martes, 7 de enero de 2014

Il periodo dell’Annunciazione nella tradizione Siro Occidentale.
Per portare gli uomini alla conoscenza del Signore…
            La Chiesa Siro Occidentale, chiamata anche Siro Antiochena, è una delle due grandi Chiese di tradizione siriaca –l’altra è la Chiesa Siro Orientale, chiamata anche Assira e Caldea-; ambedue queste Chiese hanno il loro origine nella sede patriarcale di Antiochia, e confessano la loro fede e celebrano la liturgia in lingua siriaca. La Chiesa Siro Occidentale, benché antiochena come patriarcato di fondazione, rimarrà profondamente segnata e dipendente dal pensiero cristologico ed esegetico della scuola alessandrina, soprattutto attraverso l’opera di Cirillo di Alessandria (+444), fatto che porterà questa Chiesa ad un rifiuto del concilio di Calcedonia (451). Oltre al grande padre di questa Chiesa, Sant’Efrem di Nisibi (+373), essa si riconosce anche nelle figure di Severo di Antiochia (+538), ed anche Giacomo Bar Addai (+578) che nel VI secolo organizza gerarchicamente questa Chiesa e ne consuma la separazione dalla Chiesa che rimarrà fedele a Calcedonia ed all’imperatore Giustiniano e che verrà chiamata Chiesa Melchita. Dal XVII secolo una parte della Chiesa Siro Occidentale entra in piena comunione con la Chiesa di Roma, e verrà chiamata Chiesa Siro Cattolica, mentre quella non in piena comunione con Roma verrà chiamata Siro Ortodossa oppure Giacobita.
La liturgia siro occidentale quindi è quella appartenente a queste due Chiese sorelle, ed anche alle Chiese Siro Malancaresi dell’India. L’anno o ciclo liturgico in questa tradizione ecclesiale inizia otto domeniche prima di Natale con due periodi indicati coi nomi rispettivamente di “Dedicazione –anche Consacrazione o Rinnovamento- della Chiesa” (due domeniche) e “Annunciazione” (6 domeniche). Per quanto riguarda le domeniche della Dedicazione, i temi che l’ufficiatura sottolinea sono molto simili e non formano che un unico mistero: l'inizio del cammino della Chiesa nella preghiera e nella lode, verso Cristo, Verbo di Dio, nel suo mistero di incarnazione, passione, morte e risurrezione. Un primo aspetto a sottolineare in queste due domeniche è la prefigurazione veterotestamentaria della Chiesa: “A te la lode, Gesù Cristo, roccia salda e inespugnabile su di cui è stata fondata la Santa Chiesa. Essa è prefigurata dalla roccia della quale Mosè fecce sgorgare mirabilmente dodici ruscelli per dare da bere all'ingrato Israele. Essa possiede i fiumi mistici dell'Eden che per la rettitudine della dottrina spande una bevanda divina... Non è appoggiata su colonne di bronzo o di ferro, ma sui profeti che hanno rivelato le cose segrete, sugli apostoli predicatori dei misteri e sui martiri che hanno seguito le orme di Cristo... Essa non si gloria di avere il candelabro delle sette braccia, ma il sole di giustizia e le stelle del mattino che sono i dottori ispirati dallo Spirito San­to…”. Un secondo aspetto è quello della Chiesa vista come fonte e luogo della luce e della verità; essa trasmette la vera fede, essa è il luogo dei sacramenti: “Chiesa Santa, sposa piena di luce, alzati e riceve i tuoi veri pastori che nel loro zelo hanno ricevuto la scienza divina... Fai ritornare coloro che si sono deviati dalla verità, compiaciti nell'Agnello di Dio così come ti è stato tramandato dagli Apostoli e dai Padri santi, e allontana da te colui che abbandona la vera fede. Questa Chiesa Davide la cantava, questa figlia del re, adornata non in modo figurato, come la tenda di Mosè, ma dal mantello splendido della fede, il battesimo, i doni dello Spirito Santo, il santo Altare e il sangue dell'Agnello senza macchia, suo sposo, Re dei re, e dalle stelle che sono i dottori ispirati dallo Spirito Santo...”.
Le sei domeniche dell’Annunciazione –anche la tradizione ambrosiana conta con sei domeniche di Avvento, mentre che la tradizione romana ne ha quattro-, contemplano la preparazione e l’annuncio della salvezza che avviene nell’Incarnazione del Verbo eterno di Dio, e lo fanno attraverso la proclamazione di sei pericope evangeliche che danno anche il nome ad ognuna delle domeniche. 1. Annunciazione a Zaccaria (1,1-25); i testi di questa domenica contemplano le promesse fatte da Dio, e che troveranno adempimento lungo le diverse annunciazioni delle domeniche successive, per mettere in luce anche il progresso del cristiano nella conoscenza del mistero di Dio: “Lode a te, Cristo Dio nostro. Tu hai manifestato chiaramen­te alla tua Chiesa santa il mistero della tua economia e la realtà della tua venuta che ci riempie di gioia. Essa ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e per la tua miseri­cordia ci ha fatti figli tuoi”. 2. Annunciazione a Maria (Lc 1,26-38). Questa domenica mette in risalto la realtà dell’Incarnazione del Verbo di Dio: “Lode al Messia, Figlio eterno, senza principio. Dalla sua volontà, per la nostra salvezza, venne ad abitare nel grembo della Vergine, per la voce del capo degli angeli, per volontà di suo Padre e per opera dello Spirito Santo. Senza cambiamento, incarnato dalla Vergine e dallo Spirito Santo, è apparso come uomo nel mondo, facendo della terra un secondo cielo…. Noi ti lodiamo o Dio eccelso che abiti in una luce inaccessibile…; …in questo giorno noi diciamo a Maria, madre del nostro Signore: noi ti salutiamo, piena di grazia, il Signore è con te... noi ti salutiamo, piena di grazia, madre del Creatore del mondo intero;... noi ti salutiamo vello benedetto che hai accolto il Verbo di Dio come la rugiada;... noi ti salutiamo, collina sacra da dove si è staccata la roccia senza intervento umano;... noi ti salutiamo, dolce colomba, poiché il tuo Creatore ha cre­sciuto nel tuo seno, come un bambino; noi ti salutiamo, luce di coloro che siedono nelle tenebre e nell'ombra della morte... noi ti salutiamo, bella tra le donne, piena dei favori divini...”. Questa preghiera del vespro mette in evidenza tutti i titoli legati alla realtà cristologica della maternità di Maria. 3. Visitazione ad Elisabetta (Lc 1,39-56); i testi dell’ufficiatura fanno ancora progredire la Chiesa nella compren­sione del mistero dell'economia divina: “Elisabetta esclamò: Con quali parole potrò proclamare perfettamente la gloria dei misteri che si compiono in te? Per te viene cancellato il documento che Eva nostra madre aveva scritto, per te finisce la maledizione... Per questo io adoro il tuo grembo, e a colui che vi abita io dico: Dio dei nostri padri che ti sei manifestato a noi, benedetto per sempre”. 4. Nascita di Giovanni Battista, (Lc 1,56-70): “Quando arrivò per il Verbo il tempo della sua manifestazio­ne, una parola fu mandata per una nascita, come è stato detto: dà un frutto a colei che era avanzata negli anni e rallegra la sua attesa; è gioia alla madre che partorisce un frutto desiderabile e desiderato”. I testi sottolineano come la nascita di Giovanni diventa motivo di gioia e preannuncio della nascita di Cristo; notiamo anche il contrasto, tipico nella lingua siriaca, tra i due termini sinonimi: verbo e parola. 5. Annunciazione a Giuseppe, chiamata anche domenica del sogno, (Mt 1,18-25); il dubbio di Giuseppe viene a sottolineare il mistero nascosto nell'economia di Dio; i testi sottolineano sopratutto la virginità di Maria. 6. Domenica della genealogia di nostro Signore Gesù Cristo (Mt 1,1-17): “Lode a Dio, Verbo eterno, che è nato dalla Vergine senza cambiamento di natura. E` nato come uomo senza perdere la sua divinità; fu avvolto in panni e succhiò il latte come i bambini. La sua nascita riempì di gioia le altezze e le profondità... Figlio del Padre, Verbo eterno, nato dalla sua sostanza prima dei secoli, dei tempi e delle generazio­ni; te che sei al di là di qualsiasi ragionamento umano, hai voluto nascere dalla Vergine pura non sposata a causa del tuo grande amore per la nostra razza umana... Tu sei nato nell'umile Betlemme, te che riempi i cieli; hai voluto dormire in una miserabile grotta, tu che avanzi sui cheru­bini... hai voluto essere avvolto in panni, tu che riempi la terra dei colori diversi e hai messo nel cielo le stelle...”. Questo testo dell’ufficiatura del vespro dell’ultima domenica di questo periodo dell’Annunciazione” riassume tutta la professione di fede della Chiesa Siro Occidentale, un testo molto simile ad altri testi dogmatici delle tradizioni orientali, recepiti nella celebrazione della liturgia.

