miércoles, 23 de abril de 2014

La natività di San Giovanni Battista nella tradizione Siro Occidentale.
Una stella che si leva prima del Sole di giustizia…
            La figura del profeta e araldo Giovanni Battista è molto celebrata nella tradizione liturgica siro occidentale. Come di Cristo e della Madre di Dio, la liturgia ne celebra la concezione il 23 settembre, la nascita il 24 giugno, e la morte (il martirio, la decollazione) il 29 agosto. Ancora nelle sei domeniche del periodo pre natalizio, all'inizio del ciclo liturgico chiamato nella tradizione siro occidentale periodo del Subbara o delle Annunciazioni, due domeniche sono dedicate a Giovanni: la prima, in cui si celebra l'annunciazione a Zaccaria, e la quarta con la celebrazione della nascita del Battista. Inoltre Giovanni viene celebrato il 7 gennaio, immediatamente dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno dopo una grande festa celebrano il personaggio per mezzo di cui Dio porta a termine il suo mistero di salvezza. Le tre celebrazioni sopra indicate, la concezione, la nascita e la morte) mettono il Battista come in parallelo con Cristo stesso e con la Madre di Dio.
            La liturgia siro occidentale, nella festa della nascita del Battista contempla a lungo i diversi titoli che gli vengono dati: "Voce vera, seminata nel grembo di una sterile; grande profeta, intercessore…; virgulto desiderato germogliato in un campo assettato; mattino gioioso che annunci il giorno glorioso; luna transitoria che glorifichi il sole eterno…; sacerdote terrestre che hai svelato il mistero del grande sacerdote celeste…". I testi ancora mettono in luce il parallelo e allo stesso tempo la contrapposizione tra i termini voce, silenzio e parola: "Un angelo annunciò il tuo concepimento e il silenzio legò la lingua di tuo padre; voce vera, intercessore dotato di parola per diventare segno della Voce risuonante che ammutolisce nel grembo della Vergine". I testi dell'ufficiatura notturna della festa della nascita del Battista, soprattutto quelli attribuiti a sant'Efrem mettono a confronto le due figure di Cristo e del Battista sin dal loro concepimento fino al battesimo nel Giordano: "Terribile per Giovanni che temeva di sciogliere i suoi sandali; amabile per i peccatori che baciarono i suoi piedi… Grazie alla forza del suo dono Giovanni ne fu capace: un terrestre battezzò il celeste". Con la sua predicazione sul Cristo e lo stesso battesimo nel Giordano, Giovanni diventa testimone dell'incarnazione di Cristo: "Nelle altezze e nelle profondità due araldi ebbe il Figlio: la stella lucente gridò di giubilo nell'alto e Giovanni annunciò dal basso…". La stella e Giovanni quindi diventano annunciatori della divinità e dell'umanità di Cristo: "Chi lo riteneva solo terrestre, la stella lucente lo convinceva che egli è celeste. E chi lo riteneva solo spirituale, era Giovanni a convincere che egli è anche corporeo". E sempre Efrem in un altro degli inni dell'ufficiatura riprende il parallelo tra gli annunciatori e l'annunciato: "Una coppia di araldi hanno espresso la qualità dell'Unigenito. La stella e Giovanni: il primo l'astro levante, il secondo la voce. Anche l'annunciato è Verbo e Luce; la voce e il raggio lo hanno servito…". Ancora i testi liturgici mettono in parallelo la visitazione di Maria a Elisabetta con il battesimo di Cristo nel Giordano da Giovanni: "Si avvicinò Giovanni assieme ai suoi genitori e adorò il Figlio, e un bagliore si posò sul suo volto. Non fece capriole come quand'era nell'utero. Qui adora e là aveva esultato".
            Il concepimento del Battista all'inizio dell'autunno quando la notte si allunga, e quello di Cristo all'inizio della primavera quando è il giorno a crescere vengono messi in parallelo da Efrem nella stessa linea simbolica adoperata con il raggio e la luce, la voce e la parola: "Anche il tipo del tuo concepimento, Rabbuli, e quello di Giovanni, tuo araldo, il simbolo del vostro concepimento e della vostra nascita è raffigurato e svelato nella luce e nella tenebra… Il concepimento di Giovanni avvenne in Tishri, quando la tenebra va all'assalto. Il tuo concepimento avvenne nel Nissan, quando la luce prende a regnare sulla tenebra e la soggioga".
            L'icona che proponiamo è quella del battesimo di Cristo, del XI secolo, che si trova nel monastero di nostra Signora di Kaftoun, in libano. Cristo nel bel mezzo dell'icona, immerso nel Giordano è battezzato da Giovanni; a sinistra Giovanni che battezza immergendo Cristo ed imponendogli la mano; a destra dell'immagine appare una schiera di sei angeli. Dall'altro scendono su Cristo tre raggi con la figura di una colomba in mezzo ad essi. Ai lati dell'immagine in alto troviamo nella parte destra il profeta Isaia con un rotolo spiegato in mano, con un testo scritto in siriaco con tre brani diversi presi dallo stesso profeta: 1,16: "Lavatevi, purificatevi, togliete il male dalle vostre azioni davanti ai miei occhi"; 55,1: "O voi assetati venite all'acqua"; 12,3: "Attingete acqua con gioia alle fonti della salvezza". Sempre in'alto a sinistra si vede il re Davide con un'altro rotolo scritto questa volta in arabo con due versetti presi dal salmo 113,3: "Il mare vide e si ritrasse, il Giordano si volse indietro…", e dal salmo 76,17: "Ti videro le acque o Dio, ti videro e ne furono sconvolte…".
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
(©L'Osservatore Romano - 24 giugno 2010)



Una stella che si leva
prima del sole di giustizia

di Manuel Nin
La figura del profeta e araldo Giovanni Battista è molto celebrata nella tradizione liturgica siro-occidentale. Come di Cristo e della Madre di Dio, la liturgia ne celebra la concezione il 23 settembre, la nascita il 24 giugno e la decollazione il 29 agosto. Ancora, nelle sei domeniche del periodo prenatalizio, all'inizio del ciclo liturgico chiamato del Subbara o delle Annunciazioni, due sono dedicate a Giovanni:  nella prima si celebra l'annuncio a Zaccaria e nella quarta la nascita del Battista. Inoltre Giovanni viene celebrato il 7 gennaio, subito dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno dopo una grande festa ricordano il personaggio per mezzo del quale Dio porta a termine il suo mistero di salvezza. Le tre celebrazioni della concezione, della nascita e della morte mettono il Battista in parallelo con Cristo stesso e con la Madre di Dio.
Nella festa della nascita del Battista la liturgia siro-occidentale enumera i titoli che gli vengono dati:  "Voce vera, seminata nel grembo di una sterile; grande profeta, intercessore; virgulto desiderato, germogliato in un campo assetato; mattino gioioso che annunci il giorno glorioso; luna transitoria che glorifichi il sole eterno; sacerdote terrestre che hai svelato il mistero del grande sacerdote celeste". I testi mettono in luce il parallelo e la contrapposizione tra voce, silenzio e parola:  "Un angelo annunciò il tuo concepimento e il silenzio legò la lingua di tuo padre; voce vera, intercessore dotato di parola per diventare segno della voce risuonante che ammutolisce nel grembo della Vergine". 
I testi dell'ufficiatura notturna, soprattutto quelli attribuiti a sant'Efrem, mettono a confronto Cristo e il Battista dal loro concepimento fino al battesimo nel Giordano:  "Terribile per Giovanni che temeva di sciogliere i suoi sandali; amabile per i peccatori che baciarono i suoi piedi. Grazie alla forza del suo dono Giovanni ne fu capace:  un terrestre battezzò il celeste". Con la sua predicazione e il battesimo nel Giordano, Giovanni diventa testimone dell'incarnazione di Cristo:  "Nelle altezze e nelle profondità due araldi ebbe il Figlio:  la stella lucente gridò di giubilo nell'alto e Giovanni annunciò dal basso". La stella e Giovanni, quindi, annunciano la divinità e l'umanità di Cristo:  "Chi lo riteneva solo terrestre, la stella lucente lo convinceva che egli è celeste. E chi lo riteneva solo spirituale, era Giovanni a convincere che egli è anche corporeo". 
In un altro inno Efrem riprende il parallelo tra gli annunciatori e l'annunciato:  "Una coppia di araldi hanno espresso la qualità dell'unigenito, la stella e Giovanni:  il primo l'astro levante, il secondo la voce. Anche l'annunciato è parola e luce; la voce e il raggio lo hanno servito". Ancora i testi liturgici accostano la visitazione di Maria a Elisabetta al battesimo di Cristo:  "Si avvicinò Giovanni assieme ai suoi genitori e adorò il Figlio, e un bagliore si posò sul suo volto. Non fece capriole come quand'era nell'utero. Qui adora e là aveva esultato".
Il concepimento del Battista all'inizio dell'autunno quando la notte si allunga, e quello di Cristo all'inizio della primavera quando è il giorno a crescere vengono messi in parallelo da Efrem nella stessa linea simbolica adoperata con il raggio e la luce, la voce e la parola:  "Anche il tipo del tuo concepimento, rabbuli ("maestro mio"), e di quello di Giovanni, tuo araldo, il simbolo del vostro concepimento e della vostra nascita, è raffigurato e svelato nella luce e nella tenebra. Il concepimento di Giovanni avvenne nel mese di tishri, quando la tenebra va all'assalto. Il tuo concepimento avvenne nel mese di nisan, quando la luce prende a regnare sulla tenebra e la soggioga".
Nell'icona del battesimo di Cristo, appare una schiera di sei angeli. Dall'alto scendono su Gesù tre raggi con al centro una colomba. In alto a destra sta il profeta Isaia con in mano un rotolo, con tre brani del suo libro in siriaco:  "Lavatevi, purificatevi, togliete il male dalle vostre azioni davanti ai miei occhi" (1, 16); "O voi assetati venite all'acqua" (55, 1); "Attingete acqua con gioia alle fonti della salvezza" (12, 3). A sinistra il re Davide regge invece un rotolo in arabo con due versetti del salterio (113, 3, e 76, 17):  "Il mare vide e si ritrasse, il Giordano si volse indietro", e "Ti videro le acque o Dio, ti videro e ne furono sconvolte".


