ha avuto timore, o croce, la spada roteante che custodiva l’Eden, e si è ritratto il temibile cherubino, di fronte al Cristo in te confitto, che elargisce la pace alle anime nostre”.
            L’autore, in tutto il cànone, sottolinea diverse volte da una parte la professione di fede trinitaria, a partire da immagini veterotestamentarie: “Benedite, fanciulli, pari in numero alla Trinità, Dio Padre Creatore, inneggiate al Verbo che è disceso, e ha mutato il fuoco in rugiada; e sovresaltate per i secoli lo Spirito santissimo, che elar­gi­sce vita a tutti”. D’altra parte, mette anche in evidenza la vera incarnazione del Verbo di Dio, crocefisso, morto e risorto: “Mentre viene innalzato l’albero irrorato dal sangue del Verbo di Dio incarnato, inneggiate, schiere dei cieli, fe­steg­giando il riscatto dei mortali. Adorate, popoli, la croce di Cristo, per la quale è data al mondo la risurrezione… Figli della terra, dispensatori della grazia, con le vostre mani innalzate, con sacro decoro, la croce su cui stette il Cristo Dio e la lancia che trafisse il corpo del Dio Verbo…”.
        Infine il parallelo Chiesa – paradiso che Cosma ha sviluppato in diverse della strofe, lo porta nella nona ode a sviluppare quello di Maria – paradiso: “Sei mistico paradiso che, senza coltivazione, o Madre di Dio, ha prodotto il Cristo, dal quale è stato piantato sulla terra l’albero vivificante della croce: ado­rando lui, per essa che ora viene esaltata, noi ma­gni­fichiamo te... Esultino tutti gli alberi del bosco, perché la loro natura è stata santificata da colui che nel principio l’ha piantata, Cristo, disteso sul legno. Per questo noi lo magnifichiamo”.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma



Oggi la croce ci riveste
dell'abito della vita
di MANUEL NIN
L'innografia cristiana orientale, specialmente nella tradizione siriaca e in quella bizantina, canta la croce di Cristo presentandola sempre come luogo di vittoria sulla morte. Nell'ufficiatura mattutina bizantina per la festa dell'Esaltazione della santa Croce il 14 settembre si trova un canone di Cosma di Maiouma (675-752). Originario di Damasco e adottato dalla famiglia di Giovanni Damasceno, fu con lui educato; monaco nel monastero di San Saba e poi vescovo di Maiouma, vicino Gaza, è autore di composizioni liturgiche entrate nell'eucologia bizantina.

Nel mattutino, il canone prende il posto dei cantici biblici veterotestamentari e Cosma vi commenta i passi veterotestamentari interpretati come prefigurazioni e profezie della croce di Cristo.
Già Mosè prefigura la croce vittoriosa: "Tracciando una croce, Mosè, col bastone verticale, divise il Mar Rosso per Israele che lo passò a piedi asciutti, poi lo riunì su se stesso con frastuono volgendolo contro i carri di faraone, disegnando, orizzontalmente, l'arma invincibile". Poi Giona, pregando con le braccia stese nel ventre del pesce, prefigura la passione e la risurrezione di Cristo: "Nelle viscere del mostro marino, Giona stendendo le palme a forma di croce, chiaramente prefigurava la salvifica passione: perciò uscendo il terzo giorno, rappresentò la risurrezione ultramondana del Cristo Dio crocifisso nella carne che con la sua risurrezione il terzo giorno ha illuminato il mondo".
Cosma vede i grandi momenti della vita di Mosè come prefigurazioni della croce: "Stando in mezzo ai due sacerdoti, Mosè prefigurò un tempo in se stesso l'immacolata passione. Atteggiandosi poi a forma di croce, elevò il trofeo con le braccia spalancate, annientando il potere del malvagio Amalek. Mosè pose su una colonna il rimedio che salvava dal morso velenoso e distruttore: al legno immagine della croce legò trasversalmente il serpente che striscia per terra, e con questo trionfò del flagello. Un tempo Mosè, con un legno, trasformò nel deserto le sorgenti amare, prefigurando il passaggio delle genti alla pietà, grazie alla croce".
Diverse volte Cosma mette in parallelo la croce e l'albero del paradiso: "Nel paradiso un tempo un albero mi ha spogliato, perché facendomene gustare il frutto, il nemico ha introdotto la morte; ma l'albero della croce, che porta agli uomini l'abito della vita, è stato piantato sulla terra, e tutto il mondo si è riempito di ogni gioia". La croce diventa allora arma della Chiesa: "Una verga è assunta come figura del mistero; per la Chiesa un tempo sterile, è fiorito ora l'albero della croce, come forza e sostegno. La dura roccia colpita dalla verga, facendo scaturire acqua per un popolo ribelle e duro di cuore, manifestava il mistero della Chiesa eletta da Dio, di cui la croce è forza e sostegno. Il fianco immacolato colpito dalla lancia fece scaturire acqua e sangue, inaugurando l'alleanza e lavando i peccati: la croce è infatti vanto dei credenti".
Dall'immagine della croce come albero della vita, Cosma sviluppa il tema del Cristo crocefisso come esca per il nemico che nel paradiso diventa ingannatore con un albero e un frutto: "O albero beatissimo, su cui è stato steso Cristo, re e Signore! Per te è caduto colui che con un albero aveva ingannato, è stato adescato da Dio che nella carne in te è stato confitto, e che dona la pace alle anime nostre". Poi viene ripreso il tema della croce come vittoria sul cherubino con la spada fiammeggiante che custodisce l'ingresso del paradiso: "Di fronte a te, albero celebrato su cui fu steso Cristo, ha avuto timore, o croce, la spada roteante che custodiva l'Eden, e si è ritratto il temibile cherubino, di fronte al Cristo in te confitto, che elargisce la pace alle anime nostre".
In tutto il canone l'autore sottolinea la professione di fede trinitaria a partire da immagini veterotestamentarie: "Benedite, fanciulli, pari in numero alla Trinità, Dio Padre creatore, inneggiate al Verbo che è disceso, e ha mutato il fuoco in rugiada; e sovraesaltate per i secoli lo Spirito santissimo, che elargisce vita a tutti". D'altra parte mette in evidenza l'Incarnazione: "Mentre viene innalzato l'albero irrorato dal sangue del Verbo di Dio incarnato, inneggiate, schiere dei cieli, festeggiando il riscatto dei mortali. Adorate, popoli, la croce di Cristo, per la quale è data al mondo la risurrezione".
Infine dal parallelo tra Chiesa e paradiso si sviluppa quello tra Maria e paradiso: "Sei mistico paradiso che, senza coltivazione, o Madre di Dio, ha prodotto il Cristo, dal quale è stato piantato sulla terra l'albero vivificante della croce: adorando lui, per essa che ora viene esaltata, noi magnifichiamo te. Esultino tutti gli alberi del bosco, perché la loro natura è stata santificata da colui che nel principio l'ha piantata, Cristo, disteso sul legno. Per questo noi lo magnifichiamo".