P. Manuel Nin osb
Pontificio Collegio Greco


Hai fatto della terra
un secondo cielo

di Manuel Nin
Nella tradizione siro-occidentale (o antiochena) l'anno liturgico inizia otto domeniche prima di Natale, un tempo che viene diviso in due periodi:  Dedicazione (o consacrazione, o rinnovamento) della Chiesa (due domeniche) e Annunciazione (sei domeniche). Nelle prime i temi sono molto simili e formano l'unico mistero dell'inizio del cammino della Chiesa, nella preghiera e nella lode, verso Cristo. Un aspetto è la prefigurazione veterotestamentaria della Chiesa:  "A te la lode, Gesù Cristo, roccia salda e inespugnabile su di cui è stata fondata la santa Chiesa. Essa è prefigurata dalla roccia dalla quale Mosè fece sgorgare mirabilmente dodici ruscelli per dare da bere all'ingrato Israele. Essa possiede i fiumi mistici dell'Eden che per la rettitudine della dottrina spande una bevanda divina. Non è appoggiata su colonne di bronzo o di ferro, ma sui profeti che hanno rivelato le cose segrete, sugli apostoli predicatori dei misteri e sui martiri che hanno seguito le orme di Cristo. Essa non si gloria di avere il candelabro delle sette braccia, ma il sole di giustizia e le stelle del mattino che sono i dottori ispirati dallo Spirito Santo".

La Chiesa è poi vista come fonte e luogo della luce e della verità, che trasmette la vera fede ed è il luogo dei sacramenti:  "Chiesa santa, sposa piena di luce, alzati e ricevi i tuoi veri pastori che nel loro zelo hanno ricevuto la scienza divina. Fai ritornare coloro che si sono deviati dalla verità, compiaciti nell'Agnello di Dio così come ti è stato tramandato dagli Apostoli e dai Padri santi, e allontana da te colui che abbandona la vera fede. Questa Chiesa Davide la cantava, questa figlia del re, adornata non in modo figurato come la tenda di Mosè, ma dal mantello splendido della fede, il battesimo, i doni dello Spirito Santo, il santo altare e il sangue dell'Agnello senza macchia, suo sposo, re dei re, e dalle stelle che sono i dottori ispirati dallo Spirito Santo".
Le sei domeniche dell'Annunciazione - anche la tradizione ambrosiana conta sei domeniche di Avvento, mentre la tradizione romana ne ha quattro - contemplano la preparazione e l'annuncio della salvezza che avviene nell'incarnazione del Verbo eterno di Dio attraverso sei pericopi evangeliche che danno il nome a ognuna delle domeniche. Così, i testi della prima domenica, dell'annunciazione a Zaccaria, presentano le promesse fatte da Dio, che troveranno adempimento nelle diverse annunciazioni delle domeniche successive, mettendo in luce anche il progresso del cristiano nella conoscenza del mistero divino.
L'annunciazione a Maria, nella seconda domenica, sottolinea la realtà dell'incarnazione del Verbo e i titoli cristologici della maternità di Maria:  "Senza cambiamento, incarnato dalla Vergine e dallo Spirito Santo, è apparso come uomo nel mondo, facendo della terra un secondo cielo. Noi ti salutiamo, piena di grazia, madre del Creatore del mondo intero; noi ti salutiamo vello benedetto che hai accolto il Verbo di Dio come la rugiada; noi ti salutiamo, collina sacra da dove si è staccata la roccia senza intervento umano; noi ti salutiamo, dolce colomba, poiché il tuo Creatore è cresciuto nel tuo seno, come un bambino; noi ti salutiamo, luce di coloro che siedono nelle tenebre e nell'ombra della morte".
Nella terza domenica, della Visitazione, progredisce la comprensione dell'economia divina:  "Elisabetta esclamò:  Con quali parole potrò proclamare perfettamente la gloria dei misteri che si compiono in te? Per te viene cancellato il documento che Eva nostra madre aveva scritto, per te finisce la maledizione. Per questo io adoro il tuo grembo, e a colui che vi abita io dico:  Dio dei nostri padri che ti sei manifestato a noi, benedetto per sempre".
La nascita di Giovanni Battista, celebrata nella quarta domenica, diventa motivo di gioia e preannuncio della nascita di Cristo, nel contrasto, tipico del siriaco, tra due sinonimi come verbo e parola:  "Quando arrivò per il Verbo il tempo della sua manifestazione, una parola fu mandata per una nascita, come è stato detto:  dà un frutto a colei che era avanzata negli anni e rallegra la sua attesa; è gioia alla madre che partorisce un frutto desiderabile e desiderato".
Nella quinta domenica, dell'annunciazione a Giuseppe (o domenica del sogno), il dubbio di Giuseppe sottolinea il mistero nascosto e soprattutto la verginità di Maria. Viene infine la sesta domenica, della genealogia del Signore:  "È nato come uomo senza perdere la sua divinità; fu avvolto in panni e succhiò il latte come i bambini. Figlio del Padre, Verbo eterno, nato dalla sua sostanza prima dei secoli, dei tempi e delle generazioni; te che sei al di là di qualsiasi ragionamento umano, hai voluto nascere dalla Vergine pura non sposata a causa del tuo grande amore per la nostra razza umana. Tu sei nato nell'umile Betlemme, te che riempi i cieli; hai voluto dormire in una miserabile grotta, tu che avanzi sui cherubini, hai voluto essere avvolto in panni, tu che riempi la terra dei colori diversi e hai messo nel cielo le stelle".

P. Manuel Nin osb
Pontificio Collegio Greco

(©L'Osservatore Romano - 29 novembre 2009)

domingo, 29 de diciembre de 2013

Il Sinassario bizantino nel mese di gennaio
Santi e profeti nell’annuncio dell’Incarnazione di Cristo

         La tradizione bizantina nel mese di gennaio

1.Circoncisione del Signore e san Basilio il Grande.
7. San Giovanni Battista.
8. San Giorgio di Coziba (+641).
10. San Gregorio di Nissa.
11. San Teodoro il Cenobiarca (+529)
14. Santi monaci martiri al Sinai e a Raithu (+370)
15. San Paolo di Tebe (IV secolo), san Giovanni il Calibita (+474)
16. Le catene di San Pietro.
17. Sant’Antonio il Grande (+356)
18. Santi Atanasio il Grande (+373) e Cirillo (+444), patriarchi di Alessandria.
19. San Macario (+390)
20. Sant’Eutimio il Grande (+473)
21. San Massimo il Confessore (+662)
24. Santa Xenia (V secolo)
25. San Gregorio di Nazianzo il Teologo (+390)
27. Traslazione delle reliquie di San Giovanni Crisostomo nel 438
28. Sant’Efrem il Siro (+373)
29. Traslazione delle reliquie di sant’Ignazio il Teoforo
30. Tre grandi gerarchi Basilio il Grande, Gregorio il Teologo e Giovanni Crisostomo; festa istituita verso il 1100.