P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
(©L'Osservatore Romano - 24 giugno 2010)


martes, 15 de abril de 2014

La festa della Pentecoste nella tradizione Siro Occidentale.
Nel pane e nel calice il fuoco dello Spirito Santo
            La Pentecoste come festa liturgica si celebra in tutte le liturgie di Oriente cinquanta giorni dopo la Pasqua, ed è una delle feste più antiche del calendario cristiano. Ne parlano Tertulliano ed Origene nel III secolo come feste annuali, e già nel IV secolo fa parte del patrimonio teologico/liturgico delle diverse Chiese; Egeria poi ne indica la celebrazione a Gerusalemme nella seconda metà del IV secolo.
            I testi dell''ufficiatura nella tradizione siro occidentale si trattengono a lungo nel mettere in rilievo il dono dello Spirito Santo che avviene nella Pentecoste sugli apostoli quasi una nuova creazione che avviene nella vita di costoro cambiandoli da pescatori in predicatori: "Oggi il Paraclito scende ed illumina i discepoli nel cenacolo…; oggi lo Spirito Paraclido dona l'intelligenza agli apostoli, illumina i pescatori e riveste loro dalla forza dall'alto…; oggi lo Spirito dona la sapienza agli ignoranti e ai semplici, e ai pescatori il talento dei maestri". I discepoli, allora, col dono dello Spirito Santo diventano predicatori del Cristo Risorto: "I pescatori annunciano a tutti i popoli la risurrezione di Cristo". La liturgia siro occidentale collega strettamente l'Ascensione con la Pentecoste; quella è già un primo momento del dono dello Spirito Santo da parte di Cristo stesso; nell'ufficiatura del vespro troviamo: "Lode a te, Cristo Dio nostro, sole di giustizia, che quando ti accingevi a salire in cielo, hai radunato la tua mistica famiglia sul monte degli ulivi, e su di loro hai alitato il dono dello Spirito Santo dicendo loro: andate, ammaestrate tutte le nazioni affinché vengano pescate nelle reti evangeliche". Alcuni dei testi del vespro della Pentecoste si trattengono ad elencare tutti i tipi dell'Antico e del Nuovo Testamento che prefigurano o annunciano il dono dello Spirito: "Oggi gli apostoli hanno bevuto la bevanda divina dei doni dello Spirito Santo; oggi il cenacolo diventa una seconda Babele per la venuta dello Spirito Santo, benché in questo posto le lingue di fuoco non sono per punire ma per istruire; oggi i dodici patriarchi diventano sacerdoti, profeti e re...; quest'Oggi è prefigurato dalle sette lampade messe sul candelabro dell'altare, dalle sette colonne su cui si edifica la sapienza".
          La tradizione siro occidentale in tutti i testi liturgici sottolinea in modo molto vivo e reale il ruolo dello Spirito Santo. Efrem di Nisibi, servendosi dell'immagine del fuoco applicata allo Spirito Santo e della brace ardente ai Santi Doni del Corpo e del Sangue di Cristo, afferma: "Nel tuo pane si nasconde lo Spirito che non può essere mangiato; e nel tuo vino c=è il fuoco che non si può bere. Lo Spirito nel tuo pane, il fuoco nel tuo vino: ecco una meraviglia accolta dalle nostre labbra…; nostro Signore ha dato da mangiare e da bere fuoco e Spirito ai corporali. Ecco il fuoco e lo Spirito nel grembo che ti ha generato. Ecco il fuoco e lo Spirito nel fiume dove sei stato battezzato. Fuoco e Spirito nel nostro battesimo. Nel pane e nel calice fuoco e Spirito Santo". Lo stesso autore collega l'immagine del carbone ardente acceso, santificato dallo Spirito a Cristo stesso e all'eucaristia, e commentando il vangelo di Luca aggiunge: "La bocca di Anna diventa fuoco per mezzo dello Spirito, ed ecco che canta: Bambino regale, pargolo disprezzato, in silenzio tu ascolti, nascosto, guardi, sconosciuto, tu conosci@.
            L=immagine del fuoco e dei suoi effetti: calore, lievitazione, cottura, incandescenza... applicata all'azione dello Spirito Santo diventa simbolo di realtà spirituali. Parlando dello Spirito Santo come fuoco, gli autori siriaci e la loro liturgia vogliono sottolineare l=opera divina dello Spirito per mezzo dell=eucaristia: per mezzo di essa, diventata incandescente nello Spirito Santo, i fedeli sono vivificati e ricevono i doni dell=immortalità. Lo Spirito Santo è colui che santifica il pane ed il vino, allo stesso modo che santifica e consacra l=acqua e l=olio nel battesimo e nella cresima. Filosseno di Mabbug, vescovo siriaco nel VI secolo, dirà che: "I misteri appaiono agli occhi degli uomini come semplici cose, ma per l=irruzione dello Spirito Santo ricevono una forza soprannaturale; l=acqua, da una parte, diventa grembo materno che genera dei figli alla vita dello Spirito; l=olio riceve la forza santificatrice che unge e consacra allo stesso tempo corpo ed anima; il pane ed il vino diventano il Corpo ed il Sangue del Figlio di Dio fatto uomo". Efrem, in una omelia sulla Settimana Santa dice: "Voi mangerete una Pasqua pura ed immacolata, un pane lievitato e perfetto che lo Spirito Santo ha preparato e ha fatto cuocere, un vino mescolato di fuoco e di Spirito: il Corpo ed il Sangue di Dio, che fu vittima per tutti gli uomini". Lo Spirito Santo, quindi, è il fuoco nascosto che avvolge il sacerdote che adopera il sacrificio; lo Spirito Santo ancora è il fuoco che sorvola l=altare e che discende sui doni al momento dell=epiclesi. L'immagine dello Spirito che sorvola viene presentata dagli autori siriaci servendosi di un termine che è sinonimo del covare della chioccia sulle uova, del sorvolare dello Spirito sulle acque al libro della Genesi, e della discesa dello Spirito Santo su Maria e sui Santi Doni nell=eucaristia; quindi lo Spirito Santo sorvola i doni, li riscalda, li riempie di vita, li santifica. I testi liturgici siro occidentali sottolineano anche una dimensione ecclesiologica della teologia dello Spirito Santo, specialmente nelle anafore. La santificazione adoperata dallo Spirito sui Doni è in vista alla santificazione dei fedeli, alla purificazione delle loro mancanze e al perdono dei loro peccati: "Affinché questi misteri purifichino i cuori di coloro che ne parteciperanno, rendano spirituali i loro pensieri e santifichino le loro anime per il Regno dei cieli e la nuova vita eterna".
            Un altro aspetto, proprio della tradizione siriaca, è quello di vedere nei Santi Doni sull'altare, dopo la narrazione dell=istituzione dell=eucaristia, il tipo del Corpo e del Sangue di Cristo immolato, morto e sepolto sull=altare, che rappresenta a sua volta la croce e la tomba; un testo della liturgia della Pentecoste dice: "L=altare è il simbolo della tomba dove fu messo il Corpo del nostro Salvatore. Il pane e il vino sono la figura di nostro Signore nella tomba". All=invocazione del sacerdote, quindi, lo Spirito Santo, donatore di vita, scende sulle offerte che rappresentano Cristo nella tomba e vi opera una trasformazione, una ricreazione analoga a quella del mattino di Pasqua sul Corpo del Signore. Essi, i Santi Doni, diventano fonte di vita e di glorificazione dei cristiani per mezzo della comunione. Il sacerdote invoca lo Spirito Santo affinché renda presente la risurrezione di Cristo sull=altare; cioè dia al Corpo di Cristo messo nella tomba l=immortalità, l=incorruttibilità e lo faccia diventare, come leggiamo nell=epiclesi dell=anafora di san Giacomo: "Corpo datore di vita, Corpo che dà la salvezza alle nostre anime e ai nostri corpi, Corpo del Signore, Dio grande e Salvatore nostro Gesù Cristo". Questo processo di configurazione al fuoco divino, cioè allo Spirito Santo, è per Efrem il processo di crescita anche nella configurazione a Cristo: "Il suo corpo si è mescolato ai nostri corpi. Il suo sangue si è versato nelle nostre arterie. La sua voce nelle nostre orecchie, nei nostri occhi la sua luce. Lui e noi, interamente, per la sua grazia mescolati".
            Nell'icona della Pentecoste vediamo gli apostoli radunati come nella celebrazione della liturgia; è in essa che ricevono il dono dello Spirito Santo. La presenza di Pietro e di Paolo, e degli evangelisti Luca e Marco indica tutta la Chiesa radunata dallo Spirito Santo, che nasce in una situazione di profonda comunione tra gli apostoli. Nella parte bassa dell'icona si vedono diversi personaggi vestiti in modi molto variegato, ed uno addirittura con la testa di un cane, ad indicare la diversità di popoli, razze e lingue a cui viene annunciato il Vangelo di Cristo.
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco.