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma

(©L'Osservatore Romano 14 settembre 2011)

jueves, 27 de julio de 2017

Oggi Anna la sterile partorisce Maria, il nido del Signore…

Il kontakion di Romano il Melodo per la festa della

Natività della Madre di Dio

            La Natività della Madre di Dio è una delle feste mariane più arcaiche, di origine gerosolimitana, testimoniata già nel IV secolo ed introdotta a Costantinopoli nel VI secolo e a Roma nel VII. I testi dell'ufficiatura nella tradizione bizantina della festa riprendono delle composizioni di autori gerosolimitani: Stefano (VI secolo) o costantinopolitani: Sergio e Germano (VII-VIII secoli). Sono dei testi che sottolineano e la preghiera di Gioacchino ed Anna nell’angoscia per la loro mancanza di discendenza, e la grande gioia per la nascita di Maria.
Romano il Melodo (VI secolo) ha un kontakion per la festa della Natività della Madre di Dio. Non si tratta di un testo molto lungo, soltanto undici strofe più una di introduzione, che è quella che poi è entrata nel mattutino della festa nella tradizione bizantina. In questa strofa introduttiva l’autore riassume i temi che poi svolgerà lungo l’intero testo, e soprattutto il mistero che la festa stessa celebra e contempla: Maria stessa, che viene cantata con i titoli di “Madre di Dio… Immacolata… nutrice del genere umano”; quindi la sua nascita che è fonte di gioia e di liberazione per due coppie, quella di Gioacchino ed Anna, liberati dalla vergogna della sterilità, e quella di Adamo ed Eva liberati dalla morte: “O Immacolata, con la tua nascita Gioacchino ed Anna furono liberati dalla mortificazione della sterilità, Adamo ed Eva dalla corruzione della morte… la sterile partorisce la Madre di Dio e la nutrice della nostra vita”. Questo ultimo versetto viene poi ripreso come conclusione di ognuna delle undici strofe del kontakion. La tristezza e la sofferenza di Gioacchino ed Anna per la loro mancanza di discendenza, e la grande gioia per la nascita di Maria saranno il filo conduttore di tutto il kontakion. Il mistero della nascita di Maria e dell'incarnazione del Verbo di Dio nel suo grembo porta la gioia a Gioacchino ed Anna, riporta in paradiso Adamo ed Eva.
            L’autore nelle due prime strofe sottolinea appunto la mancanza di discendenza di Gioacchino ed Anna e la loro preghiera fervente per ottenere il dono e la benedizione di Dio: la preghiera di Gioacchino avviene sul monte, quella di Anna nel giardino (il testo greco utilizza la parola “paradiso”); con queste due immagini sembra che Romano voglia evocare dei luoghi che poi Cristo stesso fa diventare luoghi della sua propria preghiera: “La preghiera ed il lamento di Gioacchino ed Anna per la mancanza di figli trovarono accoglienza, giunsero all’orecchio del Signore e fecero germogliare un frutto portatore di vita per il mondo… L’uno sul monte recitava la sua preghiera, l’altra nel giardino sopportava la sua umiliazione…”. In queste strofe è Maria che viene cantata, e Romano raccoglie i titoli che la tradizione patristica e liturgica danno alla Madre di Dio: “frutto portatore di vita”, “tempio santo”.
            Tre altre strofe contemplano e riassumono sia la nascita di Maria sia il suo ingresso nel tempio, due misteri celebrati dalle Chiese cristiane appunto l’8 settembre ed il 21 novembre. Gioacchino ed Anna offrono nel tempio i doni prescritti dopo la nascita di Maria: “Gioacchino aveva già recato doni al tempio, ma non erano stati graditi…: era privo di discendenza. Ma nel tempo opportuno egli presenta la Vergine con i doni di ringraziamento insieme ad Anna… Gioacchino invitò alla preghiera sacerdoti e leviti e condusse Maria in mezzo a loro…”. La quinta strofa del poema riassume tutto il mistero dell'ingresso e la vita di Maria nel tempio, dove lei vive ed è nutrita dalle mani di un angelo, e dove entra accompagnata da dieci vergini con le lampade accese tra le mani. Quindi, servendosi dell'immagine del ruscello che sgorga dal tempio in Ezechiele 47,1ss, Romano sottolinea come, grazie alla presenza di Maria il tempio stesso diventa luogo da dove sgorga la vita: “Un flusso di vita hai fatto sgorgare per noi, tu che avesti il dono di essere nutrita nel santuario da un angelo… tu che sei santa fra i santi, e tempio e nido del Signore. Le vergini condussero la Vergine con lampade prefigurando il Sole che ella diede ai credenti…”. Oltre all’immagine del “tempio”, Romano applica a Maria quella di “nido del Signore”.
            Dalla sesta all’ottava strofa troviamo la preghiera di ringraziamento di Anna. Il dono di Dio per la nascita di Maria la fa simile all’altra Anna per la nascita di Samuele il profeta; costui nel servizio diventa sacerdote del Signore, Maria diventa Madre del Signore: “Tu hai dato ascolto a me, o Signore, come a quella Anna… Ella offrì il figlio Samuele affinché servisse come sacerdote il Signore, e tu anche a me hai fatto un dono… Grande è la mia ventura perché ho generato una figlia che genererà il Signore Dio prima dei secoli, Colui che dopo il parto conserverà la madre vergine come è… Sarà lei, o Misericordioso, la tua porta per la discesa dall’alto dei cieli…”. In questa settima strofa Romano riassume tutto il mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio e della verginità di Maria.
            Romano il Melodo si trattiene ancora a narrare l’incontro ed il fidanzamento di Maria e Giuseppe: “Maria ora risplende al volgere delle stagioni e rimane nel tempio dei santi. Vedendola nel fiore della giovinezza, Zaccaria per indicazione della sorte la pone sotto l’autorità del fidanzato Giuseppe, suo promesso sposo per volere divino. Ella è donata a lui mediante un bastone mosso dallo Spirito Santo”. Nella decima strofa poi Romano elenca, parlando sempre di Maria, tutta una serie di titoli che la collegano direttamente col mistero della salvezza adoperato da Cristo nella sua incarnazione: “Il tuo parto, o Anna veneranda, è benedetto perché hai partorito la gloria del mondo, l’agognata mediatrice per il genere umano. Ella è muraglia, fortezza e rifugio di quanti in lei confidano. Ogni cristiano ha in lei protezione, riparo e speranza di salvezza…”. Il kontakion finisce con una preghiera a Dio Creatore dell'universo e dell'uomo con la sua Parola e la sua Sapienza, lui l’unico amico degli uomini, misericordioso, protettore e pastore del suo gregge.
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio greco
Roma