martes, 17 de diciembre de 2013

Il profeta Elia nella tradizione bizantina
Gioisci angelo terrestre e uomo celeste
            Le liturgie cristiane di Oriente e di Occidente celebrano il giorno 20 luglio la festa del profeta Elia il Tesbita. Nella tradizione bizantina questa festa ha una ufficiatura completa, con delle letture al vespro, e al mattutino una pericope evangelica ed un canone proprio attribuito a Giuseppe l'Innografo (IX sec.). La liturgia bizantina presenta il profeta Elia come il grande intercessore per il popolo, l'uomo pieno di zelo per il Signore. Molti dei tropari della liturgia del giorno mettono insieme le due figure di Elia e del suo discepolo nella profezia Eliseo, evidenziando il ruolo di maestro dell'uno e di discepolo dell'altro: "Due astri luminosi sono sorti sulla terra, Elia ed Eliseo. L’uno, con la sua parola, ha trattenuto le gocce di pioggia dal cielo, ha rimproverato dei re e, su di un carro di fuoco, è asceso ai cieli. L’altro ha sanato le acque che rendevano sterili, e avendo ricevuto duplice grazia, ha imbrigliato i flutti del Giordano… Gioisci, angelo terrestre e uomo cele­ste, Elia glorioso. Gioisci, tu che da Dio hai ricevuto duplice la grazia, Eliseo venerabilissimo". Inoltre la celebrazione di ambedue i profeti è immagine della concordia tra Antico e Nuovo Testamento manifestatasi nel Giordano, che è luogo di salvezza e purificazione nella prima alleanza e luogo di salvezza e battesimo nella seconda: "O tu che sei salito sul carro che correva il cielo, stella d’oriente senza tramonto, distendi, insieme al mirabile Eliseo, i flutti del nuovo Giordano e rendi chiaro l’annuncio della pietà, poiché visibilmente voi rinnovate con questa dupli­ce immagine la gloria concorde dell’an­tica e della nuova alleanza, raddoppiando la benedizione per quanti ne cele­brano con fede la solen­nis­sima memo­ria…". I testi liturgici ancora mettono in rilievo il contrasto tra la visione di Dio che Elia ha nella brezza leggera ed il carro di fuoco con cui è assunto in cielo: "Non nel terremoto, ma in un’aura leggera hai con­templato, o Elia in Dio beato, la divina presenza che ti ha un giorno illuminato; trasportato poi da un carro, a quattro cavalli hai straordinariamente attra­ver­sato il cielo, guardato con stupore, o divino ispira­to".
            Un altro aspetto che troviamo in diversi dei tropari è il fatto che salendo in cielo Elia diventa precursore del secondo avvento di Cristo: "Colui che prima di essere concepito è stato santifi­cato, l’angelo in carne, l’intelletto igneo, l’uomo celeste, il divino precursore del secondo avven­to di Cristo, il glorioso Elia, fondamento dei profeti, ha misticamente convocato gli amici della festa per celebrare solennemente la sua divina memoria… L'angelo in carne, il fondamento dei profeti, il secondo precursore dell’avvento del Cristo, il glorioso Elia, inviata dall’alto la grazia ad Eliseo, scaccia le malattie e purifica i lebbrosi: anche per quanti l’onorano fa dunque scatu­rire guarigioni". Le tre lunghe letture del vespro percorrono quasi tutto il ciclo di Elia da 1Re 17 a 19: dalla sua solitudine nel torrente alimentato dai corvi, la benedizione verso la vedova, lo scontro con Acab ed i falsi profeti, la siccità e la successiva pioggia e benedizione divina, il discepolato di Eliseo, fino all'ascensione di Elia in cielo.
            L'ufficiatura del mattutino e la Divina Liturgia prevedono la stessa pericope evangelica di Lc 4,22-30: Gesù rifiutato dai suoi come profeta, che evoca la figura di Elia anche lui rifiutato anche dai suoi. Il canone del mattutino, con le sue nove odi, percorre la vita ed i prodigi di Elia; uno dei tropari della quarta ode sottolinea il ruolo di due donne nella vita di Elia: Gezabele e la vedova; l'una lo perseguita fino a farlo diventare esule, l'altra ne attira la misericordia: "Dio piega il tuo zelo infuocato e ti invia da una vedova per esserne nutrito, tu che eri divenuto fuggia­sco, o Elia, per la minaccia di una donna, o uomo mirabi­le: ti prego dunque di nutrire con divini carismi la mia anima affamata".
            Alcuni dei testi liturgici mettono l'accento nello zelo che Elia mostra nel combattere l'empietà nella casa di Israele: "Hai trattenuto nubi cariche di pioggia, acceso di zelo per la fede… Mostrandoti sacerdote, hai immolato con le tue mani innocenti, o felicissimo, i sacerdoti degli abomini che operavano ciò che è indegno…". Altri dei tropari, però, con immagini che si potrebbero dire evangeliche, mettono in contrasto lo zelo di Elia con la misericordia di Dio che attende sempre la conversione degli uomini: "Vedendo il profeta Elia la grande iniquità degli uomini e il grande amore di Dio per loro, sconvolto e pieno di sdegno rivolse parole spietate al pietoso, gridando: Scatena dunque la tua ira contro i ribelli, o giustissimo Giudi­ce. Ma non riuscì per nulla a scuotere le viscere pietose del Buono, così da indurlo a castigare quanti si erano rivoltati contro di lui: sempre infatti attende la conversione di tutti, il solo amico degli uomini".
            Alcuni dei testi liturgici sottolineano come la visione di Dio in Elia, e per tutti i cristiani, va legata anche ad una purificazione, ad una vita nell'ascesi: "Sei stato degno di vedere Dio in una leggerissima brezza, per quanto è possibile vederlo, tu che prima avevi reso leggero il tuo corpo, o glorioso, con le opere dell’asce­si. Ti prego dunque: per le tue pre­ghi­e­re ri­schiara con i divini fulgori della penitenza il mio intelletto, alleg­gerendone la pesantezza".
            L'iconografia bizantina rappresenta Elia nella solitudine di una grotta, alimentato col pane da un corvo, a partire da 1Re 17,6, e che è l'immagine ripresa poi da san Gregorio Magno e applicata ai primi anni di solitudine di san Benedetto a Subiaco. Un'altra tradizione iconografica riassume invece in un'unica immagine tutta la vita di Elia fino alla sua ascensione in cielo sul carro di fuoco.
   La figura del profeta Elia è molto stimata nella tradizione monastica di Oriente e di Occidente. La tradizione bizantina nel tropario per la festa di sant'Antonio il Grande e anche per lo stesso san Benedetto presenta i due santi monaci come imitatori di Elia: "Imitando con i tuoi costumi lo zelo di Elia, seguendo il Battista su retti sentieri, o padre Antonio, sei divenuto colonizzatore del deserto, e hai rafforzato tutta la terra con le tue preghiere. Intercedi dunque presso il Cristo Dio per la salvezza delle anime nostre".

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma




Gioisci angelo terrestre
e uomo celeste

di Manuel Nin
Il 20 luglio le liturgie cristiane di oriente e occidente celebrano la festa del profeta Elia. Quella bizantina - che ha una ufficiatura completa e un canone proprio attribuito a Giuseppe l'Innografo (ix secolo) - lo presenta come il grande intercessore per il popolo, uomo pieno di zelo per il Signore. Molti tropari mettono insieme Elia e il suo discepolo Eliseo:  "Due astri luminosi sono sorti sulla terra, Elia ed Eliseo. L'uno, con la sua parola, ha trattenuto le gocce di pioggia dal cielo, ha rimproverato i re e, su un carro di fuoco, è asceso ai cieli. L'altro ha sanato le acque che rendevano sterili, e avendo ricevuto duplice grazia, ha imbrigliato i flutti del Giordano. Gioisci, angelo terrestre e uomo celeste, Elia glorioso. Gioisci, tu che da Dio hai ricevuto duplice la grazia, Eliseo venerabilissimo".