Nel pane e nel calice
il fuoco dello Spirito Santo

di Manuel Nin
La Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua, è una delle feste più antiche del calendario cristiano. Ne parlano Tertulliano e Origene nel iii secolo, e già nel iv secolo fa parte del patrimonio teologico e liturgico delle diverse Chiese. I testi dell'ufficiatura siro-occidentale si soffermano a lungo nel mettere in rilievo il dono dello Spirito Santo, quasi una nuova creazione:  "Oggi il Paraclito scende e illumina i discepoli nel cenacolo; oggi lo Spirito Paraclito dona l'intelligenza agli apostoli, illumina i pescatori e li riveste della forza dall'alto; oggi lo Spirito dona la sapienza agli ignoranti e ai semplici e ai pescatori il talento dei maestri".

Nella liturgia siro-occidentale la Pentecoste è collegata strettamente con l'Ascensione:  "Lode a te, Cristo Dio nostro, sole di giustizia, che quando ti accingevi a salire in cielo, hai radunato la tua mistica famiglia sul monte degli Ulivi e su di essa hai alitato il dono dello Spirito Santo dicendo:  Andate, ammaestrate tutte le nazioni affinché vengano pescate nelle reti evangeliche". E il vespro elenca le prefigurazioni del dono dello Spirito:  "Oggi gli apostoli hanno bevuto la bevanda divina dei doni dello Spirito Santo; oggi il cenacolo diventa una seconda Babele per la venuta dello Spirito Santo, benché in questo posto le lingue di fuoco non sono per punire ma per istruire; oggi i dodici patriarchi diventano sacerdoti, profeti e re; il giorno di oggi è prefigurato dalle sette lampade messe sul candelabro dell'altare, dalle sette colonne su cui si edifica la sapienza".
Efrem di Nisibi, con le immagini del fuoco applicata allo Spirito Santo e della brace ardente al corpo e al sangue di Cristo, afferma:  "Nel tuo pane si nasconde lo Spirito che non può essere mangiato e nel tuo vino c'è il fuoco che non si può bere. Lo Spirito nel tuo pane, il fuoco nel tuo vino:  ecco una meraviglia accolta dalle nostre labbra; nostro Signore ha dato da mangiare e da bere fuoco e Spirito. Ecco il fuoco e lo Spirito nel grembo che ti ha generato. Ecco il fuoco e lo Spirito nel fiume dove sei stato battezzato. Fuoco e Spirito nel nostro battesimo. Nel pane e nel calice fuoco e Spirito Santo".
L'immagine del fuoco e dei suoi effetti - calore, lievitazione, cottura, incandescenza - applicata all'azione dello Spirito Santo diventa simbolo di realtà spirituali. Parlando dello Spirito Santo come fuoco, gli autori siriaci e la loro liturgia vogliono sottolineare l'opera divina dello Spirito per mezzo dell'eucaristia:  per mezzo di essa, diventata incandescente nello Spirito Santo, i fedeli sono vivificati e ricevono i doni dell'immortalità. Lo Spirito Santo è colui che santifica il pane e il vino, come santifica e consacra l'acqua e l'olio nel battesimo e nella cresima.
Efrem, in una omelia sulla settimana santa, dice:  "Voi mangerete una Pasqua pura e immacolata, un pane lievitato e perfetto che lo Spirito Santo ha preparato e ha fatto cuocere, un vino mescolato di fuoco e di Spirito:  il corpo e il sangue di Dio, che fu vittima per tutti gli uomini". Lo Spirito Santo, quindi, è il fuoco nascosto che avvolge il sacerdote, aleggia sull'altare e discende sui doni nel momento dell'epiclesi. L'immagine dello Spirito aleggiante viene presentata dagli autori siriaci con un termine che indica il covare della chioccia sulle uova, l'aleggiare dello Spirito sulle acque all'inizio della Genesi e la discesa dello Spirito Santo su Maria e sui santi doni nell'eucaristia. I testi liturgici siro-occidentali sottolineano anche che la santificazione operata dallo Spirito è in vista della santificazione dei fedeli e del perdono dei loro peccati:  "Affinché questi misteri purifichino i cuori di coloro che ne parteciperanno, rendano spirituali i loro pensieri e santifichino le loro anime per il Regno dei cieli e la nuova vita eterna".
Il sacerdote invoca lo Spirito Santo affinché renda presente la risurrezione di Cristo sull'altare; cioè dia al corpo di Cristo messo nella tomba l'immortalità, l'incorruttibilità e lo faccia diventare, come dice l'epiclesi dell'anafora di san Giacomo, "corpo datore di vita, corpo che dà la salvezza alle nostre anime e ai nostri corpi, corpo del Signore, Dio grande e Salvatore nostro Gesù Cristo". Questo processo di configurazione al fuoco divino, cioè allo Spirito Santo, è per Efrem processo di crescita anche nella configurazione a Cristo:  "Il suo corpo si è mescolato ai nostri corpi. Il suo sangue si è versato nelle nostre arterie. La sua voce nelle nostre orecchie, nei nostri  occhi  la  sua  luce.  Lui  e noi, interamente, per la sua grazia mescolati".
Nell'icona della Pentecoste vediamo gli apostoli radunati come per una liturgia:  è in essa che ricevono il dono dello Spirito Santo. La presenza di Pietro e Paolo, e degli evangelisti Luca e Marco indica tutta la Chiesa radunata dallo Spirito Santo e nasce in una situazione di profonda comunione tra gli apostoli. E nella parte bassa dell'icona sono raffigurati personaggi vestiti in modi molto variegati (uno addirittura con la testa di cane) a indicare la diversità di popoli, razze e lingue a cui viene annunciato il Vangelo di Cristo.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco.
(©L'Osservatore Romano - 23 maggio 2010)