Romano il Melodo per la Natività della Madre di Dio
Oggi la sterile
partorisce il nido del Signore
La Natività della Madre di Dio è una delle feste mariane più arcaiche, di origine gerosolimitana, testimoniata già nel iv secolo e introdotta a Costantinopoli nel vi secolo e a Roma nel VII. I testi dell’ufficiatura nella tradizione bizantina della festa — che riprendono autori di Gerusalemme (Stefano, VI secolo) o costantinopolitani (Sergio e Germano, secoli VII-VIII) — sottolineano la preghiera di Gioacchino e Anna nell’angoscia per la mancanza di discendenza e la grande gioia per la nascita di Maria.

Romano il Melodo (VI secolo) ha un kontàkion per la festa della Natività della Madre di Dio. Nella strofa introduttiva l’autore riassume i temi svolti nel testo e soprattutto il mistero che la festa celebra e contempla: Maria stessa, cantata con i titoli di «Madre di Dio, immacolata, nutrice del genere umano», e la sua nascita, fonte di gioia per due coppie, quella di Gioacchino e Anna, liberati dalla vergogna della sterilità, e quella di Adamo ed Eva, liberati dalla morte.
Le due prime strofe sottolineano la mancanza di discendenza di Gioacchino e Anna e la loro preghiera fervente per ottenere il dono e la benedizione di Dio: la preghiera di Gioacchino avviene sul monte, quella di Anna nel giardino (in greco, «paradiso»); con queste due immagini Romano sembra evocare luoghi dove poi Cristo stesso pregherà: «La preghiera e il lamento di Gioacchino e Anna per la mancanza di figli trovarono accoglienza, giunsero all’orecchio del Signore e fecero germogliare un frutto portatore di vita per il mondo. L’uno sul monte recitava la sua preghiera, l’altra nel giardino sopportava la sua umiliazione».
Tre altre strofe contemplano e riassumono la nascita di Maria e il suo ingresso nel tempio, due misteri celebrati dalle Chiese cristiane appunto l’8 settembre e il 21 novembre. Gioacchino e Anna offrono nel tempio i doni prescritti dopo la nascita di Maria: «Gioacchino aveva già recato doni al tempio, ma non erano stati graditi: era privo di discendenza. Ma nel tempo opportuno egli presenta la Vergine con i doni di ringraziamento insieme ad Anna. Gioacchino invitò alla preghiera sacerdoti e leviti e condusse Maria in mezzo a loro».
La quinta strofa del poema riassume il mistero dell’ingresso e la vita di Maria nel tempio, dove lei vive nutrita dalle mani di un angelo ed entra accompagnata da dieci vergini con le lampade accese tra le mani. Quindi, servendosi dell’immagine del ruscello che sgorga dal tempio (in Ezechiele, 47, 1-12), Romano sottolinea come, grazie alla presenza di Maria il tempio stesso diventa luogo da dove sgorga la vita: «Un flusso di vita hai fatto sgorgare per noi, tu che avesti il dono di essere nutrita nel santuario da un angelo, tu che sei santa fra i santi, e tempio e nido del Signore. Le vergini condussero la Vergine con lampade prefigurando il Sole che ella diede ai credenti». Oltre all’immagine del «tempio», Romano applica a Maria quella di «nido del Signore».
Segue la preghiera di ringraziamento di Anna. Il dono di Dio per la nascita di Maria la fa simile all’altra Anna per la nascita di Samuele il profeta; costui nel servizio diventa sacerdote del Signore, Maria diventa Madre del Signore: «Tu hai dato ascolto a me, o Signore, come a quella Anna. Ella offrì il figlio Samuele affinché servisse come sacerdote il Signore, e tu anche a me hai fatto un dono. Grande è la mia ventura perché ho generato una figlia che genererà il Signore Dio prima dei secoli, Colui che dopo il parto conserverà la madre vergine come è. Sarà lei, o misericordioso, la tua porta per la discesa dall’alto dei cieli».
Il poeta descrive quindi l’incontro e il fidanzamento di Maria e Giuseppe: «Maria ora risplende al volgere delle stagioni e rimane nel tempio dei santi. Vedendola nel fiore della giovinezza, Zaccaria per indicazione della sorte la pone sotto l’autorità del fidanzato Giuseppe, suo promesso sposo per volere divino. Ella è donata a lui mediante un bastone mosso dallo Spirito Santo».
Alla fine Romano elenca una serie di titoli che collegano Maria col mistero della salvezza operato da Cristo: «Il tuo parto, o Anna veneranda, è benedetto perché hai partorito la gloria del mondo, l’agognata mediatrice per il genere umano. Ella è muraglia, fortezza e rifugio di quanti in lei confidano. Ogni cristiano ha in lei protezione, riparo e speranza di salvezza». Chiude il poema una preghiera a Dio, l’unico amico degli uomini.
 Manuel Nin