Inoltre, la celebrazione dei due profeti è immagine della concordia tra Antico e Nuovo Testamento manifestatasi nel Giordano, luogo di salvezza e purificazione nella prima alleanza e luogo di salvezza e battesimo nella seconda:  "O tu che sei salito sul carro che correva il cielo, stella d'oriente senza tramonto, distendi, insieme al mirabile Eliseo, i flutti del nuovo Giordano e rendi chiaro l'annuncio della pietà, poiché visibilmente voi rinnovate con questa duplice immagine la gloria concorde dell'antica e della nuova alleanza, raddoppiando la benedizione per quanti ne celebrano con fede la solennissima memoria". I testi liturgici mettono poi in rilievo il contrasto tra la visione di Dio che Elia ha nella brezza leggera e il carro di fuoco con cui è assunto in cielo:  "Non nel terremoto, ma in un'aura leggera hai contemplato, o Elia in Dio beato, la divina presenza che un giorno ti ha illuminato; trasportato poi da un carro a quattro cavalli, hai straordinariamente attraversato il cielo, guardato con stupore, o divino ispirato".
In diversi tropari Elia, salendo in cielo, diventa precursore del ritorno finale del Signore:  "Colui che prima di essere concepito è stato santificato, l'angelo in carne, l'intelletto igneo, l'uomo celeste, il divino precursore del secondo avvento di Cristo, il glorioso Elia, fondamento dei profeti, ha misticamente convocato gli amici della festa per celebrare solennemente la sua divina memoria. L'angelo in carne, il fondamento dei profeti, il secondo precursore dell'avvento del Cristo, il glorioso Elia, inviata dall'alto la grazia a Eliseo, scaccia le malattie e purifica i lebbrosi:  anche per quanti l'onorano fa dunque scaturire guarigioni". Le tre lunghe letture del vespro percorrono quasi tutto il ciclo di Elia (1 Re, 17-19):  la sua solitudine, la benedizione della vedova, lo scontro con Acab e i falsi profeti, la siccità con la successiva pioggia e la benedizione divina, il discepolato di Eliseo, fino all'ascensione in cielo.
L'ufficiatura del mattutino e la Divina liturgia prevedono la stessa pericope evangelica (Luca, 4, 22-30):  Gesù rifiutato dai suoi come profeta, che evoca la figura di Elia anche lui rifiutato. Nel canone del mattutino, uno dei tropari sottolinea il ruolo di due donne nella vita di Elia:  Gezabele e la vedova; l'una lo perseguita fino a farlo diventare esule, l'altra ne attira la misericordia:  "Dio piega il tuo zelo infuocato e ti invia da una vedova per esserne nutrito, tu che eri divenuto fuggiasco, o Elia, per la minaccia di una donna, o uomo mirabile:  ti prego dunque di nutrire con divini carismi la mia anima affamata".
Alcuni testi mettono l'accento sullo zelo che Elia mostra nel combattere l'empietà nella casa di Israele:  "Hai trattenuto nubi cariche di pioggia, acceso di zelo per la fede. Mostrandoti sacerdote, hai immolato con le tue mani innocenti, o felicissimo, i sacerdoti degli abomini che operavano ciò che è indegno". Altri tropari con immagini evangeliche mettono in contrasto lo zelo di Elia con la misericordia di Dio che attende sempre la conversione degli uomini:  "Vedendo il profeta Elia la grande iniquità degli uomini e il grande amore di Dio per loro, sconvolto e pieno di sdegno rivolse parole spietate al pietoso, gridando:  Scatena dunque la tua ira contro i ribelli, o giustissimo giudice. Ma non riuscì per nulla a scuotere le viscere pietose del Buono, così da indurlo a castigare quanti si erano rivoltati contro di lui:  sempre infatti attende la conversione di tutti il solo amico degli uomini".
Altri testi sottolineano come la visione di Dio in Elia, e in tutti i cristiani, vada legata anche a una purificazione, a una vita nell'ascesi:  "Sei stato degno di vedere Dio in una leggerissima brezza, per quanto è possibile vederlo, tu che prima avevi reso leggero il tuo corpo, o glorioso, con le opere dell'ascesi. Ti prego dunque:  per le tue preghiere rischiara con i divini fulgori della penitenza il mio intelletto, alleggerendone la pesantezza".
L'iconografia bizantina rappresenta Elia - molto stimato nel monachesimo orientale e occidentale e accostato alle figure di sant'Antonio il Grande e di san Benedetto - nella solitudine di una grotta, alimentato col pane da un corvo, immagine ripresa e applicata da san Gregorio Magno ai primi anni di solitudine di san Benedetto a Subiaco, mentre un'altra tradizione iconografica riassume in un'unica immagine la sua vita fino all'ascensione sul carro di fuoco.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco

(©L'Osservatore Romano - 19-20 luglio 2010)

miércoles, 11 de diciembre de 2013

Maria ai piedi della Croce nella tradizione bizantina
Madre sposa di Dio, noi ti magnifi­chia­mo
          La tradizione bizantina durante la Grande Quaresima celebra la Divina Liturgia soltanto la domenica ed il sabato. Nei giorni settimanali celebra le diverse ufficiature delle ore. In esse troviamo dei tropari, chiamati theotokia, che appunto sono dedicati alla Madre di Dio, dove per bocca di Maria si esprime senz´altro il suo dolore ai piedi della croce del Figlio, ma in lei si manifesta il dolore sì ma soprattutto la fede di tutta la Chiesa. Vorrei mettere in luce i diversi aspetti teologici che troviamo in alcuni di questi theotokia.
     In primo luogo i testi ci presentano la meraviglia ed il dolore di Maria di fronte alla crocifissione del Figlio. E' il dolore della madre che si unisce a quello di tutta la creazione: ˝…tutto il creato trasmutava e si contraeva scuotendosi… E la pura Vergine, tua Madre, dolente a te gridava: Ahimè, Figlio mio, dolcissimo mio Salvatore, che cos´e mai questo spettacolo nuovo, straordinario e strano?˝ Ci troviamo di fronte ad espressioni molto umane ed anche commoventi da parte di Maria come: ˝dolcissimo mio Salvatore˝; ed in alcuni tropari assistiamo addirittura ad un dialogo tra Maria e Cristo: ˝Figlio amatissimo, che spettacolo inaudito vedo mai? Ed egli a lei: Madre immacolata, ciò si rivelerà vita per tutto il mondo˝. Il dolore e lo sgomento della Madre mete in luce il contrasto tra Cristo datore di vita e coloro che diventano datori di morte: ˝Come dunque il popolo configge alla croce te, il solo datore di vita, la mia dolcissima luce?˝. Uno dei theotokia della terza domenica di Quaresima, che è dedicata precisamente alla santa Croce, riassume la fede cristiana a partire da espressioni fortemente contrastanti: ˝ Oggi colui che per essenza è inaccessibile, diventa per me accessibile, e soffre la passione per liberare me dalle passioni; colui che dà la luce ai ciechi, riceve sputi da labbra inique e, per i prigionieri, offre le spalle ai flagelli. Vedendolo sulla croce, la pura Vergine e Madre dolorosamente diceva: …Figlio mio…Tu, splendido di bellezza piú di tutti i mortali, appari senza respiro, sfigurato, senza piú forma né bellezza!. mia luce! Non posso vederti addormentato, sono ferite le mie viscere e una dura spada mi trapassa il cuore˝. Le acclamazioni e le domande di Maria ai piedi della croce diventano la professione di fede della Chiesa stessa: ˝...perché non reggo al vederti pendere dal legno, tu, Creatore e Dio di fronte al quale trema l´universo…˝. ˝O Figlio mio, coeterno al Padre e allo Spirito, che e mai questa tua ineffabile economia, per la quale hai salvato la creatura plasmata dalle tue mani immacolate?˝. La fede cristiana, formulata nei primi grandi concili ecumenici, la troviamo riassunta in questi tropari e professata da Maria e dalla Chiesa stessa: ˝Colei che alla fine dei tempi ti ha partorito, o Cristo, vedendo pendere dalla croce te, generato dal Padre che non ha principio, gridava: …Gesú amatissi­mo! Com’è possibile che tu, glorificato come Dio dagli angeli, sia ora volontariamente crocifisso, o Figlio, da iniqui mortali? ...Come ti vide innalzato sulla croce, la tua Madre immacolata, o Verbo di Dio, maternamente gemendo diceva: Che è dunque, Figlio mio, questo spettacolo nuovo e strano? Come dunque sei nella morte tu, vita dell’universo?˝ Tutta l´economia della salvezza adoperata da Cristo si trova quindi riassunta in questi tropari: ˝Vedendo pendere dal legno fra due malfattori colui che dal tuo sangue puro ha ricevuto un corpo, e che oltre ogni pensiero, da te, o venerabile, è stato parto­rito, tu maternamente gemen­do, gridavi: …Figlio mio, che è mai questa tua divina e ineffabile economia, con cui hai dato vita alla crea­tura da te plasmata?˝. Maria viene anche presentata nella sua verginità come ignara di nozze, come colei che partorisce senza concorso d´uomo. Maria, la Chiesa, ai piedi della croce piangono colui che volontariamente è salito su di essa, colui che veramente è Dio e uomo, il Verbo incarnato: ˝O Vergine tutta immacolata, Madre del Cristo Dio, una spada trapassò la tua anima santissima quando vede­sti il tuo Figlio e Dio volontariamente crocifis­so… Di fronte alla passione del Figlio, la pura, gemendo dolorosamente, innalzava con grida questo lamento: …Come hanno potuto conse­gnarti al giudizio di Pilato te che incessantemente gli angeli glorificano con inni? Inneggio, o Verbo, alla tua grande e inesprimibile compassione!˝. Come conseguenza ne scaturisce il pianto di Maria sul Cristo morto, datore di vita; pianto che troveremo sviluppato nei testi del Sabato Santo. Questi theotokia insistono ancora sulla morte di Cristo volontariamente sulla croce: ˝La Vergine Madre tua, o Cristo, vedendoti morto, disteso sul legno, nel pianto gridava: Che e, Figlio mio, questo terribile mistero? Come tu che doni la vita eterna a tutti, muori volontariamente in croce?... Vedendoti esteso morto sulla croce, la Madre tua gridava: O Figlio mio, coeterno al Padre e allo Spirito, che e mai questa tua ineffabile economia…?˝
          Un altro aspetto rilevante di questi testi liturgici è il parallelo che essi fanno tra Cristo e Maria, a partire dai titoli di "agnello" ed "agnella". Questo e un tema che la liturgia bizantina riprende largamente nei testi della Settimana Santa: ˝Quando l´agnella vide te, il suo agnello, appeso in mezzo a due malfattori, tra lacrime esclamava…˝. ˝Vedendo te, o Verbo, crocifisso con i ladroni, quale agnello paziente, trafitto al fianco dalla lancia, l´agnella, come madre esclamava: …come può una tomba ricoprire il Dio incircoscrivibile…?˝. ˝Vedendo te, pastore immacolato, appeso al legno, l´agnella gemendo come madre gridava: A morte ti hanno consegnato… in cambio della nube distesa per il passaggio del tuo popolo… Colei che non ha sposo resta senza il Figlio…˝  
          Può sorprendere in alcuni di questi tropari l´insistenza nelle non doglie, il non dolore, nel parto di Maria. Non si tratta di espressioni che potrebbero far pensare a una sorta di docetismo, bensì sono dei testi che si soffermano nel contrasto tra le non doglie, cioè la gioia del parto di Maria da una parte, ed il suo dolore nella crocifissione di Cristo dall´altra; la nascita di Cristo fu per Maria un motivo di gioia, mentre che la sua crocifissione ne fu di dolore. In qualche modo sono dei testi che mettono in parallelo due icone, quella di Maria nella nascita di Cristo, e quella di Maria ai piedi della croce di Cristo: ˝Che e questo fatto prodigioso e inusitato? Cosi la Vergine gridava al Signore come madre: le doglie che non ho conosciuto nel partorirti, o Figlio, raggiungono penetranti il mio cuore…˝.
          Maria infine, come la Chiesa stessa, diventa interceditrice ai piedi della croce: ˝O Vergine tutta immacolata, Madre del Cristo Dio, una spada trapasso la tua anima santissima quando vedesti il tuo Figlio e Dio volontariamente crocifisso: non cessare di supplicarlo, o benedetta, perche in questo tempo di digiuno ci doni il perdono delle colpe˝.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco


Madre sposa di Dio
noi ti magnifichiamo

di Manuel Nin
In quaresima la tradizione bizantina celebra la Divina liturgia soltanto la domenica e il sabato. Nelle diverse ufficiature delle ore troviamo dei tropari chiamati theotòkia, dedicati appunto alla Madre di Dio (theotòkos), dove si esprime il suo dolore ai piedi della croce, insieme al dolore ma soprattutto alla fede di tutta la Chiesa.

I testi presentano la meraviglia di Maria di fronte alla crocifissione del Figlio. È il dolore della madre che si unisce a quello di tutta la creazione:  "Tutto il creato trasmutava e si contraeva scuotendosi. E la pura Vergine, tua Madre, dolente a te gridava:  Ahimè, Figlio mio, dolcissimo mio Salvatore, che cos'è mai questo spettacolo nuovo, straordinario e strano?". In alcuni tropari assistiamo addirittura a un dialogo tra Maria e Cristo:  "Figlio amatissimo, che spettacolo inaudito vedo mai? Ed egli a lei:  Madre immacolata, ciò si rivelerà vita per tutto il mondo".
Il dolore e lo sgomento della Madre mettono in luce il contrasto tra Cristo datore di vita e coloro che danno la morte:  "Come dunque il popolo inchioda alla croce te, il solo datore di vita, la mia dolcissima luce?". Uno dei theotòkia della terza domenica di Quaresima, dedicata alla santa Croce, riassume la fede cristiana:  "Oggi colui che per essenza è inaccessibile, diventa per me accessibile, e soffre la passione per liberare me dalle passioni; colui che dà la luce ai ciechi, riceve sputi da labbra inique e, per i prigionieri, offre le spalle ai flagelli. Vedendolo sulla croce, la pura Vergine e Madre dolorosamente diceva:  Figlio mio, tu, splendido di bellezza più di tutti i mortali, appari senza respiro, sfigurato, senza più forma né bellezza! Mia luce! Non posso vederti addormentato, sono ferite le mie viscere e una dura spada mi trapassa il cuore".
Le domande di Maria ai piedi della croce diventano la professione di fede della Chiesa:  "Perché non reggo al vederti pendere dal legno, tu, Creatore e Dio di fronte al quale trema l'universo?". "O Figlio mio, coeterno al Padre e allo Spirito, che è mai questa tua ineffabile economia, per la quale hai salvato la creatura plasmata dalle tue mani immacolate?". La fede cristiana, formulata nei primi grandi concili ecumenici, è riassunta in questi tropari:  "Colei che alla fine dei tempi ti ha partorito, o Cristo, vedendo pendere dalla croce te, generato dal Padre che non ha principio, gridava:  Gesù amatissimo! Com'è possibile che tu, glorificato come Dio dagli angeli, sia ora volontariamente crocifisso, o Figlio, da iniqui mortali? Come ti vide innalzato sulla croce, la tua Madre immacolata, o Verbo di Dio, maternamente gemendo diceva:  Che è dunque, Figlio mio, questo spettacolo nuovo e strano? Come dunque sei nella morte tu, vita dell'universo?".
Maria e la Chiesa ai piedi della croce piangono colui che volontariamente è salito su di essa, colui che veramente è Dio e uomo, il Verbo incarnato:  "O Vergine tutta immacolata, Madre del Cristo Dio, una spada trapassò la tua anima santissima quando vedesti il tuo Figlio e Dio volontariamente crocifisso. Di fronte alla passione del Figlio, la pura, gemendo dolorosamente, innalzava con grida questo lamento:  Come hanno potuto consegnarti al giudizio di Pilato te che incessantemente gli angeli glorificano con inni? Inneggio, o Verbo, alla tua grande e inesprimibile compassione!". I theotòkia insistono sulla morte volontaria di Cristo sulla croce:  "La Vergine Madre tua, o Cristo, vedendoti morto, disteso sul legno, nel pianto gridava:  Che è, Figlio mio, questo terribile mistero? Come tu che doni la vita eterna a tutti, muori volontariamente in croce?".
Un altro aspetto rilevante di questi testi liturgici è il parallelo stabilito tra Cristo e Maria, l'"agnello" e l'"agnella", un tema che la liturgia bizantina riprende nei testi della Settimana Santa:  "Vedendo te, o Verbo, crocifisso con i ladroni, quale agnello paziente, trafitto al fianco dalla lancia, l'agnella come madre esclamava:  Come può una tomba ricoprire il Dio incircoscrivibile? Vedendo te, pastore immacolato, appeso al legno, l'agnella gemendo come madre gridava:  A morte ti hanno consegnato, in cambio della nube distesa per il passaggio del tuo popolo. Colei che non ha sposo resta senza il Figlio".
Può sorprendere in alcuni tropari l'insistenza sul parto indolore di Maria, ma sono testi che si soffermano sul contrasto tra la gioia del parto di Maria e il suo dolore per la crocifissione, e in qualche modo mettono in parallelo due icone, quella della nascita di Cristo e quella di Maria ai piedi della croce di Cristo:  "Che è questo fatto prodigioso e inusitato? Così la Vergine gridava al Signore come madre:  le doglie che non ho conosciuto nel partorirti, o Figlio, raggiungono penetranti il mio cuore".
Maria infine, come la Chiesa, intercede ai piedi della croce:  "O Vergine tutta immacolata, Madre del Cristo Dio, una spada trapassò la tua anima santissima quando vedesti il tuo Figlio e Dio volontariamente crocifisso:  non cessare di supplicarlo, o benedetta,  perché  in  questo  tempo di  digiuno  ci  doni  il  perdono  delle colpe".

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco

(©L'Osservatore Romano - 7 marzo 2010)