jueves, 10 de abril de 2014

La festa dell'Ascensione del Signore nella tradizione Siro Occidentale.
Dal legno discese come frutto e salì al cielo come primizia
            La festa dell’Ascensione del Signore, celebrata il quarantesimo giorno dopo la Risurrezione, la troviamo testimoniata già dal IV secolo in Eusebio di Cesarea attorno al 325; Egeria invece parla di una celebrazione il quarantesimo giorno dopo Pasqua ma che si fa a Betlemme e non sul Monte degli Ulivi da dove il Signore ascende in cielo. Inoltre, sempre secondo Egeria, il raduno dei fedeli col vescovo nel luogo dell'Ascensione e la lettura della pericope del vangelo viene fatta la vigilia della Pentecoste. Gregorio di Nissa e Giovanni Crisostomo hanno delle omelie per l’Ascensione, ed anche Agostino di Ippona in ambito latino. La tradizione siro occidentale, nei testi della festa dell'Ascensione, collega molto strettamente l'Incarnazione, la discesa del Verbo di Dio, e la sua Ascensione, il suo innalzarsi in cielo: "Oggi il Cristo Dio si innalza dal monte degli ulivi fino al suo Padre glorioso… Oggi gli angeli fanno conoscere agli apostoli il grande mistero della seconda venuta di Cristo. Noi lo vedremo coi nostri occhi di carne…". Cristo, salendo in cielo con l'umanità assunta da noi, la fa entrare nel luogo Santo, la glorifica e la porta al paradiso chiuso da Adamo: "Tu sei entrato nel Santo dei santi e hai preso possesso della dimora non fatta da mano d'uomo. Salendo in cielo ci hai aperto le porte che Adamo nostro primo padre ci aveva chiuso in faccia.. Ci hai fatti sedere alla destra di tuo Padre, e gli hai fatto un dono che non può rifiutare, il corpo umano che avevi preso da noi". La Chiesa stessa, tutti noi redenti, portati con Cristo in cielo diventiamo offerta di Cristo al Padre. Questo è un aspetto che si ritrova in un modo molto chiaro nell'altra delle tradizioni siriache,quella siro orientale, che, chiudendo l'anno liturgico con le quattro domeniche che portano come titolo"Dedicazione della Chiesa" sottolineano come la Chiesa, comunità dei redenti dal sangue di Cristo viene presentata, offerta da Lui stesso al Padre come corona dell'anno liturgico, al momento della sua piena glorificazione nella gloria.
            Come la tradizione bizantina, anche quella siro occidentale fa nei testi liturgici della festa dell'Ascensione una rilettura del salmo 23 nella sua stessa forma dialogata: "Quando gli spiriti celesti ti videro innalzarti in cielo con un corpo vero, furono stupefatti e cominciarono a domandarsi l'un l'altro: «Chi è questo Re della gloria che viene da Edom? E' il Signore potente, il Signore vincitore in battaglia... Alzatevi porte antiche, apritevi porte eterne perché entri il Re della gloria»". La salvezza adoperata dal Signore viene presentata in diversi dei testi del vespro come un fatto che avviene dalla sua Incarnazione, la sua kenosi, fino alla sua Ascensione, la sua piena glorificazione alla destra del Padre: "Tutti noi, tuoi servi, riscattati dal tuo sangue prezioso, proclamiamo davanti alle schiere celesti: Benedetto sei Tu, che ti sei abbassato per innalzarci dalla nostra umiliazione. Benedetto sei Tu disceso che ci fai salire alla tua dimora celeste". Inoltre i testi liturgici, a partire dagli stessi testi biblici, sottolineano l'attesa per la Chiesa della seconda venuta di Cristo: "Concedici, Signore, di traboccare di gioia per la tua ascensione e di attendere nell'esultanza la tua seconda venuta dal cielo". La tradizione siro occidentale, in diversi testi dell'ufficiatura, fa una lettura cristologica del testo di Is 61,3: "Chi è questo re della gloria che giunge da Edom, cioè dalla terra, e i suoi vestiti sono macchiati di sangue, del sangue del corpo che si è rivestito? Perché i suoi vestiti sono rossi come quelli di chi calca il vino? Il Figlio di Dio si è incarnato, si è rivestito il corpo della nostra umanità… Ha sofferto la croce, la morte e la sepoltura, è risorto ed è salito al cielo".
            La liturgia siro occidentale sottolinea molto chiaramente che nel Monte degli Ulivi è la Chiesa tutta che vi è radunata: "La pace tra quelli del cielo e quelli della terra, pacifichi la Chiesa e conservi i suoi figli riscattati dalla croce. Sul monte degli ulivi il Signore raduna la sua Chiesa per cui lui è morto, affinché essa lo veda salire alla dimora di suo Padre". Il collegamento con la seconda venuta di Cristo e la dimensione ecclesiologica della festa, li raccoglie la stressa icona dell'Ascensione. Comune a tutta l'iconografia orientale ed occidentale, anche in quella siriaca l=immagine è divisa in due parti ben distinte: nella parte superiore c=è Cristo assiso su un trono, immobile nella sua gloria, sostenuto da due angeli. Nella parte inferiore c=è la Madre di Dio e gli apostoli. L=icona dell=Ascensione -la stessa festa dell=Ascensione- contempla Cristo nel suo innalzarsi, sostenuto dagli angeli, ma allo stesso tempo è anche l=icona del ritorno glorioso di Cristo: tornerà un giorno allo stesso modo... Dalla sua Ascensione fino al suo ritorno Cristo presiede la sua Chiesa -nell=icona vediamo Cristo che dal suo trono presiede la Chiesa formata dalla Madre di Dio orante e dagli apostoli, presiede la preghiera della Chiesa.
            L'Ascensione di Cristo sigilla quindi al riconciliazione tra il cielo e la terra; è Lui la pacificazione tra quelli dall'alto e quelli dal basso. E questo mistero lo troviamo in un testo in forma di dialogo, di disputa, (genere letterario molto familiare alla tradizione siriaca), testo che non fa parte della liturgia dell'Ascensione, ma che ne riassume il mistero. Due personaggi, il cielo e la terra, disputano tra di loro; alla fine il mistero della redenzione di Cristo riporta tra di loro la pace: "Il cielo dice: In me c'è il Regno e gli angeli; e la terra dice: In me le Chiese e i giusti. Il cielo dice: In me ci sono mila e dieci mila che stanno davanti al suo trono; e la terra dice: In me le assemblee e le generazioni che stanno davanti alla sua croce. Il cielo dice: In me il trono di cui esce fuoco; e la terra dice: In me l'altare della cui bontà esce la salvezza. Il cielo dice: In me le nuvole che portano le piogge che non hanno bisogno di fontane; e la terra dice: In me la Vergine che ha concepito senza uomo. Il cielo dice: In me coloro che portano la brace e temono; e la terra dice: In me coloro che la mangiano e si rallegrano. Il cielo dice: In me il fiume di fuoco che rischiara coloro che lo guardano; e la terra dice: In me il calice della salvezza che risuscita coloro che ne bevono. Dice il cielo alla terra: Noi siamo due fratelli, non dobbiamo lottare avvicenda poiché i nostri abitanti sono fratelli".
            Efrem il Siro collega nei suoi inni la discesa di Cristo nell'Ade e la sua glorificazione in cielo: "Come un chicco di grano cadde nello sheol, e salì come covone e pane nuovo… Dal legno discese come frutto e salì al cielo come primizia… Beata sei tu, o Betania: il monte dell'arca ed il monte Sinai ti invidiano; non da loro ascese il Signore delle altezze, ma da te ascese. Tu hai visto il suo cocchio glorioso, la nube che chinò la sua altezza verso l'Umile che aveva iniziato a regnare in alto e in basso".