8 settembre 2011

miércoles, 19 de julio de 2017

Sollevate o porte i vostri capi, perché oggi entra la Madre del Re
L’omelia di Giacomo di Sarug per la festa della Dormizione della Madre di Dio
            Giacomo di Sarug è assieme ad Efrem di Nisibi una delle grandi figure della letteratura siriaca. Vissuto nella Mesopotamia tra il 451 circa ed il 521, fu monaco e quindi vescovo di Sarug nei dintorni di Edessa. Di lui si sono conservate una grande quantità di omelie in prosa o in verso, su svariati argomenti molti di essi riguardanti aspetti legati alle feste dell'anno liturgico. Sei omelie di Giacomo trattano della figura della Madre di Dio, di cui una sulla sua morte e la sua sepoltura, composta servendosi della prosa poetica.
            L’inizio del testo è una lunga invocazione a Cristo il Figlio di Dio incarnatosi di Maria, invocazione fatta a modo quasi di professione di fede: “O Figlio, che per il tuo amore hai lasciato l’altezza e ti sei umiliato e sei disceso sulla terra. Hai rivestito un corpo e dalla figlia di Davide ti sei fatto uomo. O Figlio unigenito che dal nulla hai creato Adamo… e hai dato a lui lo Spirito di vita…”. Si tratta di una invocazione indirizzata al Figlio con la richiesta di poter lodare e cantare la sepoltura della madre: “Tu che ci hai visitati e hai voluto compiere tutta l’economia di salvezza, concedimi di cantare la sepoltura di colei che è stata fedele”. Giacomo in primo luogo associa Maria alla morte e alla sepoltura di suo Figlio: “Molti dolori soffrì la madre tua per te quando fosti crocefisso… i suoi occhi versarono lacrime quando ti vide sospeso sulla croce, squarciato dalla lancia… e quando ti seppellirono”. Maria percorre il cammino verso la morte, come l’hanno percorso tutti i santi e giusti iniziando da quelli dell’Antico Testamento: “E anche alla madre giunse la fine, per emigrare nel mondo pieno di beni. Venne il tempo di camminare sulla via di tutte le generazioni che sono dipartite e sono arrivate alla meta”.
Giacomo di Sarug si trattiene poi ad enumerare tutti quelli che sono morti, da Adamo fino a tutti i profeti; per ognuno di essi l’autore ne sottolinea un aspetto che lo contraddistingue: “In quella via camminò Adamo, primo delle generazioni, e Seth il buono, pure la generazione di Noè il giusto…; ed anche Abramo ed Isacco buoni operai, e Giacobbe giusto e umile…; e l’uomo di desiderio Daniele, ed Ezechiele delle profezie mirabili…, ed Isaia, l’uomo della parola di verità”. Giacomo prosegue con la descrizione di tutta l’economia di Cristo: “Discese ed abitò nel seno puro della vergine, una storia che vogliamo raccontare…”; e l’autore si sofferma nei momenti fondamentali del mistero della salvezza di Cristo: la sua incarnazione e nascita da Maria, il battesimo, i miracoli, la scelta dei dodici, fino alla sua passione, morte e risurrezione: “Poi il Signore nostro venne messo a morte, e morì e ci liberò e risuscitò dal sepolcro e ci sollevò con se”. La morte arriva anche a Maria affinché anche lei partecipasse alla passione del Figlio: “Anche alla madre di Gesù Cristo, Figlio di Dio la morte arrivò, affinché gustasse il suo calice”. Anche altri autori orientali trattando la festa del transito di Maria sottolineano la sua morte come partecipazione piena alla passione, morte e risurrezione del Figlio.