viernes, 6 de diciembre de 2013

Il Sinassario bizantino nella Quaresima di Natale.
Santi e profeti nell’annuncio dell’Incarnazione di Cristo
         La tradizione bizantina a metta del mese di novembre inizia la cosiddetta Quaresima di Natale, una preparazione fatta in un modo discreto ed umile. Diverse celebrazioni ne scandiscono il percorso. Il 9 dicembre la celebrazione della Concezione di sant’Anna; le commemorazioni dei profeti, dottori, monaci, ed infine le due domeniche prima di Natale chiamate dei Progenitori e dei santi Padri. La liturgia bizantina prepara l=umiliazione, la kenosi del Verbo di Dio nell=umiltà della liturgia. Dando uno sguardo al sinassa­rio del mese di dicembre, si può vedere che nell’arco praticamente di tre settimane vi ricorrono tutta una serie di figure importanti: la Madre di Dio, profeti, martiri, grandi vescovi, monaci. Come se la liturgia volesse radunare tutti questi grandi cristiani -e radunarci a noi con loro- per preparare e per testimonia­re il mistero dell=In­carnazione del Verbo di Dio.
La Madre di Dio la troviamo presente nella festa del 9 dicembre, che porta come titolo: “Concepimento di sant’Anna, Madre della Madre di Dio”, e che contempla la benedizione di Dio verso Gioacchino ed Anna, ed allo stesso tempo la divina maternità di Maria: “Una coppia di sposi produce la venerabile e divina giovenca dalla quale in modo inesprimibile procederà il vero vitello grasso, immolato per il mondo intero...; …Lo straordinario mistero, profetizzato dall’eternità, si mostra oggi in un infante nei lombi della casta Anna: è Maria, la bimba divina, preparata per divenire dimora dell’uni­versale Re dei secoli e per riplasmare la nostra stirpe”.
Cinque profeti vengono celebrati in questo mese: Naum, Abacuc, Sofonia, Ageo, Daniele e i tre fanciulli Anania, Azaria e Misaele. Essi vengono presentati come coloro che hanno preannunciato l’avvento di Cristo. I tropari rileggono i testi dei profeti stessi in un’esegesi chiaramente cristologica, in modo speciale Abacuc di cui si canta: “Stando sulla sua divina vedetta, il venerabile Aba­cuc ha udito il mistero ineffabile del tuo avvento fra noi, o Cristo, e profetizza l’annuncio che si farà di te, poiché vede in anticipo i sapienti apo­stoli come caval­li che sconvolgono il mare delle genti numerose”. La celebrazione di Daniele e dei tre fanciulli Anania, Azaria e Misaele li presenta come modelli di vita integra e di virtù: “Ci ha oggi spiritualmente riuniti, o fedeli, il pro­feta Daniele e appresta una mensa di copiose virtú per ricchi e poveri, stranieri e abitanti del paese, e un calice spi­rituale che riversa rivi di pietà, rallegra il cuore dei fedeli e trasmette la grazia dello Spirito Santo…; …anche i tre fanciulli, che, non d’oro per natura, si rivelano piú provati dell’oro: infatti, non li fuse il fuoco della fornace, ma li conservò illesi…”. Daniele ancora è cantato da uno dei tropari come il profeta della divinità di Cristo e della divina maternità di Maria: “Si onori ora Daniele, sommo tra i profeti: egli vide infatti il Cristo Dio nostro come pietra ta­gliata, non per mano d’uomo, dal monte che è la pu­ra Madre-di-Dio…”.
            Le figure dei martiri sono sempre numerose nel sinassario bizantino, e quattro in modo speciale nel mese di dicembre: Barbara, Lucia, Sebastiano, Bonifacio. Nella festa di santa Barbara la liturgia bizantina ne sottolinea il ruolo della croce dove la martire, come Cristo, vince la morte. Di Lucia il tropario della festa mette in evidenza la dimensione sponsale in un testo dove si parla della martire, ma anche della Chiesa e dell’anima di ogni cristiano: “La tua agnella, o Gesú, grida a gran voce: Te, mio sposo, io desidero, e per cercare te combatto, sono con te crocifissa e con te sepolta nel tuo battesimo; soffro con te, per poter regnare con te, e muoio per te, per vive­re in te…”
            Cinque figure di grandi vescovi e Padri della Chiesa troviamo radunate in questo periodo: Giovanni Damasceno, Nicola, Ambrogio di Milano, Spiridione  e Ignazio di Antiochia. Giovanni Damasceno la liturgia bizantina ce lo presenta come teologo e come cantore della fede cristiana: “Come e ti chiameremo, santo? Giovanni teologo, o Davi­de il melode? Arpa spirituale, o flauto pa­sto­rale? Tu dai dolcezza all’udito e alla mente, rallegri le as­sem­blee della Chiesa…”. Gli stessi tropari gli danno numerosi titoli che ne definiscono la figura: poeta, cantore, guida, ornamento dei monaci, liturgo, fonte di bellezza per la Chiesa: “Come ti chiamerò, o celebratissimo? Splendido por­tatore di luce, illustre guida, liturgo o contem­platore dei misteri di Dio? Astro che rischiara le Chiese? Lampada che illu­mina quelli che sono nella tenebra? Sapientissimo padre Giovanni, hai fatto bella la Chiesa con inni, cantando con alta ispirazione, toccando la tua cetra, o padre, per l’energia dello Spi­rito, a imitazione di quella armo­niosissima di Davide…”. Di Nicola di Mira il Taumaturgo, la tradizione bizantina ne mette in risalto la figura di vescovo e di taumaturgo, ed anche, con abbondanza di attributi, il ruolo di intercessore: “Diamo il segno con la tromba dei canti, tripudiamo festosamente e danziamo esultanti per l’annuale solennità del padre teòforo... Pastori e mae­stri, conveniamo insieme per lo­da­re il pastore emulo del buon pastore; i malati facendo l’elo­gio del medico; quelli che sono nei pericoli, del liberatore; i peccatori, dell’avvocato; i poveri, del tesoro, gli afflitti, del con­forto; i viaggiatori, del compagno di viaggio; quelli che sono in mare, del nocchiero: tutti, facendo l’elogio del grandissimo pontefice…”. La figura di Ambrogio di Milano, uno dei pochi padri latini presenti nel sinassario bizantino, ci viene presentata come pastore e teologo, difensore della vera professione di fede della Chiesa: “Padre santo, Ambrogio sacratissimo, lira che canta per tutti noi la melodia salvifica delle dottrine ortodosse…, cetra sonora del divi­no Paraclito; grande strumento di Dio…, tu proclami con chiarezza un unico Figlio in due nature, fatto carne, che si è mani­festato a noi dall’ignara di nozze, e che è consustanziale al Padre, al Pa­dre coeterno e a lui naturalmente unito; hai cosí represso con la potenza dello Spirito la bla­sfe­ma loquacità di Ario…”. Ignazio di Antiochia, celebrato già alle porte del Natale, ha dei tropari che sono un intreccio di testi ispirati o presi direttamente alle lettere scritte dal vescovo di Antiochia: “O ferito dalla carità perfetta, quando la folgorante pas­sione infiammò la tua anima, o sacratissimo, affret­tandoti, o padre, ad andare verso il Sovrano, gridasti quella parola degna d’esser celebrata: Frumento del Crea­tore io sono, e bisogna che io sia macinato dai denti delle fiere, affinché io divenga purissimo pane per il Verbo Dio nostro.
            Alcune figure di santi monaci cospargono questo periodo: Saba, Patapio, Daniele Stilita. In modo speciale viene celebrato san Saba, con un’ufficiatura propria, che lo canta come modello per i monaci e per tutti i battezzati: “Saba di mente divina, simile agli angeli, compagno dei santi, consorte dei profeti, coe­rede dei martiri e degli apostoli…, …lampada inestinguibile della con­ti­nenza, tersissimo luminare dei monaci, ri­splen­dente per i fulgori della carità, torre inconcussa della pa­zien­za, so­stegno e forza di chi ti onora con fede, te­so­ro di guarigioni, vero colonizzatore del deserto, da te reso come giardino di­vino che produce sacri frutti di salvati…”.
            La Madre di Dio, i profeti, i martiri, i padri ed i monaci costituiscono il percorso, i punti di riferimento, la pedagogia della Chiesa nel portarci verso la celebrazione e la contemplazione dell’Incarnazione del Verbo, il nuovo bambino e Dio prima dei secoli.
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco


I profeti e i santi che annunciano
l'Incarnazione di Cristo

di Manuel Nin
Nella tradizione bizantina a metà novembre inizia la quaresima di Natale, una preparazione fatta in un modo discreto e umile. Diverse celebrazioni ne scandiscono il percorso:  il concepimento di sant'Anna; le commemorazioni di profeti, dottori, monaci, le due domeniche prima di Natale chiamate dei progenitori e dei santi Padri. La liturgia bizantina prepara l'umiliazione (kènosis) del Verbo di Dio nell'umiltà della liturgia. Nel sinassario di dicembre ricorrono la Madre di Dio, profeti, martiri, vescovi, monaci, come se la liturgia volesse radunare questi grandi cristiani - e noi con loro - per preparare e testimoniare il mistero dell'Incarnazione.
La Madre di Dio è presente nella festa del concepimento di sant'Anna, "madre della Madre di Dio", che contempla la benedizione di Dio verso Gioacchino e Anna, con la divina maternità di Maria:  "Una coppia di sposi produce la venerabile e divina giovenca dalla quale in modo inesprimibile procederà il vero vitello grasso, immolato per il mondo intero; lo straordinario mistero, profetizzato dall'eternità, si mostra oggi in un infante nei lombi della casta Anna:  è Maria, la bimba divina, preparata per divenire dimora dell'universale Re dei secoli e per riplasmare la nostra stirpe".