Salì al cielo come primizia

di Manuel Nin
Nel quarantesimo giorno dopo la Risurrezione la festa dell'Ascensione del Signore è attestata già in Eusebio di Cesarea intorno al 325; un secolo e mezzo più tardi Egeria parla di una celebrazione a Betlemme, e non sul Monte degli Ulivi da dove il Signore ascende in cielo e dove invece il raduno dei fedeli col vescovo nel luogo dell'Ascensione e la lettura del vangelo viene fatta la vigilia della Pentecoste. Per la festa, Gregorio di Nissa e Giovanni Crisostomo (e Agostino in ambito latino) hanno omelie.

La tradizione siro-occidentale collega molto strettamente l'Incarnazione, la discesa del Verbo di Dio, e la sua Ascensione:  "Oggi il Cristo Dio si innalza dal monte degli ulivi fino al suo Padre glorioso. Oggi gli angeli fanno conoscere agli apostoli il grande mistero della seconda venuta di Cristo. Noi lo vedremo coi nostri occhi di carne". Cristo, salendo in cielo con l'umanità assunta da noi, la fa entrare nel luogo santo, la glorifica e la porta nel paradiso:  "Tu sei entrato nel Santo dei santi e hai preso possesso della dimora non fatta da mano d'uomo. Salendo in cielo ci hai aperto le porte che Adamo nostro primo padre ci aveva chiuso in faccia. Ci hai fatti sedere alla destra di tuo Padre, e gli hai fatto un dono che non può rifiutare, il corpo umano che avevi preso da noi".
Tutti noi redenti, portati con Cristo in cielo, diventiamo offerta al Padre. Questo è un aspetto che si ritrova molto chiaramente nella tradizione siro-orientale, che, chiudendo l'anno liturgico con le quattro domeniche della "dedicazione della Chiesa", sottolinea come la comunità dei redenti dal sangue di Cristo viene presentata e offerta al Padre come corona dell'anno liturgico nel momento della sua piena glorificazione.
Nei testi liturgici si rilegge il salmo 23:  "Quando gli spiriti celesti ti videro innalzarti in cielo con un corpo vero, furono stupefatti e cominciarono a domandarsi l'un l'altro:  Chi è questo Re della gloria che viene da Edom? È il Signore potente, il Signore vincitore in battaglia. Alzatevi porte antiche, apritevi porte eterne perché entri il Re della gloria". La salvezza operata dal Signore viene presentata nel vespro dalla sua Incarnazione fino alla sua Ascensione:  "Tutti noi, tuoi servi, riscattati dal tuo sangue prezioso, proclamiamo davanti alle schiere celesti:  Benedetto sei tu, che ti sei abbassato per innalzarci dalla nostra umiliazione". Inoltre i testi sottolineano l'attesa della seconda venuta di Cristo e fanno una lettura cristologica di Isaia (61, 3):  "Chi è questo re della gloria che giunge da Edom, cioè dalla terra, e i suoi vestiti sono macchiati di sangue, del sangue del corpo che si è rivestito? Perché i suoi vestiti sono rossi come quelli di chi calca il vino? Il Figlio di Dio si è incarnato, si è rivestito il corpo della nostra umanità. Ha sofferto la croce, la morte e la sepoltura, è risorto ed è salito al cielo".
La liturgia siro-occidentale sottolinea che nel Monte degli Ulivi è la Chiesa tutta a essere radunata, mentre il collegamento con la seconda venuta di Cristo e la dimensione ecclesiologica della festa sono nell'icona dell'Ascensione. L'immagine è divisa in due parti ben distinte:  nella parte superiore c'è Cristo assiso su un trono, immobile nella sua gloria, sostenuto da due angeli. Nella parte inferiore c'è la Madre di Dio e gli apostoli. Dall'Ascensione fino al suo ritorno Cristo presiede la Chiesa, formata dalla Madre di Dio orante e dagli apostoli.
L'Ascensione di Cristo sigilla quindi la riconciliazione tra il cielo e la terra. Come sottolinea un testo in forma di dialogo o disputa (genere letterario molto familiare alla tradizione siriaca), testo che non fa parte della liturgia ma che ne riassume il mistero. Cielo e terra disputano tra di loro e il mistero della redenzione di Cristo riporta la pace:  "Il cielo dice:  In me c'è il Regno e gli angeli; e la terra dice:  In me le Chiese e i giusti. Il cielo dice:  In me ci sono mille e diecimila che stanno davanti al suo trono; e la terra dice:  In me le assemblee e le generazioni che stanno davanti alla sua croce. Il cielo dice:  In me il trono da cui esce fuoco; e la terra dice:  In me l'altare dalla cui bontà esce la salvezza. Il cielo dice:  In me le nuvole che portano le piogge che non hanno bisogno di fontane; e la terra dice:  In me la Vergine che ha concepito senza uomo. Il cielo dice:  In me il fiume di fuoco che rischiara coloro che lo guardano; e la terra dice:  In me il calice della salvezza che risuscita coloro che ne bevono. Dice il cielo alla terra:  Noi siamo due fratelli, non dobbiamo lottare poiché i nostri abitanti sono fratelli".
Efrem il Siro collega nei suoi inni la discesa di Cristo nell'Ade e la sua glorificazione in cielo:  "Come un chicco di grano cadde nello sheol, e salì come covone e pane nuovo. Dal legno discese come frutto e salì al cielo come primizia. Beata sei tu, o Betania:  il monte dell'arca ed il monte Sinai ti invidiano; non da loro ascese il Signore delle altezze, ma da te ascese. Tu hai visto il suo cocchio glorioso, la nube che chinò la sua altezza verso l'Umile che aveva iniziato a regnare in alto e in basso".

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


(©L'Osservatore Romano - 16 maggio 2010)