Giacomo di Sarug enumera tutti coloro che si radunano per celebrare la morte di Maria, raduno, celebrazione, che anche nell’iconografia della festa ha un carattere chiaramente di celebrazione liturgica. Iniziano le figure veterotestamentarie: “Il Signore comandò agli angeli, e discesero a torme e cantarono i loro giubili di gloria… Convennero i giusti ed i patriarchi dall’antichità, i profeti, i sacerdoti e i figli di Levi…”. Infine sono gli apostoli che diventano i veri celebranti di questa liturgia che unisce il cielo alla terra: “Pure il coro dei dodici apostoli eletti, che seppellisce il corpo della vergine sempre benedetta”. L’autore poi si trattiene a fare un parallelo tra la sepoltura di Cristo e quella della Madre di Dio: “Il corpo del Figlio seppellì Nicodemo il giusto, ed il corpo della vergine Giovanni l’eletto figlio del tuono… In una caverna di pietra, in un sepolcro nuovo, introdussero e posero il Figlio della Benedetta. E pure la Madre del Figlio di Dio, nella caverna, nel sepolcro roccioso introdussero e deposero…”. La presenza di Cristo stesso e le schiere celesti alla sepoltura di Maria viene paragonata ancora a quella di Mosè, pure lui sepolto da Dio: “Il Signore discese per seppellire il suo servo Mosè; così anche assieme ali angeli egli seppellì la madre secondo il corpo. Mosè il profeta fu da Dio sepolto sul vertice del monte; anche Dio con gli angeli seppellisce Maria sul monte degli ulivi”.
Tutta la creazione si raccoglie meravigliata nel giorno della sepoltura di Maria; in questo modo Giacomo di Sarug associa in un’unica liturgia quella della terra, nella sepoltura di Maria, e quella del cielo nella sua piena glorificazione: “Quando il Maestro seppellì sua madre, si raccolse tutto il coro degli apostoli, e con essi i serafini di fuoco, ed i cherubini terribili associati al suo trono, e Gabriele e Michele con le loro schiere… tutti gli uccelli e tutti gli animali cantarono la gloria… tutti gli alberi con i loro frutti stillarono odore… le acque ed i pesci conobbero questo giorno”.
Infine con una lunga serie di versetti che iniziano tutti con la parola “oggi”, Giacomo di Sarug contempla la morte e la glorificazione di Maria, questo giorno che si celebra, come annuncio di salvezza per tutte le genti, iniziando da quei patriarchi e profeti che all’inizio dell'omelia Giacomo stesso ha elencato come passati anche loro per la morte: “Oggi Adamo ed Eva godono perché la loro figlia abita con loro… Oggi i giusti Noè ed Abramo godono perché la loro figlia li ha visitati… Oggi gode Giacobbe perché la figlia che germinò dalla sua radice lo ha chiamato a vita… Oggi godono Ezechiele ed Isaia perché colei che profetarono li visita nel luogo dei morti…”. Giacomo conclude l’omelia sottolineando il carattere pasquale della festa applicando anche a Maria il testo del salmo 23: “E i serafini di fuoco con grande voce dicono: «Sollevate o porte i vostri capi, perché vuol entrare la Madre del Re» Oggi il nome del Re Messia che sul Golgota fu crocefisso, concede ed effonde vita e misericordia a chi l’invoca”.
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma





L’omelia di Giacomo di Sarug per la Dormizione di Maria
Spalancatevi porte
entra la Madre del Re
Di Giacomo di Sarug — monaco siriaco (451-521) vissuto in Mesopotamia e poi vescovo di Sarug presso Edessa — si sono conservate molte omelie. Sei sono dedicate alla Madre di Dio, di cui una sulla sua morte e sepoltura. Il testo invoca innanzi tutto Cristo: «O Figlio, che per il tuo amore hai lasciato l’altezza e ti sei umiliato e sei disceso sulla terra, hai rivestito un corpo e dalla figlia di Davide ti sei fatto uomo, o Figlio unigenito che dal nulla hai creato Adamo e hai dato a lui lo Spirito di vita». Ma il Figlio è invocato per poter lodare la madre: «Tu che ci hai visitati e hai voluto compiere tutta l’economia di salvezza, concedimi di cantare la sepoltura di colei che è stata fedele».