Cinque profeti - Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Daniele - vengono celebrati con i tre fanciulli Anania, Azaria e Misaele come coloro che hanno preannunciato l'avvento di Cristo:  "Stando sulla sua divina vedetta, il venerabile Abacuc ha udito il mistero ineffabile del tuo avvento fra noi, o Cristo, e profetizza l'annuncio che si farà di te, poiché vede in anticipo i sapienti apostoli come cavalli che sconvolgono il mare delle genti numerose". Daniele e i tre fanciulli sono presentati come modelli di vita integra e di virtù, "che, non d'oro per natura, si rivelano più provati dell'oro:  infatti, non li fuse il fuoco della fornace, ma li conservò illesi". E Daniele è cantato come profeta della divinità di Cristo e della divina maternità di Maria:  "Si onori ora Daniele, sommo tra i profeti:  egli vide infatti il Cristo Dio nostro come pietra tagliata, non per mano d'uomo, dal monte che è la pura Madre di Dio". 
Quattro martiri - Barbara, Lucia, Sebastiano, Bonifacio - sono ricordati in dicembre. Per Barbara la liturgia bizantina sottolinea il ruolo della croce dove la martire, come Cristo, vince la morte. E di Lucia il tropario della festa mette in evidenza la dimensione sponsale della martire, della Chiesa e dell'anima di ogni cristiano:  "Te, mio sposo, io desidero, e per cercare te combatto, sono con te crocifissa e con te sepolta nel tuo battesimo; soffro con te, per poter regnare con te, e muoio per te, per vivere in te".
Grandi vescovi e Padri della Chiesa - Giovanni Damasceno, Nicola di Mira, Ambrogio di Milano, Spiridione e Ignazio di Antiochia - sono radunati in questo periodo. Il Damasceno è presentato come teologo e cantore della fede:  "Sapientissimo padre Giovanni, hai fatto bella la Chiesa con inni, cantando con alta ispirazione, toccando la tua cetra, o padre, per l'energia dello Spirito, a imitazione di quella armoniosissima di Davide". Di Nicola la tradizione bizantina mette in risalto la figura di taumaturgo e intercessore:  "Pastori e maestri, conveniamo insieme per lodare il pastore emulo del buon pastore; i malati facendo l'elogio del medico; quelli che sono nei pericoli, del liberatore; i peccatori, dell'avvocato; i poveri, del tesoro, gli afflitti, del conforto; i viaggiatori, del compagno di viaggio; quelli che sono in mare, del nocchiero".
Ambrogio, uno dei pochi Padri latini presenti nel sinassario bizantino, è presentato come difensore della vera professione di fede della Chiesa:  "Padre santo, Ambrogio sacratissimo, lira che canta per tutti noi la melodia salvifica delle dottrine ortodosse, cetra sonora del divino Paraclito; grande strumento di Dio, tu proclami con chiarezza un unico Figlio in due nature, fatto carne, che si è manifestato a noi dall'ignara di nozze, e che è consustanziale al Padre, al Padre coeterno e a lui naturalmente unito; hai così represso con la potenza dello Spirito la blasfema loquacità di Ario".
Ignazio di Antiochia viene celebrato alle porte del Natale con un intreccio di testi ispirati o presi dalle sue lettere:  "O ferito dalla carità perfetta, quando la folgorante passione infiammò la tua anima, o sacratissimo, affrettandoti, o padre, ad andare verso il Sovrano, gridasti quella parola degna d'esser celebrata:  Frumento del Creatore io sono, e bisogna che io sia macinato dai denti delle fiere, affinché io divenga purissimo pane per il Verbo Dio nostro".
Tra i santi monaci di questo periodo - Saba, Patapio, Daniele Stilita - in modo speciale viene celebrato san Saba, "simile agli angeli, compagno dei santi, consorte dei profeti, coerede dei martiri e degli apostoli, lampada inestinguibile della continenza, tersissimo luminare dei monaci, risplendente per i fulgori della carità". La Madre di Dio, i profeti, i martiri, i Padri e i monaci sono così i punti di riferimento verso la celebrazione e la contemplazione dell'Incarnazione del Verbo, il nuovo bambino e Dio prima dei secoli.
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco


martes, 19 de noviembre de 2013

La festa dell’Ingresso della Madre di Dio nel Tempio nella tradizione bizantina.
Oggi è presentata al tempio colei che è Tempio del Verbo di Dio
            Il 21 del mese di novembre, nella tradizione bizantina, si celebra una delle Dodici Grandi feste, cioè quella dell’Ingresso della Madre di Dio nel tempio. È una festa che ha un’origine gerosolimitana, legata a la dedicazione di una chiesa nella Città Santa di Gerusalemme. Molti degli aspetti della festa, presenti nei testi liturgici, ci vengono dal Protovangelo di Giacomo, un apocrifo che ha un influsso notevole su diverse feste liturgiche in Oriente ed in Occidente. Nella festa odierna vi troviamo: il corteo delle dieci fanciulle che accompagnano Maria, con un chiaro riferimento anche a Mt 25: “vergini recanti lampade, facendo lietamente strada alla sempre Vergine…”; ancora Zaccaria che introduce Maria nel tempio e nel Santo dei Santi: “Oggi è condotto al tempio del Signore il tempio che accoglie Dio, la Madre di Dio, e Zaccaria la riceve…”; infine il cibo con cui Maria è alimentata dall’arcangelo Gabriele, prefigurazione del cibo che è la Parola di Dio e i Santi Doni che si ricevono nel tempio, cioè nella Chiesa: “Nutrita fedelmente con pane celeste, o Vergine, nel tempio del Signore, tu hai generato al mondo il Verbo, pane di vita…”.
            La celebrazione del 21 novembre ha un giorno di prefesta, in cui i testi liturgici annunciano quello che sarà uno dei punti costanti nella celebrazione: la gioia del cielo, della creazione tutta, degli angeli e degli uomini per il mistero che Dio adopera in e per mezzo della Madre di Dio. La festa quindi si prolunga fino al giorno 25.
La liturgia del 21 novembre, usando delle immagini bibliche molto forti e spesso per via di contrasto, ci fa vedere Maria, accolta nel tempio, che diventa essa stessa tempio, colei che accoglie: essa è tabernacolo santificato, bimba che è anche abitazione di Dio, arca, tempio spirituale, trono, palazzo, letto nuziale, tutti titoli che la tradizione cristiana le ha applicato nel mistero della sua divina maternità: “…veneriamo la sua dimora santificata, l’arca vivente, che ha accolto il Verbo che nulla può contenere…”; “…da un angelo viene nutrita lei che realmente è tempio santissimo del Santo Dio nostro…”. Lo stesso arcangelo Gabriele, che sarà mandato da Dio a Nazaret per portare a Maria il lieto annuncio della nascita del Verbo di Dio nella carne, è mandato anche adesso a Maria nel suo soggiorno nel tempio: “…tu sei giunta nel tempio del Signore per essere allevata nel santo dei santi, quale creatura santificata. Allora a te, l’immacolata, fu inviato anche Gabriele, per portarti cibo…”; “…ascolta, Vergine giovinetta pura: dica Gabriele il disegno antico e veritiero dell’Altissimo. Apprèstati ad accogliere Dio, perché grazie a te l’immenso abiterà con i mortali.”
Uno dei tropari del vespro riassume in una bellezza quasi unica tutto il mistero della festa: la gioia della creazione, il mistero di Maria diventata figlia e Madre di Dio, la sua verginità e la sua maternità, l’angelo annunciatore della buona novella: “Oggi noi, moltitudini di fedeli qui convenuti, celebria­-mo spiritualmente una festa solenne, e piamente accla­miamo la Vergine, figlia di Dio e Madre di Dio, che viene condotta al tempio del Signore: lei che è stata prescelta da tutte le generazioni, per essere tabernacolo del Cristo, Sovrano universale e Dio di tutte le cose. O vergini, fate stra­da recando lampade, per onorare l’augusto incedere della sem­pre Vergine. O madri, deposta ogni tristezza, seguitela piene di gaudio, per celebrare colei che è divenuta Madre di Dio, causa della gioia del mondo. Tutti dunque, insieme con l’angelo, con gioia gridiamo: Gioisci! alla piena di gra­zia, a colei che sempre intercede per le anime nostre”. Il tropario della festa, inoltre, presenta questo giorno come il preludio della benevolenza e della salvezza di Dio, cioè l’Incarnazione del Verbo di Dio: “Oggi è il preludio del beneplacito del Signore, e il primo annuncio della salvezza degli uomini…”. Infatti a partire dal giorno 16 novembre la tradizione bizantina inizia la “Quaresima di Natale”, il periodo in cui, soprattutto da un punto di vista ascetico, la Chiesa si prepara alla celebrazione del Natale di nostro Signore Gesù Cristo.
            L’ufficiatura del vespro prevede tre letture dell’Antico Testamento: Es 40, 1ss: la consacrazione della tenda della testimonianza e la presenza gloriosa della nube per indicare la gloria del Signore che la riempie. 3Re 8, 1ss: Introduzione dell’arca dell’alleanza del Signore nel tempio di Salomone. Ez 43,27-44,4: La gloria del Signore che riempie il tempio, e la porta chiusa, aperta soltanto dal Signore. Per quanto riguarda le letture del vangelo, quello del mattutino è la pericope di Lc 1, 39-49. 56: la Visitazione; mentre che nella Divina Liturgia troviamo Lc 10, 38-42; 11, 27-28: la pericope di Marta e Maria e l’acclamazione “beati coloro che ascoltano la Parola di Dio”.
       Nell’ufficiatura del mattutino, il cànone attribuito a Giorgio di Nicomedia (+860) collega ognuna delle odi cantate con la Madre di Dio: “Aprirò la mia bocca, si colmerà di Spirito, e proferirò un discorso per la Madre e regina…”; “Quale sorgente viva e copiosa, o Madre di Dio, rafforza i tuoi cantori…”; “Contemplando l’imperscrutabile consiglio divino della tua incarnazione dalla Vergine, o Al­tissimo, il profeta Abacuc esclamava: Gloria alla tua potenza, Signore”. Inoltre l’ultimo dei tropari di ognuna delle odi ci danno la chiave cristologica di lettura ad ognuna di esse: “Cristo nasce, rendete gloria; Cristo scende dai cieli, andategli incontro; Cristo è sulla terra, elevatevi. Can­tate al Signore da tutta la terra, e con letizia celebratelo, o popoli, perché si è glorificato”; “Al Figlio che prima dei secoli immutabilmente dal Padre è stato generato, e negli ultimi tempi dalla Vergine, senza seme, si è incarnato, al Cristo Dio acclamiamo: Tu che hai innalzato la nostra fronte, santo tu sei, Signore”;Il mostro marino, dalle sue viscere, ha espulso come embrione Giona, quale lo aveva ricevuto; il Verbo, dopo aver dimorato nella Vergine e avere assunto la carne, da lei è uscito, custodendola incorrotta: poiché egli ha pre­ser­vato la madre indenne dalla cor­ruzione cui non era sottostata”.
            L’icona della festa ci mostra la Madre di Dio accolta dal gran sacerdote nel tempio, presentata da Gioacchino ed Anna. Maria è una fanciulla adulta, che entra nel tempio della terra per prepararsi a diventare tempio dell’Altissimo. In un angolo dell’icona vediamo il corteo delle vergini che hanno accompagnato Maria, e a destra l’angelo Gabriele che porta il nutrimento a Maria.
La Madre di Dio, il 21 novembre, è presentata soprattutto come colei che diventa tempio, abitacolo di Cristo, e quindi tipo, immagine di quello che ogni cristiano diventa per mezzo del battesimo. Il suo ingresso, la sua vita nel tempio, sono anche il nostro ingresso, la nostra vita nel tempio cioè in Cristo, secondo il suo vangelo. Questa è, allora, la benevolenza di Dio, la salvezza degli uomini, cioè farli diventare il tabernacolo, il tempio, il trono, il palazzo, l=abitazione di Cristo, Dio tra gli uomini, come canta il tropario proprio della festa: “Oggi è il preludio del beneplacito del Signore, e il primo annuncio della salvezza degli uomini. Agli oc­chi di tutti la Vergine si mostra nel tempio di Dio, e a tutti prean­nuncia il Cristo. Anche noi a gran voce a lei acclamia­mo: Gioisci, compimento dell’economia del Creatore”.