jueves, 3 de abril de 2014

La festa dell'Annunciazione a Maria, la Madre di Dio, nella tradizione Siro Occidentale.
Gloria a Colui che divenne terrestre, essendo per sua natura celeste
            La festa dell’Annunciazione della Santissima Madre di Dio e sempre vergine Maria, è una delle poche feste che troviamo lungo la Quaresima nelle tradizioni liturgiche orientali, ed ha il suo fondamento biblico nei Vangeli, specialmente in quello di Luca. Si tratta di una delle antiche feste cristiane, e ne abbiamo testimonianze nei testi patristici e liturgici orientali; essa inoltre viene introdotta a Costantinopoli attorno al 530. Allo sviluppo di questa festa contribuirono le omelie patristiche di tendenza antiariana che cercavano di sottolineare, accanto all’umanità di Cristo, anche la sua divinità eternamente sussistente in Dio; ed anche l’omiletica di origine siriaca che sottolineava fortemente il parallelo Eva – Maria, e che troviamo presente nell’ufficiatura della festa. A Roma la festa fu introdotta da papa Sergio I (687-701) di origine siriaca, che ne stabilì una celebrazione liturgica a Santa Maria Maggiore con una processione.
            Nei libri liturgici di tradizione siro occidentale, la festa porta come titolo: "Annunciazione della Madre di Dio", -la parola siriaca usata indica anche l'annuncio, la proclamazione del Vangelo-; il titolo dato alla festa quindi sottolinea già il tema della Buona Novella dell'Incarnazione del Verbo di Dio data dall'angelo alla Madre di Dio e a tutta la Chiesa. L'Incarnazione viene presentata nei testi liturgici come un "prendere dimora" del Verbo di Dio nel seno di Maria: "Lode all'Unigenito del Padre che, all'annuncio di Gabriele arcangelo si è fissato nel seno di Maria e da essa ha preso un corpo per perdonare i peccati alla stirpe di Adamo…". La preghiera iniziale del vespro introduce chiaramente questo tema: "Cristo Gesù, Dio, Figlio eterno che nel grembo della Vergine Maria figlia di Davide hai preso dimora all'annuncio di Gabriele arcangelo, fortificaci e facci degni di venerare con gioia oggi la festa di questo annuncio di salvezza…". L'Incarnazione, il prendere dimora del Verbo di Dio nel seno di Maria diventa tipo e modello del suo abitare, il suo prendere dimora nell'anima di ogni cristiano; la fede dei cristiani quindi viene paragonata alla fede di Maria. I testi liturgici della festa, infatti, paragonano la "purezza della verginità" al "profumo della fede": "…vieni ad abitare nelle nostre anime come nella Vergine che ti ha portato, ed il profumo della nostra fede ti sarà gradito come lo è stata la purezza di colei che ti ha partorito".
            Un secondo aspetto che i testi siro occidentali mettono in rilievo è il tema della veglia. "Festa gioiosa quella odierna…; voi credenti vegliate e siate attenti a meditare il mistero dell'Annunciazione che oggi festeggiamo, per dire anche noi: la pace sia con te, piena di grazia…". La liturgia siro occidentale collega questo aspetto della veglia al titolo che essa stessa dà agli angeli, cioè i "vigilanti", "coloro che vegliano, che sono svegli"; titolo che la tradizione siriaca darà anche ai monaci. I testi liturgici della festa del 25 marzo sembrano preferire per Gabriele questo titolo di "vigilante" allo stesso nome di Gabriele che gli dà la Bibbia: "Il vigilante vola e scende presso la vergine Maria, gli porge l'annuncio e gli dice: da te apparirà il Salvatore. Pace a te, Maria, perché il Padre ha voluto sceglierti per diventare madre del suo Figlio… Gabriele, il vigilante, annuncia alla vergine: avrai un Figlio che salverà il mondo. Sarà come ogni bimbo, ma lui è l'Eterno…".
            La festa del 25 marzo nella tradizione siriaca viene ancora vista e celebrata come l'adempimento in questo giorno ed in questa festa delle promesse fatte ai padri: "Il vigilante avvertì Maria del tuo concepimento; tu avevi dato la speranza ad Abramo; tu hai rallegrato la vergine col saluto di pace, che prende il posto dell'antica promessa fatta ad Eva la nostra prima madre…". L'ufficiatura del vespro, inoltre, riprende un tema caro ai Padri, cioè quello del Verbo creatore e, quindi, anche la sua Incarnazione è vista come una nuova creazione: "Gloria e ringraziamento a te, Cristo Gesù Dio nostro. Tu che hai modellato l'uomo a tua immagine e l'hai sigillato con la somiglianza alla tua grandezza… Ma esiliato dalla tua eredità, tu hai voluto salvarlo e rialzarlo dalla sua caduta… e sei disceso e hai preso dimora nel seno della vergine…".
            Uno dei testi del vespro riprende ben cinque volte il saluto dell'angelo per mettere in rilievo il ruolo di Maria nel mistero della salvezza: "la pace sia con te, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta tra le donne. La pace sia con te, piena di grazia, madre del Creatore di tutto l'universo. La pace sia con te, piena di grazia, nave benedetta che porta il tesoro che arricchisce tutta l'umanità. La pace sia con te, piena di grazia, perché per te la maledizione di Eva è stata cancellata. La pace sia con te, piena di grazia, vite benedetta, perché tutta la creazione si delizia col vino del tuo grappolo". In questa festa i testi della Sacra Scrittura, specialmente i salmi, vengono letti in chiave chiaramente e prettamente cristologica, collegando il testo o un versetto del salmo col mistero dell'Incarnazione del Verbo di Dio: "Abbassò i cieli e discese (salmo 17,10). Lasciando le schiere di fuoco e di spirito ed il luogo sublime della sua esistenza, il Verbo di Dio discese per prendere dimora nel seno di carne". "Volò sulle ali del vento (salmo 17,11; 103, 3). Dalle altezze Gabriele volò sulle ali del vento, portando la buona novella del suo Signore". "Annuncia di giorno in giorno la sua salvezza (salmo 95,2). La buona novella di Gabriele porta la pace a tutta la creazione…".
            L'ufficiatura del mattutino raccoglie diversi degli inni di sant'Efrem, in cui si sottolinea di nuovo il tema dell'atteggiamento di attesa nella preghiera in cui Maria si trova al momento dell'annuncio dell'angelo: "Cosa stava facendo, la casta, nel momento in cui Gabriele, inviato, volando discese presso di lei? Ella lo vide nel momento della preghiera, perché anche Daniele aveva visto Gabriele durante la preghiera. La preghiera e la buona novella, sua parente è giusto che esultino vicendevolmente come Maria ed Elisabetta…". Efrem accosta in modo molto bello i due oranti: Daniele e Maria, e le due che sono in attesa: Elisabetta e Maria. Efrem ancora presenta una serie di figure bibliche che ricevono una buona novella al momento della loro preghiera: Abramo, Ezechia, Zaccaria, Simon Pietro… Efrem ancora avvicinerà Gabriele "vigilante" che annuncia l'Incarnazione del Verbo di Dio, ai pastori "vigilanti" che annunciano la nascita del Verbo di Dio: "Nelle altezze fremeva, la misericordia, alla voce delle creature che invocavano aiuto. Fu inviato Gabriele, venne a dare il buon annuncio del tuo concepimento. E quando tu giungesti alla nascita, i vigilanti diedero il buon annuncio della tua uscita".
            Maria, infine, nei testi liturgici del 25 marzo, è presentata anche come interceditrice per i cristiani e per tutta la Chiesa: "Ti chiediamo, Madre benedetta, di intercedere presso il Dio che da te è nato… affinchè perveniamo alla perfezione del suo e del nostro amore… ed arriviamo al paradiso con tutti coloro che hanno ricevuto l'unzione del santo battesimo…".
P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


Abbassò i cieli e discese

di Manuel Nin
La festa dell'Annunciazione della Santissima Madre di Dio e sempre vergine Maria è una delle poche feste che si trova lungo la Quaresima nelle tradizioni liturgiche orientali, introdotta a Costantinopoli attorno al 530. Allo sviluppo della festa contribuirono le omelie patristiche di tendenza antiariana - che sottolineavano, accanto all'umanità di Cristo, anche la sua divinità eternamente sussistente in Dio - e l'omiletica siriaca che enfatizzava il parallelo tra Eva e Maria. A Roma la festa fu introdotta da un Papa di origine siriaca, Sergio i (687-701), che stabilì una celebrazione liturgica a Santa Maria Maggiore con una processione.
Nei libri liturgici siro-occidentali la festa si chiama Annunciazione della Madre di Dio e la parola siriaca indica anche l'annuncio, la proclamazione del Vangelo, sottolineando il tema della buona novella dell'Incarnazione:  "Lode all'Unigenito del Padre che, all'annuncio di Gabriele arcangelo si è fissato nel seno di Maria e da essa ha preso un corpo per perdonare i peccati alla stirpe di Adamo". L'Incarnazione del Verbo di Dio diventa modello del suo abitare e prendere dimora nell'anima di ogni cristiano, la cui fede dei cristiani viene paragonata a quella di Maria. I testi liturgici, infatti, paragonano la "purezza della verginità" al "profumo della fede".