Subito Giacomo associa Maria alla morte di Cristo: «Molti dolori soffrì la madre tua per te quando fosti crocefisso, i suoi occhi versarono lacrime quando ti vide sospeso sulla croce, squarciato dalla lancia, e quando ti seppellirono». Maria percorre il cammino come tutti i santi e giusti: «E anche alla madre giunse la fine, per emigrare nel mondo pieno di beni. Venne il tempo di camminare sulla via di tutte le generazioni che sono dipartite e sono arrivate alla meta».
L’omelia enumera quanti sono morti, da Adamo ai profeti: «In quella via camminò Adamo, primo delle generazioni, e Seth il buono; e anche Abramo e Isacco buoni operai, e Giacobbe giusto e umile; e l’uomo di desiderio Daniele ed Ezechiele dalle profezie mirabili, e Isaia, l’uomo della parola di verità». Giacomo descrive poi l’economia di Cristo, che «discese e abitò nel seno puro della Vergine», e i suoi momenti fondamentali: incarnazione e nascita da Maria, battesimo, miracoli, scelta dei Dodici, fino alla passione, morte e risurrezione.
La morte giunge anche per Maria, che partecipa alla passione del Figlio, come sottolineano pure altri autori orientali: «Anche alla madre di Gesù Cristo, Figlio di Dio, la morte arrivò, affinché gustasse il suo calice». Sono quindi nominati coloro che si radunano per celebrare la morte di Maria, celebrazione che anche nell’iconografia della festa ha carattere liturgico: angeli, giusti e patriarchi, profeti, sacerdoti e leviti, e infine gli apostoli, i veri celebranti di questa liturgia che unisce cielo e terra: «Pure il coro dei dodici apostoli eletti, che seppellisce il corpo della vergine sempre benedetta».
Giacomo fa un parallelo tra la sepoltura di Cristo e quella di Maria: «Il corpo del Figlio seppellì Nicodemo il giusto, e il corpo della Vergine Giovanni l’eletto figlio del tuono. In una caverna di pietra, in un sepolcro nuovo, introdussero e posero il Figlio della Benedetta. E pure la Madre del Figlio di Dio nella caverna, nel sepolcro roccioso, introdussero e deposero». La sepoltura di Maria è paragonata anche a quella di Mosè: «Il Signore discese per seppellire il suo servo Mosè; così anche assieme agli angeli egli seppellì la madre secondo il corpo. Mosè il profeta fu da Dio sepolto sul vertice del monte; anche Dio con gli angeli seppellisce Maria sul monte degli Ulivi».
E in un’unica liturgia tra terra e cielo la creazione si raccoglie meravigliata: «Quando il Maestro seppellì sua madre, si raccolse tutto il coro degli apostoli, e con essi i serafini di fuoco, e i cherubini terribili associati al suo trono, e Gabriele e Michele con le loro schiere; tutti gli uccelli e tutti gli animali cantarono la gloria, tutti gli alberi con i loro frutti stillarono odore, le acque e i pesci conobbero questo giorno».
L’autore contempla infine la morte e la glorificazione di Maria, nel giorno che si celebra come annuncio di salvezza per tutte le genti: «Oggi Adamo ed Eva godono perché la loro figlia abita con loro. Oggi i giusti Noè ed Abramo godono perché la loro figlia li ha visitati. Oggi gode Giacobbe perché la figlia che germinò dalla sua radice lo ha chiamato a vita. Oggi godono Ezechiele e Isaia perché colei che profetarono li visita nel luogo dei morti». Giacomo conclude l’omelia applicando a Maria il salmo 23: «E i serafini di fuoco con grande voce dicono: Sollevate, o porte, i vostri capi, perché vuole entrare la Madre del re. Oggi il nome del re Messia, che sul Golgota fu crocefisso, concede ed effonde vita e misericordia a chi l’invoca».
  Manuel Nin
14 agosto 2011
[parola chiave: Mariologia]