La bimba
dove abita Dio

di Manuel Nin
Il 21 novembre, nella tradizione bizantina, si celebra una delle Dodici Grandi feste, cioè quella dell'Ingresso della Madre di Dio nel tempio. Di origine gerosolimitana, è legata alla dedicazione di una chiesa. Molti aspetti della festa, presenti nei testi liturgici, vengono dal Protovangelo di Giacomo, un apocrifo che ha avuto un notevole influsso in oriente e occidente.
Da qui provengono questi elementi:  il corteo delle dieci fanciulle che accompagnano Maria, con un chiaro riferimento alla parabola evangelica ("vergini recanti lampade, facendo lietamente strada alla sempre Vergine"); Zaccaria che introduce Maria nel tempio e nel Santo dei Santi ("oggi è condotto al tempio del Signore il tempio che accoglie Dio, la Madre di Dio, e Zaccaria la riceve"); il cibo con cui Maria è alimentata dall'arcangelo Gabriele, prefigurazione del cibo che è la Parola di Dio e dei Santi Doni che si ricevono nella Chiesa ("nutrita fedelmente con pane celeste, o Vergine, nel tempio del Signore, tu hai generato al mondo il Verbo, pane di vita"). 

La celebrazione del 21 novembre, che si prolunga fino al 25, ha un giorno di prefesta, in cui i testi liturgici annunciano la gioia del cielo e della creazione per il mistero che Dio opera nella Madre di Dio e per suo mezzo. La liturgia, con immagini bibliche molto forti e spesso per via di contrasto, mostra Maria accolta nel tempio che diventa essa stessa tempio e colei che accoglie:  essa è tabernacolo santificato, bimba che è anche abitazione di Dio, arca, tempio spirituale, trono, palazzo, letto nuziale, titoli che la tradizione cristiana le ha applicato nel mistero della sua divina maternità ("veneriamo la sua dimora santificata, l'arca vivente, che ha accolto il Verbo che nulla può contenere").
Lo stesso arcangelo Gabriele, che sarà mandato da Dio a Nazaret per portare a Maria l'annuncio della nascita del Verbo di Dio nella carne, è mandato a Maria "giunta nel tempio del Signore per essere allevata nel santo dei santi, quale creatura santificata. Allora a te, l'immacolata, fu inviato anche Gabriele, per portarti cibo". Uno dei tropari del vespro riassume in una bellezza quasi unica tutto il mistero della festa:  la gioia della creazione, il mistero di Maria diventata figlia e Madre di Dio, la sua verginità e la sua maternità, l'angelo che annuncia la buona novella. Il tropario della festa, inoltre, presenta questo giorno come preludio della benevolenza e della salvezza di Dio, cioè dell'Incarnazione.
A partire dal 16 novembre, infatti, la tradizione bizantina inizia la cosiddetta "quaresima di Natale", il periodo in cui, soprattutto asceticamente, la Chiesa si prepara alla celebrazione del Natale di Gesù Cristo. L'ufficiatura prevede tre letture dell'Antico Testamento:  la consacrazione della tenda della testimonianza e la presenza gloriosa della nube per indicare la gloria del Signore che la riempie (Esodo, 40); l'introduzione dell'arca dell'alleanza del Signore nel tempio di Salomone (1 Re, 8); la gloria del Signore che riempie il tempio e la porta chiusa aperta soltanto dal Signore (Ezechiele, 43, 27 - 44, 4).
Nell'ufficiatura del mattutino, il canone collega ognuna delle odi cantate con la Madre di Dio, e l'ultimo dei tropari ne dà una lettura cristologica:  "Il mostro marino, dalle sue viscere, ha espulso come embrione Giona, quale lo aveva ricevuto; il Verbo, dopo aver dimorato nella Vergine e avere assunto la carne, da lei è uscito, custodendola incorrotta:  poiché egli ha preservato la madre indenne dalla corruzione cui non era sottostata".
L'icona della festa mostra la Madre di Dio accolta dal gran sacerdote nel tempio, presentata da Gioacchino e Anna. Maria è una fanciulla che entra nel tempio terreno per prepararsi a diventare tempio dell'Altissimo. In un angolo vi è il corteo delle vergini che l'hanno accompagnata e a destra l'arcangelo Gabriele che le porta il nutrimento.
La Madre di Dio è presentata dunque come colei che diventa tempio di Cristo, immagine di quello che ogni cristiano diventa per mezzo del battesimo. Il suo ingresso e la sua vita nel tempio sono dunque anche il nostro ingresso e la nostra vita nel tempio che è Cristo, secondo il vangelo. Questa è, allora, la benevolenza di Dio e la salvezza degli uomini:  farli diventare abitazione di Cristo, Dio tra gli uomini, come canta il tropario della festa:  "Oggi è il preludio del beneplacito del Signore, e il primo annuncio della salvezza degli uomini. Agli occhi di tutti la Vergine si mostra nel tempio di Dio, e a tutti preannuncia il Cristo".


(©L'Osservatore Romano - 21 novembre 2009)