Un secondo aspetto messo in rilievo è il tema della veglia:  "Festa gioiosa quella odierna; voi credenti vegliate e siate attenti a meditare il mistero dell'Annunciazione che oggi festeggiamo, per dire anche noi:  la pace sia con te, piena di grazia". La liturgia siro-occidentale collega questo aspetto al titolo che dà agli angeli:  "vigilanti", cioè coloro che vegliano, titolo che la tradizione siriaca darà anche ai monaci. I testi liturgici sembrano preferire per Gabriele il titolo di "vigilante" al suo stesso nome:  "Il vigilante vola e scende presso la vergine Maria, le porge l'annuncio e le dice:  da te apparirà il Salvatore. Pace a te, Maria, perché il Padre ha voluto sceglierti per diventare madre del suo Figlio. Gabriele, il vigilante, annuncia alla vergine:  avrai un Figlio che salverà il mondo. Sarà come ogni bimbo, ma lui è l'Eterno". 
La festa nella tradizione siriaca viene vista e celebrata come l'adempimento delle promesse ai padri:  "Il vigilante avvertì Maria del tuo concepimento; tu avevi dato la speranza ad Abramo; tu hai rallegrato la vergine col saluto di pace, che prende il posto dell'antica promessa fatta a Eva la nostra prima madre". L'ufficiatura del vespro, inoltre, riprende un tema caro ai Padri, cioè quello del Verbo creatore, cosicché la sua Incarnazione è vista come nuova creazione:  "Gloria e ringraziamento a te, Cristo Gesù Dio nostro. Tu che hai modellato l'uomo a tua immagine e l'hai sigillato con la somiglianza alla tua grandezza. Ma esiliato dalla tua eredità, tu hai voluto salvarlo e rialzarlo dalla sua caduta, e sei disceso e hai preso dimora nel seno della vergine". 
Nel vespro si riprende ben cinque volte il saluto dell'angelo per mettere in rilievo il ruolo di Maria nel mistero della salvezza:  "La pace sia con te, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta tra le donne. La pace sia con te, piena di grazia, madre del Creatore di tutto l'universo. La pace sia con te, piena di grazia, nave benedetta che porta il tesoro che arricchisce tutta l'umanità. La pace sia con te, piena di grazia, perché per te la maledizione di Eva è stata cancellata. La pace sia con te, piena di grazia, vite benedetta, perché tutta la creazione si delizia col vino del tuo grappolo". Nella festa i testi biblici, e specialmente i salmi, vengono letti in chiave cristologica:  "Abbassò i cieli e discese. Lasciando le schiere di fuoco e di spirito e il luogo sublime della sua esistenza, il Verbo di Dio discese per prendere dimora nel seno di carne. La buona novella di Gabriele porta la pace a tutta la creazione". 
L'ufficiatura del mattutino raccoglie diversi inni di sant'Efrem, dove si sottolinea l'attesa nella preghiera di Maria:  "Cosa stava facendo, la casta, nel momento in cui Gabriele, inviato, volando discese presso di lei? Ella lo vide nel momento della preghiera, perché anche Daniele aveva visto Gabriele durante la preghiera. La preghiera e la buona novella, sua parente, è giusto che esultino vicendevolmente come Maria ed Elisabetta". Efrem presenta poi alcune figure bibliche che ricevono una buona novella al momento della loro preghiera:  Abramo, Ezechia, Zaccaria, Simon Pietro, accostando Gabriele, il "vigilante" che annuncia l'Incarnazione, ai pastori "vigilanti" alla nascita del Verbo di Dio:  "Nelle altezze fremeva, la misericordia, alla voce delle creature che invocavano aiuto. Fu inviato Gabriele, venne a dare il buon annuncio del tuo concepimento". Mentre Maria intercede per tutta la Chiesa:  "Ti chiediamo, Madre benedetta, di intercedere presso il Dio che da te è nato affinché perveniamo alla perfezione del suo e del nostro amore e arriviamo al paradiso con tutti coloro che hanno ricevuto l'unzione del santo battesimo".

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma

(©L'Osservatore Romano - 25 marzo 2010)

jueves, 27 de febrero de 2014

La festa dell’Ingresso del Signore nel Tempio nella tradizione Siro Occidentale.
Beato il sacerdote che oggi offre al Padre il Figlio del Padre
            La tradizione liturgica siro occidentale, come le altre liturgie cristiane celebra come grande festa il quarantesimo giorno dono la nascita di Cristo, a partire dalla lettura della pericope evangelica di Lc 2, 22-40. Già la peregrina Egeria, nella seconda metà del IV secolo, ci parla di questa celebrazione a Gerusalemme, presso la basilica dell’Anastasi (Risurrezione), e paragonandola quasi alla Pasqua ci indica che: valde cum summo honore hic celebrantur… cum summa laetitia ac si per Pascha… Nel V-VI secc. la festa si celebra già ad Alessandria, ad Antiochia e a Costantinopoli e, alla fine del VII secolo viene introdotta a Roma da papa Sergio I (687-701).
In tutte le liturgie cristiane, oltre a celebrare il fatto evangelico narrato a Lc 2, la festa del 2 febbraio ha un senso fortemente pasquale, e ne è un annunzio evidente. Nella tradizione siro occidentale l’Ingresso di Gesù nel tempio si celebra in un contesto di prefigurazione pasquale, e viene messo in parallelo con la sua discesa agli inferi; una delle prime preghiere del vespri recita: “…per salvare gli uomini fatti dalla polvere, ecco che Dio scende fino allo Sheol; concede ai prigionieri la salvezza e la libertà, ai ciechi la vista, e ai muti la voce per cantare: sei benedetto Signore, Onnipotente Dio dei nostri padri…”. Diversi dei testi dell’ufficiatura vespertina leggono in chiave allegorica lo stesso testo di Lc 2: “…tu che accetti i sacrifici e porti a compimento i misteri, tu hai, secondo la Legge, presentato un paio di tortore. Ed ecco che l’anziano Simeone seppe che Tu sei il Signore dei due Testamenti, dell’Antico e del Nuovo…”. Simeone ancora, è paragonato, nel suo accogliere e reggere il Bambino nelle braccia, a dei cherubini che sono attorno al trono di Dio: “Simeone fu un cherubino spirituale ed anche un serafino…; nelle sue braccia, come delle ali, tenne il Signore dei serafini… e chiese ad un bambino, quale fosse un re, la sua liberazione…”. Il vespro prevede la lettura evangelica di Lc 2, 22-35, cioè fino all’incontro con Simeone, mentre che l’ufficiatura del mattino riprende la pericope a Lc 2, 36-38, l’incontro con la profetessa Anna.
L’ufficiatura notturna della festa, invece, si serve di salmi che vengono letti in chiave cristologica: 22, 23 e 25 per la prima parte della notte, e 41 e 83 per la seconda. In modo speciale il salmo 23: “Sollevate, o porte, i vostri frontali, innalzatevi, o porte eterne, perché entri il Re della gloria…”; ed il salmo 83: ”Quanto amabili sono le tue tende, o Signore delle schiere! Beati coloro che abitano nella tua casa: sempre possono cantare le tue lodi…”. I diversi Inni di sant’Efrem, cantati nell’ufficiatura della notte sottolineano diversi aspetti della teologia stessa della festa. Simeone viene presentato allo stesso tempo come offerente ed offerto, un titolo che la liturgia bizantina poi darà direttamente a Cristo: “Per amore di Lui divenne grande il vecchio Simeone, al punto di poter offrire, lui, un mortale, l’onnivivificante. Con la forza che viene da Lui Simeone lo poté portare; proprio lui, che lo offriva, era da Lui offerto”. La tradizione siro occidentale, in questa festa, mentre si trattiene a lungo con le figure di Simeone ed Anna, dà a Maria soltanto il ruolo di colei che ha partorito il Cristo ed adesso lo introduce nel tempio: “Maria portava Colui che è più anziano dei secoli…; Simeone porta il Figlio di Dio incarnato, e Giuseppe e Maria offrono dei sacrifici nel tempio”.
            Efrem ancora, nella liturgia del 2 febbraio, presenta volentieri Simeone ed Anna come due nonni che cantano delle nenie al bambino. Tre strofe dei suoi inni contengono delle vere e proprie professioni di fede. In primo luogo la strofa di Simeone in cui ritroviamo il tema della discesa agli inferi ed il collegamento pasquale della festa: “Nel tempio santo Simeone lo portava cantandogli una nenia: «Sei venuto, o clemente, tu che hai clemenza della mia vecchiaia e fai entrare le mie ossa in pace nello sheol. Grazie a te risusciterò dal sepolcro al paradiso»”; Simeone, come Adamo, verrà introdotto dal Signore al paradiso. Per quanto riguarda Anna, una delle strofe utilizza delle immagini fortemente sacramentali per descrivere il suo incontro col il bambino: “Lo abbracciò Anna, e pose la propria bocca sulle sue labbra. E lo Spirito si posò sulle sue labbra, come fu con Isaia: muta era la sua bocca, ma il carbone ardente avvicinato alle sue labbra aprì la sua bocca”. Anna, in questa strofa efremiana, è quasi paragonata alla Chiesa e ai cristiani che ricevono i Santi Doni. Infatti, la tradizione liturgica siro occidentale chiama “brace” e “carbone ardente” il Corpo ed il Sangue di Cristo nella celebrazione eucaristica. L’altra delle strofe presenta Anna che contempla nel bambino il Figlio di Dio abbassatosi, fattosi piccolo: “Ribolliva Anna dello Spirito dalla sua bocca e gli cantò una nenia: «O figlio di condizione regale, o figlio di condizione vile, in silenzio ascolti, invisibile vedi, nascosto intendi, Dio figlio d’uomo sia gloria al tuo nome»”. Simeone ancora, toccando il bambino viene lui stesso purificato e santificato: “Beato il sacerdote che, nel santuario, ha offerto al Padre il Figlio del Padre; frutto raccolto dal nostro albero, pur provenendo interamente dalla divina maestà. Beate le sue mani, santificate dall’averlo portato, e la sua canizie, ringiovanita dall’averlo abbracciato. Nel tempio lo Spirito attendeva con ardore il suo ingresso e quando fu crocifisso uscì, strappando il velo”.
            Nel suo commento al Diatessaron, Efrem leggendo il testo siriaco di Lc 2,35 nel suo significato letterale: “Tu allontanerai la spada nella tua anima”, ne propone tre interpretazioni; una prima vedendo in Maria colei che ha portato la salvezza in Cristo: “Tu allontanerai la spada; …la spada che chiudeva l’ingresso nel paradiso a causa di Eva, è stata tolta da Maria”. Una seconda interpretazione in un contesto più ecclesiologico: “Tu allontanerai la spada, cioè la negazione ed il dubbio”. Una terza interpretazione collegando sotto l’unico nome di Maria due personaggi evangelici: “Tu allontanerai la spada, cioè tu anche dubiterai perché «credevi che era l’ortolano»… (Gv 20,15)”.
            La tradizione liturgica siro occidentale e la stessa icona della festa mette in luce particolarmente l=incontro di Dio con l=uomo, manifesta il mistero dell=incarnazione e prefigura la passione, morte e risurrezione di Cristo. L=icona della festa dell=Incontro diventa l=annuncio dell=altro grande Incontro, quando l=Uomo nuovo, Cristo scende nell’Ade per annunciare ad Adamo la sua salvezza e la sua risurrezione.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma


Beato il sacerdote
che oggi offre al Padre il Figlio del Padre

di Manuel Nin
La tradizione liturgica siro-occidentale celebra come grande festa il quarantesimo giorno dopo la nascita di Cristo, a partire dal vangelo di Luca (2, 22-40). Già Egeria, nella seconda metà del iv secolo, ci parla di questa celebrazione a Gerusalemme, presso la basilica della Risurrezione e la paragona quasi alla Pasqua:  cum summa laetitia ac si per Pascha. Nei secoli v e vi la festa  si celebra ad Alessandria, Antiochia e Costantinopoli  e  alla  fine  del  vii viene  introdotta  a  Roma  da  papa Sergio 1. 

In tutte le liturgie cristiane la festa del 2 febbraio è un annunzio evidente della Pasqua. Nella tradizione siro-occidentale l'Ingresso di Gesù nel tempio si celebra in un contesto di prefigurazione pasquale e viene messo in parallelo con la sua discesa agli inferi. Una delle prime preghiere dei vespri recita:  "Per salvare gli uomini fatti dalla polvere, ecco che Dio scende fino allo Sheol; concede ai prigionieri la salvezza e la libertà, ai ciechi la vista, e ai muti la voce per cantare:  sei benedetto Signore, Onnipotente Dio dei nostri padri". 
Diversi testi dell'ufficiatura vespertina leggono allegoricamente lo stesso testo evangelico:  "Tu che accetti i sacrifici e porti a compimento i misteri, tu hai, secondo la Legge, presentato un paio di tortore. Ed ecco che l'anziano Simeone seppe che tu sei il Signore dei due Testamenti, dell'Antico e del Nuovo". Simeone è paragonato, nell'accogliere e reggere il bambino, agli angeli attorno al trono di Dio:  "Simeone fu un cherubino spirituale e anche un serafino; nelle sue braccia, come delle ali, tenne il Signore dei serafini e chiese a un bambino, come fosse un re, la sua liberazione". 
Gli Inni di sant'Efrem cantati nell'ufficiatura della notte sottolineano diversi aspetti della teologia della festa. Simeone viene presentato allo stesso tempo come offerente e offerto, titolo che la liturgia bizantina poi darà direttamente a Cristo:  "Per amore di Lui divenne grande il vecchio Simeone, al punto di poter offrire, lui, un mortale, colui che vivifica tutto. Con la forza che viene da Lui Simeone lo poté portare; proprio lui, che lo offriva, era da Lui offerto". 
Ancora Efrem presenta Simeone e Anna come due nonni che cantano delle nenie al bambino. In una strofa si ritrovano il tema della discesa agli inferi e il collegamento con la Pasqua:  "Nel tempio santo Simeone lo portava cantandogli una nenia:  Sei venuto, o clemente, tu che hai clemenza della mia vecchiaia e fai entrare le mie ossa in pace nello Sheol. Grazie a te risusciterò dal sepolcro al paradiso". Come Adamo Simeone verrà introdotto dal Signore in paradiso. 
Per Anna una delle strofe utilizza immagini fortemente sacramentali nel descrivere il suo incontro con il bambino:  "Lo abbracciò Anna, e pose la propria bocca sulle sue labbra. E lo Spirito si posò sulle sue labbra, come fu con Isaia:  muta era la sua bocca, ma il carbone ardente avvicinato alle sue labbra aprì la sua bocca". 
Anna è quasi paragonata alla Chiesa e ai cristiani che ricevono i Santi doni. Infatti, la tradizione liturgica siro-occidentale chiama "brace" e "carbone ardente" il Corpo e il Sangue di Cristo nella celebrazione eucaristica. L'altra strofa presenta Anna che contempla nel bambino il Figlio di Dio fattosi piccolo:  "Ribolliva Anna dello Spirito dalla sua bocca e gli cantò una nenia:  O figlio di condizione regale, o figlio di condizione vile, in silenzio ascolti, invisibile vedi, nascosto intendi, Dio figlio d'uomo sia gloria al tuo nome". 
E Simeone, toccando il bambino, viene purificato e santificato:  "Beato il sacerdote che, nel santuario, ha offerto al Padre il Figlio del Padre; frutto raccolto dal nostro albero, pur provenendo interamente dalla divina maestà. Beate le sue mani, santificate dall'averlo portato, e la sua canizie, ringiovanita dall'averlo abbracciato. Nel tempio lo Spirito attendeva con ardore il suo ingresso e quando fu crocifisso uscì, strappando il velo". 
L'icona della festa mette in luce l'incontro di Dio con l'uomo, manifesta il mistero dell'incarnazione e prefigura la passione, morte e risurrezione di Cristo. Diventando l'annuncio dell'altro grande incontro, quando l'uomo nuovo, Cristo, scende nell'Ade per annunciare ad Adamo la sua salvezza e la sua risurrezione.


P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma

(©L'Osservatore Romano - 1-2 febbraio 2010)