viernes, 14 de julio de 2017

Oggi le lacrime degli uomini commuovono l’Amico degli uomini…
L’innografia di Romano il Melodo per la festa del profeta Elia
            Le liturgie cristiane di Oriente e di Occidente celebrano il giorno 20 luglio la festa del profeta Elia il Tesbita. La liturgia bizantina ce lo presenta come il grande intercessore per il popolo, l'uomo pieno di zelo per il Signore. Romano il Melodo ha un kontakion dedicato al profeta Elia, formato da ben 33 strofe; le due prime strofe di questo testo sono entrate inoltre nell’ufficiatura del mattutino della tradizione bizantina . Lungo tutto il poema, Romano snoda un dialogo –si direbbe quasi la lotta in alcune delle strofe- tra la misericordia e la magnanimità di Dio verso il popolo peccatore da una parte e lo zelo e l’ira di Elia nei confronti di costui dall’altra. “Dio, il solo amico degli uomini” sarà il ritornello che concluderà ognuna delle 33 strofe del poema.
È la prima strofa del testo che riassume il contenuto di tutto il testo: “Vedendo le molte trasgressioni degli uomini  e il grande amore di Dio per loro, Elia fu sconvolto dall’ira e al Pietoso rivolse parole senza pietà: «Fa’ sentire la tua collera a quanti ora ti offendono, giudice giusto!» Ma non poté indurre in alcun modo la misericordia del Buono a punire quelli che lo offendevano, perché sempre attende il ravvedimento di tutti, il solo amico degli uomini”. Di fronte alla pazienza di Dio, il profeta quindi decide di agire per conto proprio; addirittura sa che Dio è “facile” a commuovere, e cerca di impegnarlo con un giuramento. Toccanti sono le espressioni che Romano mette in bocca del profeta che sa di conoscere la magnanimità di Dio: “Vedendo il profeta tutta la terra nell’empietà e l’Altissimo che sopportava e non si adirava, si infuriò e dichiarò all’Altissimo: «Agirò io d’autorità e punirò quelli che ti offendono… essi non si danno pensiero della tua grande pazienza, Padre misericordioso! Ora farò io da giudice per conto del Creatore… Ma mi preoccupa la divina indulgenza: per commuovere l’amico degli uomini bastano poche lacrime! Fermerò la sua pietà rafforzando la decisione con un giuramento…»”. Romano, lungo tutto il poema, sottolineerà questo quasi scontro tra lo zelo del profeta Elia: “il Giusto, rispettando il giuramento, non cancellerà il suo decreto…”, e la magnanimità di Dio: “Se vedrò sgorgare pentimento e lacrime, non potrò non elargire agli uomini la mia pietà, io, il solo amico degli uomini”.
            Il dilemma, quasi l’imbarazzo di Dio tra misericordia e giustizia lo porta a far sperimentare anche al profeta stesso la fame e la sete del popolo punito: “…gli abitanti della terra deperivano gemendo e tendendo le mani al misericordioso. E Lui era in preda a un dilemma: desideroso di aprire il suo cuore a coloro che lo invocavano e di cedere alla pietà, ma provando vergogna per il profeta e per il giuramento da lui fatto”. Romano mette in luce come Elia riesce a vincere la fame e la sete a cui Dio stesso lo sottopone, perché il suo zelo e la stessa ira verso il popolo diventano per lui quasi un nutrimento: “Il tesbita era gonfio d’ira contro i suoi simili… e come pietra insensibile resisteva la fame, perché in luogo del cibo si nutriva del suo fermo proposito”. Le strofe 10 ed 11 del poema costituiscono uno dei momenti più forti dello scontro tra Dio ed il profeta: “Dio disse ad Elia: «La tua grande devozione per me, non deve provocare in te verso gli uomini un sentimento cattivo… Io onoro la tua amicizia e non annullo il tuo decreto, ma non riesco a sostenere il pianto e l’angoscia di tutti gli uomini che ho creato!» Ed Elia rispose al Signore: «Preferisco morire di fame, o Santissimo! Se solo riuscirò a punire gli empi, sarà per me un gran sollievo… perciò non avere pietà di me… ma soltanto stermina gli empi sulla terra»”.
            Romano il Melodo dedica quindi dieci strofe all’incontro di Elia con la vedova di Sarepta, donna straniera con un figlio. Essa muove il profeta alla misericordia verso di lei, malgrado essere pagana, ma non verso il popolo: “Nei confronti di tutti gli altri sono stato insensibile, ma nei confronti di costei mi trasformerò: abituerò la mia natura a rallegrarsi delle opere di misericordia…”. Con delle immagini molto belle, Romano presenta la morte del figlio della vedova come una pedagogia di Dio stesso per portare Elia alla compassione verso il suo popolo: “«Io credo, O Salvatore», disse Elia, «che la morte di questo ragazzo sia un espediente della tua saggezza… per costringermi alla misericordia. Così quando io ti chiederò: “Risuscita il figlio della vedova che è morto”, tu subito risponderai: “Abbi pietà del mio figlio Israele…”». La risposta di Dio al profeta diventa un annuncio della sua misericordia, della sua magnificenza, una buona novella al profeta e a tutti gli uomini: “Il Misericordioso rispose ad Elia: «Ora presta orecchio alle mie parole: io soffro e voglio adoperarmi perché la punizione finisca, perché sono misericordioso. Da padre io mi piego ai torrenti di lacrime… voglio che i peccatori si salvino… E adesso profeta ascoltami, voglio che tu sappia bene che tutti gli uomini hanno la garanzia della mia compassione…». E Romano, con l’immagine di un accordo, descrive la fine dello scontro tra Dio ed il profeta e la fine anche della punizione del popolo: “Dio disse ad Elia: «Ti propongo un accordo. Tu sei stato turbato soltanto dalle lacrime di una vedova, io invece per tutti gli uomini…». Ed Elia disse: «Sia fatta la tua volontà! Elargisci la pioggia e dona al morto la vita. Poiché tu, o Dio, sei vita, resurrezione e redenzione…»”.
            Quasi una ripresa dell'argomento centrale del poema, cioè lo scontro tra lo zelo del profeta e la misericordia di Dio, Romano lo ripropone in vista però alla conclusione “cristologica” delle ultime strofe: “Quando poi molto tempo fu trascorso, Elia vide la malvagità degli uomini e pensò di rendere più grave il castigo. Ma il Misericordioso si rivolse al profeta dicendo: «Io conosco lo zelo che hai per quel che è giusto… ma ho compassione dei peccatori… tu ti adiri perché sei irreprensibile… io invece non sopporto che qualcuno si perda…»”. Quindi Dio, nel suo amore per gli uomini e quasi stanco dello zelo di Elia, decide di prendere con se il profeta, senza farlo passare per la morte, e scendere lui stesso, incarnandosi, facendosi uno tra gli uomini, capace di sopportare le loro colpe e liberarli da esse: “Dio disse ad Elia: «Lascia, amico mio, la dimora degli uomini, e scenderò io facendomi uomo nella mia misericordia… io che sono dal cielo, starò insieme ai peccatori e li libererò dalle loro colpe… scendo io che so prendere sulle mie spalle la pecora smarrita».
            La strofa conclusiva è un parallelo tra Elia e Cristo stesso: “Elia fu sollevato su un carro di fuoco, mentre il Cristo fu innalzato fra le nuvole e le potestà; quello dall’alto mandò il mantello ad Eliseo, mentre Cristo mandò ai suoi apostoli il santo Paraclito che tutti noi abbiamo ricevuto col battesimo…”.

P. Manuel Nin osb
Pontificio Collegio Greco
Roma


Romano il Melodo per la festa del profeta Elia
Le lacrime commuovono
l’amico degli uomini
Le liturgie cristiane di oriente e occidente celebrano il 20 luglio la festa del profeta Elia il tesbita. Quella bizantina lo presenta come il grande intercessore per il popolo, pieno di zelo per il Signore. Romano il Melodo ha un kontàkion dedicato al profeta di 33 strofe, dialogo — in alcuni momenti, quasi una lotta — tra la misericordia e la magnanimità di Dio e lo zelo e l’ira di Elia. «Dio, il solo amico degli uomini» è il ritornello che lo scandisce.
La prima strofa del testo lo riassume tutto: «Vedendo le molte trasgressioni degli uomini e il grande amore di Dio per loro, Elia fu sconvolto dall’ira e al Pietoso rivolse parole senza pietà: Fa’ sentire la tua collera a quanti ora ti offendono, giudice giusto! Ma non poté indurre in alcun modo la misericordia del Buono a punire quelli che lo offendevano, perché sempre attende il ravvedimento di tutti, il solo amico degli uomini». Di fronte alla pazienza di Dio, il profeta decide di agire per conto proprio. 
Toccanti sono le espressioni del profeta: «Vedendo il profeta tutta la terra nell’empietà e l’Altissimo che sopportava e non si adirava, si infuriò e dichiarò: Agirò io d’autorità e punirò quelli che ti offendono; essi non si danno pensiero della tua grande pazienza, Padre misericordioso! Ora farò io da giudice per conto del Creatore. Ma mi preoccupa la divina indulgenza: per commuovere l’amico degli uomini bastano poche lacrime! Fermerò la sua pietà rafforzando la decisione con un giuramento». Romano sottolinea questo quasi scontro tra lo zelo di Elia e la magnanimità di Dio: «Se vedrò sgorgare pentimento e lacrime, non potrò non elargire agli uomini la mia pietà, io, il solo amico degli uomini».
Il dilemma di Dio tra misericordia e giustizia lo porta a far sperimentare anche al profeta la fame e la sete del popolo punito: «Gli abitanti della terra deperivano gemendo e tendendo le mani al misericordioso. E Lui era in preda a un dilemma: desideroso di aprire il suo cuore a coloro che lo invocavano e di cedere alla pietà, ma provando vergogna per il profeta e per il giuramento da lui fatto». Romano mette in luce come Elia vince la fame e la sete a cui Dio stesso lo sottopone, perché lo zelo e l’ira verso il popolo diventano per lui quasi un nutrimento: «Il tesbita era gonfio d’ira contro i suoi simili, e come pietra insensibile sopportava la fame, perché in luogo del cibo si nutriva del suo fermo proposito».
Viene poi uno dei momenti più forti dello scontro tra Dio e il profeta: «Dio disse a Elia: La tua grande devozione per me, non deve provocare in te verso gli uomini un sentimento cattivo. Io onoro la tua amicizia e non annullo il tuo decreto, ma non riesco a sostenere il pianto e l’angoscia di tutti gli uomini che ho creato! Ed Elia rispose al Signore: Preferisco morire di fame, o Santissimo! Se solo riuscirò a punire gli empi, sarà per me un gran sollievo; perciò non avere pietà di me, ma soltanto stermina gli empi sulla terra».
L’incontro del profeta con la vedova di Sarepta, donna pagana con un figlio, lo muove alla misericordia: «Nei confronti di tutti gli altri sono stato insensibile, ma nei confronti di costei mi trasformerò: abituerò la mia natura a rallegrarsi delle opere di misericordia». Con immagini molto belle, Romano presenta la morte del figlio della vedova come una pedagogia di Dio stesso per portare Elia alla compassione verso il suo popolo: «Io credo, o Salvatore, disse Elia, che la morte di questo ragazzo sia un espediente della tua saggezza per costringermi alla misericordia. Così quando io ti chiederò: Risuscita il figlio della vedova che è morto, tu subito risponderai: Abbi pietà del mio figlio Israele».
La risposta di Dio al profeta diventa un annuncio della sua misericordia: «Il Misericordioso rispose a Elia: Ora presta orecchio alle mie parole: io soffro e voglio adoperarmi perché la punizione finisca, perché sono misericordioso. Da padre io mi piego ai torrenti di lacrime, voglio che i peccatori si salvino. E adesso profeta ascoltami, voglio che tu sappia bene che tutti gli uomini hanno la garanzia della mia compassione». E Romano, con l’immagine di un accordo, descrive la fine dello scontro tra Dio e il profeta e della punizione del popolo: «Dio disse a Elia: Ti propongo un accordo. Tu sei stato turbato soltanto dalle lacrime di una vedova, io invece per tutti gli uomini. Ed Elia disse: Sia fatta la tua volontà! Elargisci la pioggia e dona al morto la vita. Poiché tu, o Dio, sei vita, risurrezione e redenzione».
Alla fine Dio, quasi stanco dello zelo di Elia, decide di prenderlo con sé, senza farlo passare per la morte, e di incarnarsi: «Dio disse a Elia: Lascia, amico mio, la dimora degli uomini, e scenderò io facendomi uomo nella mia misericordia; io che sono dal cielo, starò insieme ai peccatori e li libererò dalle loro colpe; scendo io che so prendere sulle mie spalle la pecora smarrita».
La conclusione è un parallelo tra il profeta e Cristo stesso: «Elia fu sollevato su un carro di fuoco, mentre il Cristo fu innalzato fra le nuvole e le potestà; quello dall’alto mandò il mantello a Eliseo, mentre Cristo mandò ai suoi apostoli il santo Paraclito che tutti noi abbiamo ricevuto col battesimo».
  MANUEL NIN
Pontificio Collegio Greco
20 luglio 2011
Roma